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Quando s’incontra un coetaneo straniero, per trovare un argomento di conversazione tale da rompere e il ghiaccio e da creare un ponte tra noi e l’altro, spesso si chiede se è mai stato nel nostro paese d’origine e, se la risposta è affermativa, ci eccitiamo un po’ chiedendo se ha visitato anche la nostra città e ne chiediamo l’opinione. In quel momento di prime impressioni, quando una conoscenza reciproca nasce, ci troviamo a rappresentare la nostra nazionalità, di solito anche con un certo orgoglio, a prescindere che effettivamente ci piaccia o meno la nostra condizione. Nascono in noi un immediato interesse e una vivace curiosità nei confronti di questa persona, nel momento in cui afferma di aver camminato per le stesse vie che abbiamo percorso fin da piccoli: è un momento di avvicinamento tra due diversi. E’ ancora più entusiasmante quando si ha a che fare con una persona straniera a cui si è già affezionati: nel caso di una visita, ci si improvvisa ciceroni nella speranza di far cogliere il meglio della nostra città, per far sì che il nostro amico riparta con un bellissimo ricordo.

Una mia cara amica ungherese è venuta a trovarmi a Milano. E’ cresciuta nel centro di Budapest, in una casa con il giardino, ed è atterrata all’aeroporto di Malpensa non sapendo bene che cosa aspettarsi. E’ stata sicuramente fortunata ad aver trovato una guida appassionata –la sottoscritta: più conosco Milano, e più la trovo affascinante, nonostante le sue numerose contraddizioni, di cui non è il momento di parlare. Proprio perché sono sempre più affezionata alla città meneghina, ho fatto di tutto per renderla una meraviglia agli occhi della mia amica: l’ho portata in posticini pittoreschi e poco battuti dai turisti, le ho raccontato leggende bizzarre e appassionanti vicende storiche e non le ho fatto mancare le indispensabili viste da cartolina. Riportare qui i suoi commenti non sarebbe molto interessante, dal momento che si tratta di impressioni personali, risultato dei filtri delle sue esperienze pregresse, però qualche dato oggettivo potrebbe essere tratto dalle sue considerazioni.

La cosa che l’ha più stupita in assoluto è la mancanza di “Gartenhaus” (case con il giardino, in tedesco, lingua che abbiamo sempre usato per comunicare). Anzi, era proprio scandalizzata dal fatto che non ce ne fossero: si è tranquillizzata solo quando ha visto un gruppo di villette unifamiliari dietro casa mia, alle porte dell’anomalo quartiere di Milano 2, che sorge in una zona non affatto centrale. In generale la mancanza di verde a Milano è una questione spinosa: vuoi per la conformazione urbanistica del centro di stampo medievale, con le sue viette strette e a raggi che si dipartono dal duomo, vuoi per la costruzione di palazzi, eretti senza curarsi di lasciare spazio per qualche alberello, i parchi sono pochi (ma molto belli e grandi, c’è da dire) e i filari di alberi compaiono solo quando si esce dalle arterie più centrali della città. Questo può suscitare in chi non è abituato un’idea di soffocamento e di oppressione, sia a livello visivo, sia dal punto di vista della quantità di inquinamento che siamo costretti a respirare. I progetti per riportare del verde in centro ci sono, e mi auguro che vengano realizzati al più presto: il compianto maestro e senatore a vita Claudio Abbado, infatti, garantì il suo ritorno al Teatro della Scala soltanto se fossero stati piantati, lungo le vie centrali, un numero considerevole di alberi. Incaricò l’architetto, nonché suo illustre collega in Senato, Renzo Piano di realizzare il progetto. Circa 220 frassini disposti in modo da non disturbare i déhors dei caffè e non intralciare visivamente le attività commerciali lungo la strada avrebbero ridisegnato una passeggiata pedonale alberata e continua che sarebbe partita da largo Beltrami e attraverso largo Cairoli e via Dante avrebbe raggiunto piazza Cordusio, via Orefici e piazza del Duomo: qui, sul fronte della piazza opposta al Duomo, sarebbe stato piantato il famoso “bosco” di carpini. Tutto ciò è stato purtroppo accantonato, perché è stato giudicato troppo oneroso: i “grattacieloni” di Porta Nuova però stanno sorgendo e la loro realizzazione non dev’essere stata una voce trascurabile nei bilanci delle amministrazioni, nonostante gli sponsor che hanno contribuito, dal momento che, oltretutto, sono stati firmati dalle più note archistar del momento. E’ una questione di priorità delle amministrazioni, questa: spero solo che prima o poi gli alberi in Duomo si trasformino da pura utopia in concreta realtà.

piano_milano_facebook

Il Danubio attraversa la capitale ungherese dividendola in “Buda”, zona prevalentemente collinare, residenziale e coperta di boschi, e “Pest”, la zona più simile alla “città” ­che i milanesi intendono. Abituata alle acque lente e abbondanti del fiume mitteleuropeo per eccellenza, la mia amica non si sentiva  troppo a suo agio a Milano, per la “scarsa quantità d’acqua”. La sensazione è condivisibile, ma in realtà è paradossale! Milano ha una copiosa falda acquifera, un lago che continua a salire e che ormai è a 4 metri dal sottosuolo: di acqua, ce n’è fin troppa. Non a caso ogni volta che piove un po’ più del solito la metropolitana diventa inagibile, perché qualcuno dei tanti canali (di solito il Seveso) esonda impietosamente. E’ un ricorrente sogno dei milanesi, per di più, riportare alla luce tutti quei canaletti che attraversavano il centro: nel 1928 il Ministero dei Lavori Pubblici decise la di copertura della cosiddetta del tratto di naviglio da Piazza San Marco fino a Porta Genova, decisione motivata da nuove necessità viabilistiche ed igieniche. La copertura dei navigli negli anni avvenne tra il 1929 e il 1930, creando un anello di strade che fu chiamato Cerchia dei Navigli, che divenne la circonvallazione interna di Milano: già all’epoca venne definito “cappio al collo”, per via del suo brevissimo raggio, che portava il traffico automobilistico in centro città (non l’avessero mai fatto!). Ma su questo tema non mi dilungherò, presto ce ne parlerà una persona molto più esperta di me. Nel centro città ora l’acqua è visibile in qualche laghetto nei parchi più grandi e centrali (Porta Venezia e Villa Reale, Parco Sempione) e nei tratti dei Navigli nella zona di Porta Genova. In vista dell’Expo 2015, quella di riaprire i canali è un’idea che ha stuzzicato la fantasia di molti: a Milano ci sarebbero senza dubbio più zanzare, ma sarebbe ancora più bella.

mappa_navigli_milano

Queste sono state due delle impressioni della mia amica ungherese, che ho voluto condividere perché mi hanno fatto notare l’urgenza di queste esigenze: più verde, più acqua. Non sarebbe un mero fattore “decorativo” : migliorare questi due aspetti significa incrementare la vivibilità di Milano. Più verde, più acqua, aria più pulita, meno traffico e inquinamento, più biciclette: un circolo virtuoso che ci porterebbe tutti a vivere meglio e ad essere più felici.

15nvgybFoto: Internet

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One thought on “Incontro di sguardi tra Budapest e Milano

  1. Pingback: Poesia di una Milano prosaica | In Vero Vinitas

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