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Parliamo di Iene. Non quelle che “deliziano” il nostro quotidiano con atteggiamenti acidi e snob (chi non ne ha a che fare!), bensì  il famoso programma satirico in onda su Italia Uno da tempi immemori e che, comunque, alle prime si ispira.

Negli ultimi giorni, infatti, il programma è stato messo sotto accusa per aver portato all’attenzione dei suoi telespettatori il caso “Stamina”, rivelatosi, poi, una clamorosa truffa.

Ho  seguito con attenzione i servizi che venivano dedicati al caso del Dottor Vanoni e dei suoi pazienti, che chiedevano invano l’accessibilità alle cure , e ammetto, con un certo imbarazzo di poi, dettato dalla mia completa ignoranza in materia, di aver creduto alle immagini mostrate e alle parole sentite.

In breve: piccoli e grandi pazienti incurabilmente malati  si sottopongono alle cure del metodo sperimentale “Stamina”, definita “cura compassionevole” (ovvero a sperimentazione ancora non conclusa), presso gli Spedali Civili di Brescia.

I genitori stessi di alcuni di questi pazienti si rivolgono alle Iene in seguito ad uno stop giunto dal Ministero della Salute: inizia una battaglia infinita che a tratti sembra ridare speranza ai malati, i quali riescono ad accedere nuovamente alle cure, ma che si conclude definitivamente nel momento in cui il Ministro del Welfare Lorenzin sottopone il caso ad un gruppo di esperti in materia, i quali bocciano definitivamente il metodo.

I sit- in davanti al parlamento e l’indignazione generale per “quel manipolo di cattivi che ha fermato l’unica speranza rimasta”  certo non si fermano, almeno fino a quando la pressoché totalità della comunità scientifica nazionale e internazionale si dichiara apertamente contro quello che non ha nulla di un metodo scientifico.

Ripensando alla mia ingenuità iniziale, ho riflettuto sulle cause che mi hanno portata a fidarmi dei servizi delle Iene dedicate al metodo.

Innanzitutto, la più totale inconsapevolezza sia in ambito medico che in ambito scientifico. Questo è certo un fattore che rende quanto mai plasmabile a proprio favore l’opinione dei telespettatori e in generale l’opinione pubblica.

In secondo luogo, i toni gravosi di coloro che costruiscono e presentano il servizio: linguaggio rapido e fluente che non consente al telespettatore di recepire, elaborare ed eventualmente dubitare del contenuto dei servizi; domande incalzanti e accusatorie; insistenza nel chiedere spiegazioni; interlocutori non disposti a chiarimenti.  Caratteristiche, queste, che hanno fatto delle Iene un programma televisivo di una certa autorità mediatica.

Ma in questo caso, l’elemento forte è stato quello della pietas : bambini gravemente malati e privi di speranza, genitori combattivi pronti a tutto, gesti estremi per farsi ascoltare (come un malato che ha tentato davanti a Montecitorio di dissanguarsi, o un altro che si è fatto mettere in croce), il tutto contornato da melodie che ispirano tristezza e compassione, appunto, tanto da far si che il telespettatore si commuova e si immedesimi totalmente nei pazienti malati o nei loro genitori.

Ultimo, ma decisamente non ultimo, la lotta contro un politico, un’istituzione o il sistema Italia in generale: certo, il periodo non aiuta, così come non aiuta nemmeno la classe dirigente a cui siamo abituati ormai da oltre vent’anni, ma, comunque, i nemici da cui difendersi anche questa volta sono stati  lo Stato, il Ministero, la Ministra e la comunità scientifica; una malattia tutta italiana, per il qual male spero esista una cura, possibilmente efficace.

Guardando con occhi rinnovati le nuove puntate del programma le Iene, ho potuto riscontrare le stesse modalità di azione in moltissimi altri servizi.

Il consiglio, dunque, è quello di non lasciarsi ingannare da servizi televisivi costruiti ad hoc per pilotare l’opinione pubblica:  recepire tutto ciò che si guarda con spirito critico, cercare sempre nuove e più specifiche fonti di informazioni, analizzare il contenuto a mente lucida, evitando di farsi coinvolgere emotivamente, possono rappresentare piccole strategie per non cadere in servizi falsati e ingannatori,  perché  “fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio”, decisamente meglio.

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