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Proprio in occasione di un cineforum, mi è capitato di rivedere ieri sera un film classico, che immagino già tutti conosciate. Si tratta di “Amici Miei”, capolavoro della commedia all’italiana e celebre per molte scene cult, passate alla storia e depositate nella cultura popolare. Rispetto alla prima volta che lo vidi, la mia impressione è stata ancor più positiva; sono sinceramente convinto che si tratti di un opera straordinaria e vorrei provare a spiegare perché lo penso.

Vorrei partire da una considerazione: si sentono spesso motteggiare i cosiddetti cinepanettoni, stupidi, frivoli e senza alcun senso. E’ una “battaglia”, se così la si può definire, essenzialmente giusta: è comprensibile che ce la si prenda con film del genere, che puntano solo al successo al botteghino per poi scomparire da lì a breve. Senza che ne rimanga niente, senza che abbiano lasciato niente. Più dubbi, però, ho nei confronti delle alternative che si propongono a questo tipo di cinema; ho come l’impressione che la critica, giusta, a questo genere, rischi spesso di convertirsi in un elogio aprioristico di un cinema intellettualistico, pedante, noioso e che tende a prendersi troppo sul serio.

Si usa spesso, ma in realtà a torto, l’etichetta di “mattoni russi” a proposito. Credo sia un nomignolo ingeneroso dal momento che opere come “Ottobre”, “Solaris” ed altre sono senza dubbio lente, forse anche pesanti, ma indubbiamente d’effetto, forti e cariche di significati. Il problema, per dirlo in una parola, non è il cinema intellettuale, ma quello intellettualistico.

Non è insomma rinchiudendosi in torri d’avorio che il cinema può significare qualcosa, ma è sapendo veicolare al meglio i suoi messaggi, essendo in grado di divulgare, nella maniera più semplice ed essenziale, i suoi più alti contenuti. Quanto c’è di straordinario in larga parte del cinema italiano sta proprio in questa sua abilità: nel saper essere profondo, intelligente, ed anche, per così dire, esistenziale, senza però darlo a vedere, con leggerezza e autoironia. Monicelli è stato il campione di questo cinema: film come “Amici Miei” o “Parenti serpenti” hanno anzitutto quello che è forse il primo requisito che ogni opera cinematografica deve avere: si fanno vedere, sono frizzanti, divertenti e piacevoli. Penso sia difficile trovare chi non abbia riso di gusto vedendo la supercazzola del conte Mascetti, forse solo il figlio del Perozzi.

Ma sarebbe veramente superficiale credere che “Amici miei” sia tutto qui: come spesso accade con la commedia all’italiana, la risata non è mai completa, c’è sempre qualche elemento a smorzarla o a renderla più dubbiosa. Più che rasentare il tragico, come accade in un altro grande classico come “Il Sorpasso”, il tono del film di Monicelli ha piuttosto un che di agrodolce. Si ride e si scherza, ma ci si chiede se non si ha un po’ buttato la propria vita. I toni, i piani di lettura, si mescolano e si sovrappongono ed è alla fine che si fa strada l’elemento più tragico, quando l’allegra brigata, conclusa la sua zingarata, deve fare i conti con la morte, reale, dell’amico Perozzi. Al suo funerale le risate alle spalle del Righi fanno a presto a trasformarsi in un pianto.

Si tratta per certi versi di un film esistenziale, di un racconto che attraverso le risate mostra la vita, le gioie e i dolori di quattro amici. Ma nel farlo non è mai retorico, è divertente ma non smette di far pensare, allude ad un’idea e poi quasi la ritratta. Un film con più piani di lettura e tante idee, allusioni: poco prima di morire il Perozzi si chiede se non sia forse vero che non ha combinato nulla della sua vita. Ma neanche il tempo per lo spettatore di metabolizzare questa presa di coscienza che eccolo già lì a prendersi gioco del prete. Perché alla fine che importa essere qualcuno?

“Amici miei” prosegue sempre così, tra toni alti e bassi, tra riso e pianto, tra dolce e amaro, mette in luce profondissime vicende umane senza prendersi mai sul serio. Personalmente credo, senza voler sembrare provocatorio o volutamente sbeffeggiatore, che Monicelli sappia essere, in quanto autentico, molto più profondo e acuto del cosiddetto esistenzialismo. Riesce a farlo, per di più, senza parlare di eroi o di maledetti presunti poeti, ma di persone qualunque in cui tutti possiamo ritrovarci, di cinque pirla che cercano di vivere la loro vita. Mentre un libro, pur bello, com’è “Lo Straniero” di Camus, rischia di sembrare eccessivo e stereotipato, “Amici Miei” ci pone davanti a vite e vicende reali e concrete. Uno stile unico, che ha ancora moltissimo da dire, ovviamente con scappellamento a destra, per due.

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