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Non illudiamoci, siamo fottuti. I nostri padri non ci consegnano un bel mondo, la loro generazione ha perso. La nostra no. Noi non ci siamo neanche preoccupati di combattere. Il loro sogno è fallito. Non hanno cambiato il mondo come sognavano. Noi non siamo nemmeno capaci di sognare. Quello che vediamo esaurisce quello che sappiamo pensare, quello che sappiamo.

Dove è il problema?

Non ci preoccupano le disuguaglianze. La miseria non ci tocca. Abbiamo già troppi casini per conto nostro e siamo troppo comodi sui nostri divani per fare la fatica di allungare il naso, di vedere la città nella città. La città di chi dorme sui treni, delle puttane e dei loro papponi. La città dei migranti che nascondono a tutti anche a se stessi il loro passato. Hanno paura di essere espulsi, finiscono per impazzire. Noi questa città non la conosciamo, ci camminiamo sopra tutti i giorni ma non lo sappiamo. Figurarsi poi se ci preoccupiamo dei delle guerre, terremoti, carestie. Ne sappiamo giusto quel tanto che basta per lavarci la coscienza con un piccolo contributo in danaro. La domanda sul perché i poveri sono poveri non ci sfiora neppure. Non ci scandalizziamo davanti alla nostra ricchezza e alla miseria altrui.

Ma probabilmente non è neanche questa la catastrofe, non si tratta di essere santi, è che non siamo in grado di ampliare il nostro orizzonte al di là della quotidianità. Anzi non ci preoccupiamo neppure di capire quella. La mia insegnante di Greco passava per una rompicoglioni perché la mattina, durante l’appello osava chiedere a qualcuno perché fosse presente. Nessuno la capiva, le rispondevamo con la prima cazzata che ci passava per la testa. Nessuno la ascoltava quando diceva che la domanda successiva era perché ci alzavamo dal letto alla mattina, quale fosse il senso che attribuivamo ai nostri giorni.

È una domanda che abbiamo rinunciato a farci. Viviamo, ma in fondo non sappiamo perché, non sappiamo il perché delle nostre azioni. Perché studiamo, perché andiamo a ballare, perché desideriamo l’ultima novità tecnologica? Boh. Ci dicono di farlo, lo ripetono con tanta insistenza che alla fine ci adeguiamo, non vediamo altra alternativa. Crediamo, e non potremmo fare diversamente, che la felicità stia nello svago e negli acquisti, nel potere e nel prestigio sociale. Hegel lo chiamava il circolo del cattivo infinito, quello che costringe a un perenne stato di desiderio e di bisogno. Ma anche senza sì alta filosofia, basta immergersi nella tristezza degli occhi che si incontrano per strada per capire che qualcosa non va. Ma è un’altra cosa che non sappiamo fare. Facciamo gli stessi percorsi di chissà quanti altri ma non ne vediamo neppure le facce.

Rinunciamo a capire quel che ci succede, siamo incapaci di controllarlo. Viviamo di desideri di altri, inseguiamo le mete che ci hanno inculcato. Non sappiamo andare oltre. Ci hanno insegnato la modestia dei sogni. O meglio ci hanno mostrato che esiste un limite oltre il quale è folle sognare. Sono stati così bravi che non gli abbiamo chiesto neppure il perché. Così il sogno di uno è insieme il sogno di tutti e di nessuno e non è capace di ridisegnare le fondamenta della società, ma è costretto a costruirsi su quelle. Con quel mistico rispetto che si ha verso ciò che si crede immutabile.

Chi ci salva, ma ancora per poco sono tutti quelli che, per il periodo in cui sono vissuti, hanno fatto proprio, più o meno consciamente, il valore della persona umana, dell’uomo con le sue capacità e nelle sue relazioni. ­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­Ricco o povero non importa, basta che sia umano. Chi tra questi si mantiene giovane di spirito e non ha dimenticato – per stanchezza, interesse o vecchiaia – la sua educazione rappresenta quella mosca bianca che permette di intuire che un altro mondo, un’altra vita sono possibile.

Non illudiamoci, sono e saranno sempre di meno, sempre più stanchi, sempre più irrilevanti. La loro traccia si perde in mezzo a mille e più stimoli della vita contemporanea. Quelli che ne raccolgono l’eredità sono meno di quelli che la lasciano e già questi sono, oramai, una minoranza.

Alla fine rimarranno solo le voci delle televisioni e degli altoparlanti. Ripeteranno, come già fanno, le mille metamorfosi di una stessa verità che non sapremo più contestare.

È vero in Italia, dove fare politica è sempre più vendere un marchio più che discussione e diffusione di idee, dove si vende il fare, senza che qualcuno si interessi più del come fare e delle sue conseguenze. Leaderismo, populismo plebiscitario con annessa propaganda sono ormai la cifra della vecchia così come della “nuova” politica che hanno archiviato ogni riferimento ideale, e ogni diverso modus di agire in nome dell’efficienza e del successo. Un’Europa governata quasi interamente da partiti di centrodestra che poco si curano del disagio sociale, in cui sempre più seguito riscuote la destra estrema non fa molto sperare. Papa Francesco è l’unico a nuotare controcorrente.

Non ci sto. Non posso accettare, ma ogni azione sembra condannata all’irrilevanza, perché troppe sono le forze con verso contrario. Se ci si spinge un po’più in là, se si osa progettare in grande, tanti sono i vincoli, tante sono le pratiche da affrontare, che le energie si perdono nel tentativo di un compromesso col mondo, e si corre il rischio che si corrompano anche le migliori intenzioni. Si rischia di accettare mezzi che snaturano il fine. Si rischia, nella foga delle tante cose da fare, di non trovare il tempo per ricordarsi il perché del progetto e di procedere così solo per sterile inerzia.

Forse l’unica cosa che resta fare è cercare con tutte le forze di esser noi stessi, abbandonare ogni progetto per coltivare fino in fondo quello che siamo. Cercare di vivere e stare bene con noi stessi, che poi è, forse, l’unico modo per poter dare un piccolo aiuto a chi ci sta intorno. Diffondere un idea, farla circolare in modo che raggiunga il più persone possibile è uno sforzo in definitiva vano. È aggiungere un’informazione a quel mare di dati che ci passa addosso tutti i giorni, senza lasciare traccia. Forse solo in un rapporto sincero e frequente si può sperare di salvare qualcosa, o almeno i compagni e noi. È poco, ma di più non so.

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