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Le istituzioni internazionali, secondo le teorie idealiste e poi dell’istituzionalismo liberale, che sono state diverse correnti di pensiero della disciplina delle relazioni internazionali, sono state create per far fronte ad un’esigenza di organizzazione dell’ordine fra gli Stati che compongono la Comunità Internazionale. La prima scuola di pensiero si sviluppò alla fine della Prima Guerra Mondiale e il suo scopo era quello di estirpare l’eventualità della guerra, la cui causa era individuata dagli idealisti nel carattere, per eccellenza, della politica internazionale: l’anarchia, ovvero la mancanza di un Leviatano mondiale che fosse in grado di monopolizzare l’uso della violenza legittima su scala mondiale, tra gli Stati.

La prospettiva dell’”istituzionalismo liberale”, nata negli anni Settanta, fa delle istituzioni internazionali la soluzione a tutti i problemi posti dall’ordine internazionale, una volta che lo Stato che ha più contribuito a porlo, entra in declino. In sostanza, anche se i problemi sono diversi a causa del mutato contesto storico, essi derivano dall’anarchia tra gli Stati, in cui a prevalere è il più forte sui più deboli, ed è per cercare di far fronte alle conseguenze negative di questo principio ordinativo che fu creata, per prima, la Società delle Nazioni alla fine della Prima Guerra Mondiale.

In una guerra di tutti contro tutti, chiunque abbia qualcosa da difendere, si arma. Ciò non vuol dire che tutti si armano solo per difendersi: lo fanno anche per depredare e acquisire ciò che non si ha naturalmente per avere più sicurezza possibile. Per procurarsi la sicurezza, c’è un forte incentivo a formare delle alleanze, nel contesto internazionale, tra Stati. Inoltre, ogni attore è incerto sulle intenzioni altrui, non sa con certezza se siano aggressive e pacifiche: per arginare il problema, le istituzioni internazionali nascono anche come agenzie alla quale rivolgersi in caso di minacce, facilitando la collaborazione tra gli Stati.  Perciò, le istituzioni internazionali, dal momento che sono delle agenzie a cui vengono conferite competenze e poteri dagli Stati, dovrebbero creare le condizioni di pace e cooperazione fra gli stati: ridurrebbero l’incertezza sulle intenzioni altrui, abituando i soggetti coinvolti a conoscersi e permettendo lo scambio di informazioni sulle reciproche preferenze e paure, creerebbero un terreno fertile in cui accordarsi è più facile.

Periodicamente, però, queste invenzioni dell’uomo subiscono gravi perdite di credibilità,  provocate dal mancato raggiungimento degli obiettivi di interesse internazionale, da un’inefficace azione preventiva ai problemi o da una visibile paralisi e impotenza davanti a questi. Inoltre, ci si accorge che all’interno di queste istituzioni non fanno altro che riproporsi le disuguaglianze di potere fra i singoli Stati, a causa delle logiche di organizzazione che sono quanto mai lontane dal riconoscere la parità fra gli Stati.  Per esempio, Il Fondo Monetario Internazionale, che si occupa di garantire la stabilità del mercato finanziario globale, non è stato in grado di prevenire la crisi economica del 2007-08. Inoltre, il Consiglio di Amministrazione del FMI, l’organo operativo, è composto da 24 direttori esecutivi, di cui 8 rappresentano i propri Paesi, e gli altri 16 fanno le veci di gruppi di Paesi. Essi eleggono il Direttore Generale in base ad un sistema per cui il peso dei voti è commisurato alle quote di denaro versate per l’esistenza del FMI: in questo modo, nelle decisioni a maggioranza qualificata, gli USA hanno potere di veto per il loro peso.

Perciò non è raro che le Nazioni Unite, come il FMI e non di meno l’Unione Europea, spesso vengano facilmente additate come superflue e dannose istituzioni, che fanno sempre l’interesse del più forte, mentre impoveriscono ulteriormente l’individuo in difficoltà. Se nelle Nazioni Unite la situazione non è nuova, per quanto riguarda l’Unione Europea è solo da pochi anni che sono nati movimenti antieuropeisti, in questo momento particolarmente feroci nei confronti della posizione egemonica, a loro detta, della Germania, nei confronti di tutti gli altri Stati membri. Bisognerebbe chiedersi se effettivamente la presenza di istituzioni di questo tipo servano. La mia risposta è convintamente positiva: il loro compito è quello di dare garanzie al cittadino. Gli Stati sovrani, nel momento in cui decidono di rinunciare ad alcune delle loro prerogative, creando organizzazioni internazionali, danno una spinta all’emergere di nuovi valori collettivi: il divieto dell’uso della forza tra Stati, la tutela dei diritti umani, l’accertamento delle punizioni ai crimini internazionali e l’attenzione, per esempio, all’ambiente, ai cambiamenti climatici e alla biodiversità. E’ necessario però che esse diventino sempre più efficaci: per questo, le organizzazioni internazionali devono ripensarsi e abbandonare il proprio aspetto di specchio di un contesto storico passato. Per essere efficienti, dovrebbero essere istituzioni elastiche, in grado di comprendere il contesto in cui vigono e non nascondere dietro interessi privati la disuguaglianza di potere fra gli Stati con l’ausilio di strutture gerarchiche antidiluviane.

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