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11 Gennaio 2014

Giungiamo in Piazza Duomo intorno a mezzanotte. Lo scenario che ci si presenta davanti è al contempo surreale e invitante: le gradinate che conduco al Duomo sono, infatti, occupate da individui di ogni forma, colore e età che imbracciano uno strumento, chi una chitarra, chi un tamburello, chi delle semplici bottiglie di vetro, e in una più o meno armoniosa sincronizzazione, animano la serata a ritmo de André.

È l’anniversario della morte del Grandissimo Cantautore, che riprende letteralmente vita in una Piazza sempre più surriscaldata da voci, da vicinanza umana e da vinello da strada: se il freddo invernale c’era, noi non ce ne siamo accorti.

Come in tutte le migliori serate, non c’è palinsesto, chi urla di più l’ha vinta : “Bocca di rosa!!” “ Il Bombarolo!” “No No, Per i tuoi larghi occhi!”, “ Datemi della eroina e un laccio emostatico, allora”, replica qualcuno.

E così, di volta in volta, prendono vita i personaggi dell’universo di De André: appaiano così reali e vicini che quasi li puoi toccare e ti sembra, allora, di  andar lontano e vedere quella bambina in Via del Campo e di riconoscere in qualcuna quella Bocca di rosa che “..lo faceva per passione”.

Difficile far emergere su carta le tante emozioni provate, il canto e con esso il ballo hanno un non so che di ancestrale che rimanda a tempi lontani, una moderna danza intorno ad un falò.

Eppure, tra un accordo e l’altro, una riflessione a mente lucida è scaturita: come può la musica essere un collante così potente tanto da unire generazioni che ad oggi appaiono così distanti?

In un momento intrigato come quello che stiamo vivendo, il confitto generazionale tocca un apice che appare essere irreversibile: i nostri padri hanno sacrificato tutto per noi, compreso il nostro futuro. Come poter dare torto a questa affermazione?  E tuttavia in una serata come quella di sabato, nessuno era di troppo.

Si, perché i giovani sono diventati meno giovani e i meno giovani, di nuovo giovani.

Nessuna rottamazione, dunque, ma tutti i saperi sono stati indispensabili per la riuscita di una magica serata: i giovani hanno apportano energie sonore e tecnicismi nuovi, mentre i “saggi” hanno riempito di significato quelle parole che a noi ventenni spensierati dicono ancora troppo poco.

Possibile che la musica riesca là dove la politica e la società tutta non sono in grado di fare?  A quanto pare si.

Che non sia un Paese per giovani, il nostro, è cosa, ahimè, risaputa, ma a sorpresa, questo non è neppure un paese per vecchi: se i primi sono costretti alla fuga da un mondo del lavoro incapace di rigenerarsi e trarre beneficio da nuove menti, i secondi sono, invece, costretti alla fuga “in casa” (e con essi, tutti i loro saperi), privati di qualsiasi spazio di azione, considerati un peso per il sistema socio-sanitario.

Non ho certo una ricetta copia-incolla per questa impasse generazionale a cui l’Italia sembra (ir)rimediabilmente destinata e da cui,con ogni probabilità, dipende la crisi che stiamo vivendo, ma se solo si riuscisse a trovare un’armonia generazionale come quella di sabato sera, probabilmente ne nascerebbe un coro meravigliosamente potente.

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One thought on “Collante Generazionale

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