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Il mondo che viviamo, la realtà e il pensiero che ci circondano sono spesso attraversati da grandi antinomie. Di queste contraddizioni la più grande, forse, è quella cosiddetta fra teoria e pratica: fra pensiero astratto e realizzazioni concrete. Più che argomentando, sono alcuni personaggi storici a smentire la validità di questa analisi. Chiaro esempio di spirito al contempo teoretico e attivo è stato il filosofo torinese Norberto Bobbio, scomparso dieci anni fa, il 9 gennaio del 2004. Testimone di pressoché l’intera storia italiana del Novecento, Bobbio è stato un acuto osservatore, interprete ed analista del mondo a lui contemporaneo. “Uomo del dubbio” amava farsi chiamare; è stato a lungo la coscienza critica della sinistra italiana, dapprima iscritto al Partito d’Azione, fu in seguito un importante intellettuale di riferimento per il Partito Socialista Italiano.

Di Bobbio si potrebbe dire probabilmente tanto, tantissimo; ma cercherò di essere il più possibile sintetico, provando a limitarmi a dire che cosa, credo, renda così valida la sua opera e cosa abbia fatto sì che in questi dieci anni si sentisse la sua mancanza nel dibattito pubblico italiano. In sintesi, credo che egli riunisse due virtù che raramente si accompagnano: un profondo spirito analitico, una grande passione per le distinzioni e la precisione concettuale ad una grande chiarezza, una pulizia di stile ed una straordinaria limpidezza argomentativa. Un uomo al contempo teorico e pratico, per l’appunto, in grado di rendere concreta la sua profonda elaborazione concettuale: sia sapendo rendere accessibile ai più il suo pensiero, sia mettendosi in gioco egli stesso nell’agone politico. Bobbio fu infine un uomo come tutti, che, più di altri, seppe riconoscere, ammettere e condannare i suoi stessi errori; si pensi in particolare alla questione del suo iniziale “afascismo“.

Ma nel ricordare un tale pensatore sarebbe veramente ridicolo volerlo semplicemente celebrare o innalzare. Nei confronti di un “uomo del dubbio” come Bobbio non c’è cosa migliore da fare se non quella di cimentarsi in una lettura sincera, interessata ma critica della sua sterminata opera. Editorialista a lungo tempo per “La Stampa”, i suoi testi più noti sono in particolare alcuni saggi. Uno su tutti, per fama, importanza e lucidità è “Destra e Sinistra“, che pubblicò nel 1994, dopo la fine della Prima Repubblica e poco prima delle elezioni che avrebbero visto Berlusconi vincitore.

Vorrei allora provare a spendere qualche riga su questo densissimo libricino, confidando nel fatto che non ci sia modo migliore di tener vivo il ricordo e la memoria di un così grande autore se non leggendolo, discutendolo e confrontandosi con lui. “Destra e Sinistra” vedeva alla luce in una fase di grande travaglio per la sinistra (non solo italiana): la caduta del muro di Berlino e il crollo dell’Unione Sovietica significarono molto per tutte quelle forze politiche che, chi più chi meno, si erano sempre ad essa richiamate. E’ in un contesto di questo tipo che molti affermano di ritenere completamente superata la vecchia dicotomia destra-sinistra, ormai resa obsoleta dalla fine dell’ideologia marxista-leninista.

Lo scopo del lavoro di Bobbio è dunque quello di ribadire tale distinzione. Prendendo posizione in questo fervido dibattito egli si schiera, convinto che esistano ancora elementi che permettano di individuare una destra e una sinistra. Dopo aver esaminato diversi possibili “candidati” che assumessero il ruolo di elemento discriminate, si rivolge infine al concetto di eguaglianza come a quello dirimente. Se di sinistra sono tutte quelle posizione che tendono a negare le diseguaglianze o a ritenerle secondarie; le posizioni di destra sono quelle che non hanno timore di affermarle e farle valere. Certo, dice Bobbio giustamente e con la sua consueta precisione, si tratterà di capire di quale eguaglianza si parla: tra chi, in che cosa e in base a quale criterio.

Tuttavia, la mia impressione è che, nonostante la grande limpidezza e pulizia d’analisi, il lavoro di Bobbio soffri di una fisiologica imprecisione. E’ un problema naturale, in quanto dipende proprio da quei due concetti di “destra” e “sinistra” che egli va a descrivere e che sembrerebbero fumosi, poco chiari e difficilmente definibili. Il prezzo che Bobbio paga si avverte in un eccesso di schematicità: benché sottolinei come l’ambito politico sia governato da numerose opposizioni, quella destra/sinistra è per lui riconducibile esclusivamente ad un diverso atteggiamento nei confronti dell’eguaglianza. Da qui segue l’analisi che in “Destra e Sinistra” viene fatta del concetto di libertà: essa permette di distinguere una destra e una sinistra estreme da una destra e una sinistra moderate. Così facendo però il grande tema della libertà è del tutto ricondotto al problema del diverso atteggiamento nei confronti della democrazia, a un problema cioé di “metodo”, alla questione delle diverse valutazioni rispetto ai mezzi con cui raggiungere i rispettivi fini.

Ecco, pur riconoscendo la grande validità di questo scritto e del rispettivo autore mi pare che qui si celi un vistoso problema. Il tema della libertà non è affatto considerabile soltanto come problema di metodo; si tratta anche di una questione di sostanza, di contenuti. Ed è per la stessa ragione che trovo, in parte, più forte e convincente l’elaborazione che del “Socialismo liberale” hanno dato autori come Rosselli e Calogero, più attenti a considerare la libertà nei suoi molteplici significati e non soltanto rispetto al problema metodologico. Con questo, infine, non si tratta affatto di squalificare l’analisi di Bobbio, si tratta però di avvertire l’esigenza di integrarla. Nel suo sforzo di ribadire e affermare la validità di concetti quali destra e sinistra era forse inevitabile che egli si spingesse ad un eccessivo schematismo. E’ difficile però ricondurre questi termini ad una definizione precisa, tanto numerosi e intricati fra loro sono i valori che associamo all’una o all’altra parte. Nell’ampliare il nostro orizzonte è allora necessario ampliare anche il concetto di libertà. Il Socialismo liberale di conseguenza non rappresenta un modo moderato di affermare l’eguaglianza, ma può essere letto, oggi, come un tentativo di conciliare valori opposti ma irriducibili, che al contempo e con uguale diritto popolano il campo di quella che siamo soliti chiamare sinistra.

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One thought on “L’uomo del dubbio

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