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“Ah, di questo film mi è piaciuto solo il finale!” – “E perché?” – “Perché finalmente il film finisce.” La battutaccia è classica, il riso oramai un poco meno, ma penso sia un buon modo per far partire questo piccolo excursus sulle nostre considerazioni riguardo a un tema altrimenti un poco più macabro: la fine. In particolare, parleremo della fine come uno dei momenti fondamentali per qualunque narrazione. È la fine a dare quel tocco di soddisfazione / insoddisfazione che insaporisce tutta l’opera. C’è poi fine e fine: fine di una parte, di un episodio, fine di una saga … A ognuna di queste spetta una costruzione adeguata; ed ecco comparire finali aperti, finali compatti, cliffhanger e chi più ne ha più ne metta. Per ragioni di spazio, oggi vorrei parlare solo di un tipo di finale, forse il mio preferito, quello che mi ha dato l’idea per scrivere questo articolo. Il finale sintetico, meglio descrivibile in termini certamente non tecnici anche come finale sovraffollato.

end

Perché sintetico e sovraffollato? Ebbene, sintetico perché presenta in sé tutti gli elementi che sono stati sparsi durante tutto il racconto che si sta concludendo; sovraffollato perché, nello specifico, gli elementi che preferisco vedere tutti riuniti al termine di una storia sono proprio i suoi personaggi. Il caso più emblematico, che mi ha fatto notare questa mia passione per il ritorno collettivo dei protagonisti di cui ho seguito le vicende, è il finale del primo atto della trasposizione cinematografica del musical Les Miserables (regia di Tom Hooper, 2012), tutto cantato sulle note del brano One day more. Questa parte del film non è però esaltante solo per il semplice riveder comparire nella stessa scena tutti i maggiori personaggi dell’epopea ideata da Victor Hugo (dall’integerrimo Jean Valjean, all’intrepido Marius, sino all’instancabile ispettore Javert), bensì per il sentire uniti nella stessa melodia i loro corrispettivi temi musicali fino ad allora ascoltati in momenti separati di tutta l’opera. È proprio questo far sintesi tra i diversi elementi che mi ha colpito e mi ha fatto intuire che fosse proprio quello l’elemento ideale per concludere l’atto.

A conferma di questa possibile intuizione c’è anche il finale del secondo e ultimo atto de Les Miserables a far tornare in mente questa idea della “riunione di famiglia” tra i protagonisti della storia; assistito da Marius e Cosette, Jean Valjean muore e la sua anima è trasportata da quella di Fantine in un paradiso di barricate su cui svettano tutti coloro che, nel corso delle peripezie rivoluzionarie sinora raccontate, avevano trovato la morte … Javert escluso. Ciò è però poco rilevante; l’intensità di un altro brano musicale, Do you hear the people sing?, corona il momento e, di fronte al volto esultante dei caduti, strappa qualche lacrima.

Anche nella celeberrima trilogia cinematografica de Il Signore degli Anelli (giusto perché i propri riferimenti culturali alla fine ritornano) sembra presentarsi a scaglioni questa situazione. Dal risveglio di Frodo nelle Case di Guarigione di Minas Tirith, le riunioni si susseguono; gli otto membri superstiti della Compagnia dell’Anello, gli innamorati Aragorn e Arwen, i sire di tutta la Terra di Mezzo … sino all’incontro con il caro e vecchio zio Bilbo e i portatori dei tre Anelli degli Elfi, che salutano per sempre le sponde ad est del mare e si dirigono a Valinor, imbarcando con sé l’eroico portatore dell’Anello, tra gli abbracci e gli addii dei suoi più stretti amici.

La riunione di tutti i personaggi, in questi ultimi due casi, sembra ammiccare ad una fine ben più grande, che va oltre quella della semplice narrazione. Allusa è infatti la dimensione della fine della vita stessa, indicando con il proprio finale l’aldilà, il paradiso dopo la morte, lebianche sponde con un verde paesaggio, sotto una lesta aurora” tanto care allo stregone Gandalf e capaci di rincuorare uno sconfortato hobbit di fronte alla strabordante forza del Male. Credo che il finale sintetico o sovraffollato sia infatti tanto affascinante proprio perché riprende una struttura dell’immaginario comune ben più forte: il giudizio universale di matrice cristiana, sia esso inteso come un generico e astratto “dopo la morte”, o come il culmine teleologico della Storia con la “S” maiuscola. Non a caso nell’iconografia le rappresentazioni del Cristo Giudice sono sempre coronate da una folla immensa, tra cui fanno capolino tutti i santi possibili, dagli apostoli ai martiri, sino ai dottori della Chiesa, per nulla contemporanei a Gesù e ai suoi compagni di ministero, come se ci fosse una sorta di estasi per il fedele nel rivedere riuniti i propri eroi tanto venerati.

Una simile costruzione, sebbene largamente discutibile nel suo essere vera, risulta sicuramente bella e armonica proprio in base a questo principio di sintesi e riunificazione, ben rappresentato dal ritrovarsi di differenti persone nello stesso “luogo” alla fine di una vicenda che, sebbene vista da punti diversi, è poi una sola. Ciò è possibile per uno degli aspetti fondamentali della logica mito-religiosa; la vita del fedele diventa infatti la narrazione della vita stessa, e una narrazione ha sempre bisogno di un buon finale. Forse è però soltanto in quest’ottica di “conclusione collettiva” che possiamo guardare al termine di ogni cosa e pensare: “Beh … non è così male!”

Michelangelo,_Giudizio_Universale_02

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