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Srebrenica. Luglio 1995. 8000 morti. Genocidio.

Le truppe della repubblica Srpska del generale Mladic conquistano la città bosniaca di Srebrenica, obbiettivo: riunire il territorio bosniaco a maggioranza serba al confine con la Serbia, ma Srebrenica è a maggioranza di bosniaci mussulmani. Soluzione: pulizia etnica.

Memoria. Fare memoria. Ricordare che la fine di Aushwitz non è per sempre. Siamo, e saremo sempre, capaci di far rinascere l’orrore. A Sarajevo ci provano con un museo fotografico. Raccoglie le immagini della esumazione dei cadaveri del massacro dalle fosse comuni, delle procedure di riconoscimento e della successiva sepoltura nel cimitero che raccoglie le vittime di quei giorni. Un video racconta sommariamente quanto successo.

Ho visitato quel museo e sono reso conto, sgomento, che quasi tutto quel che vedevo mi passava sopra senza lasciare traccia, che se avessi dovuto descrivere in quel momento il mio stato d’animo, indifferenza sarebbe stata la parola giusta. Nulla aveva turbato il mio animo, nulla del racconto di una strage era stato capace di emozionarmi. La domanda su come fosse possibile bruciava, esigeva  una risposta. Non è vero che non me ne fregava nulla, ma allo stesso tempo non ero in alcun modo mosso da quanto avevo visto.

Mi sono trovato a pensare che le fotografie dicevano poco della strage. Un teschio è un teschio, il destino di tutti. Non porta con sé il perché della morte, solo una fine comune. Senza le didascalie lo si potrebbe immaginare ritrovato in un campo qualunque. Per lunghe file di bare e per tutti gli oggetti tornati alla luce coi corpi, in fondo, è lo stesso. Sono immagini che si ripetono ad ogni ecatombe, non importa la causa. Ma non è la morte l’oggetto del ricordo. Si fa memoria delle cause, si cerca di incidere l’assurdo dolore che la ha accompagnata.

La fotografia ha la forza di essere una prova, di poter dimostrare quello che è stato. L’essere costretti ad accettare quello in cui non si vuole credere dà concretezza ai racconti, rende in un unico momento vera e reale ogni immagine mentale costruitasi attorno a quelle storie. Sconvolge. Una fotografia può muovere coscienze, modificare il corso della storia.

Tutto cambia, però, quando non ci sono censure o scetticismi da superare, quando lo spettatore sa quello che è stato o  è pacificamente disposto ad accettarlo. Il problema in questi casi è tutto racchiuso nel “pacificamente”, nella possibilità che chi guarda abbia una conoscenza razionale ma non emotiva, che conosca la storia ma non si commuova al suo racconto. Che non sia in grado di calarsi nei panni di chi la ha vissuta, solo antidoto al diffondersi di nuovi razzismi e nuove idee di sterminio, primo scopo della divulgazione. È il riconoscere l’essere uguali per il comune soffrire che permette di rendere inaccettabili l’odio e il massacro come soluzione alla propria paura e ai propri problemi. Una consapevolezza che sottrae spazio a chi cerca di influenzare le masse sfruttando le sue risposte istintuali, di pancia. Un ostacolo a che la storia si ripeta.

La fotografia-documento in questo caso non aiuta. Anzi, può portare a quell’effetto di saturazione che deriva dalla continua ripetizione del già saputo (Quanti rinunciano a mantenere viva la memoria, con la presunzione che si tratti di cose già e per sempre sapute? Quanti sono così saturi da non essere più toccati da quello che vedono e si avviano così a dimenticare?). Ritrarre cose e non uomini, non lascia troppo spazio all’immaginazione. In ogni comunicazione minori sono gli elementi forniti, più spazio sarà lasciato alla fantasia del destinatario – ognuno ha un suo Achille e un suo Odisseo, Idiana Johns e Jack Sparrow sono gli stessi per tutti. Nello spazio creativo che rimane allo spettatore sta la possibilità che si immedesimi, che si emozioni, che in lui rimanga una traccia. Da questo punto di vista l’arte non figurativa offre maggiori possibilità, può evocare luoghi e situazioni senza vincolarli a nessuna forma precisa, rende più attivo lo spettatore, capace di riempire a piacere i vuoti lasciati. Quella figurativa, che definisce spesso ogni dettaglio, sfrutta, invece, la sua immediatezza. La figura di un dramma si impone in un attimo, produce i suoi effetti prima che sia possibile elaborarla razionalmente e riesce così ad essere efficace. Ma una fotografia scattata a posteriori parla di un evento in maniera mediata, incapace di rappresentarlo per quello che era, cerca di evocarlo attraverso le sue tracce. Gli oggetti che ritrae sono, però, anonimi, statici, non sanno da soli di mostrare la vita col suo dinamismo e i suoi drammi. Rimangono muti oggetti tra i tanti, povero è l’aiuto di una didascalia. La fotografia che mette a fuoco il suo oggetto ha una scarsa forza allegorica perché definisce tutti i dettagli e così poco può correre l’immaginazione. La foto di un teschio non rimanda a nient’altro, non riesce a trasformarsi, negli occhi di chi la guarda, in quella di un uomo che attende bendato e percosso un ultima pallottola e magari la invoca.

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