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Małopolska, la regione di Cracovia, significa piccola Polonia. Piccola e tenera come una bambina, grande come un mondo intero. Ma quel mało, a un italiano, rievoca anche un altro senso: quello che sta sepolto sotto una terra nera.

C’era rosso, rosso come un goulasch che infuoca lo stomaco di paprika e pomodoro, che scalda e sazia e disseta per un inverno intero; c’erano distese di amore sommerso, nelle risate dei nidi, negli antri bui e ubriachi, nei visi tondi delle suore, nei gialli e bianchi radi delle betulle – un po’ nude su quella terra nera.

C’era amore sfasciato persino in quelle latte rumorose che zoppicavano sui binari, rosse un po’ scrostate, sempre austere, ma con un cuore in caldaia. Questo amore ha problemi di connessione. E’ isolato, spalmato in piccoli nei, su ettari ed ettari di terra nera. Bisognerebbe prendere una mappa, girare a piedi per boschi saltando fossi, e segnarli tutti, creando poi una rete fittissima di collegamenti ideali; e cercarli tutti quei contadini, quei bambini coi piedi bagnati, entrare nelle loro case e annunciare che non sono soli.

La terra non è piatta. Respira, fradicia, sollevata a zolle da piogge torrenziali; atterra tutto il male della storia, si rende sempre più difficile da domare, da calpestare, da spostare: sprofonda tutto in un gorgo nero, così vivo da far paura.

Gli occhi correvano sulla distesa desolata, intervallata solo da qualche periferia grigia, abitata da relitti sovietici. Il treno era lentissimo, vuoto; lentissimamente vuoto.

L’attrito tra la terra impregnata di sangue rappreso e il calore umano che scorre, vivo, negli arti massicci delle donne, nelle spalle larghissime degli uomini, genera inquietudine. Affezione sconfinata, tenerezza tangibile. E angoscia, con quella patina periferica e triste, statica, post-comunista, che avvolge un po’ tutti gli ex stati satellite. Un velo di inquietudine azzurro sporco, che sbuca dagli spiragli della coltre di nubi bianche.

In Polonia è come se tutti sapessero vivere molto più di te. Come se niente avesse mai perdonato nulla, come se tutto fosse grave e impenetrabile, per cui gli scontri frontali hanno cresciuto braccia forti, cuori grandi e umili, dalle pareti spesse, ben protetti dal freddo. Quanto è difficile la Polonia. Difficile cantare una preghiera abbastanza bella per Dio, difficili i segni diacritici dell’alfabeto, i sette casi della grammatica, scolarsi la wodka senza vomitare, sopravvivere alla pioggia gelida, apprezzare le zuppe di barbabietola, restare in piedi su quella terra. Bello e difficile come l’irraggiungibile soffitto rosso e stellato di una cattedrale.

Il treno era davvero vuoto. Il calore umano stava solo sui vetri, in forma di vapore; una coca-cola di McDonald’s abbandonata, un uomo addormentato, una valigia sfasciata. Un paio di suore col trolley scese in una stazione fantasma, una coppietta allucinata. Vuoto.

11 złoty a cranio per andare al cuore d’Europa, al centro del mondo, all’origine di un male enorme. Un nodo nero di cui siamo figli, impigliato in tutte le nostre coscienze, che non possiamo ignorare. Un gorgo che trasuda fantasmi, grida, male. Un gorgo eterno che chi vive lì affronta tutti i giorni, sotto un cielo grigio e su una terra nera, tra una zuppa e un malinconico vibrato sul violino – facendo valere il proprio diritto alla vita e alla felicità.

Tutti i treni portano ad Oświęcim. Da tutta Europa, ci ripetevano. Ad Oświęcim. Nulla in provincia di nulla, ma dove la parola amore ha il suono più dolce del mondo – miłością.

Stavamo per rompere il contenitore di stoccaggio radioattivo di Pandora. Un trauma emotivo, anticipato da silenzio e angoscia, per spogliarci di imbottiture, foderature, estetismi di un corpo debole incapace di resistere ai colpi in pancia.

L’inquietudine prese il sopravvento. Due ore di pensieri fittissimi e poi il capolinea, quello che i tedeschi ottant’anni fa avevano chiamato Auschwitz. Auschwitz.

In stazione, nella stasi generale, mi consegnarono l’autorizzazione ufficiale ad avere un po’ paura.

Silenzio di vetro, poi due km a piedi fino a Birkenau, seguendo i binari asfaltati dall’autostrada o dall’erba secca, spelando mandarini, mangiando senza dire una parola. Villette con giardino vuote, vuote, vuote. Strade vuote. Un nodo autostradale enorme da scavalcare quasi senza macchine. Lo stomaco si stringe. Una torre. E poi basta.

Un grazie speciale ad Arianna e Jacopo per l’aiuto nella scelta delle foto.

Foto (qui sotto) e testo di Eleonora Sacco

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