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… queste sono le ultime parole di Bilbo Baggins alla fine de Lo Hobbit – la desolazione di Smaug, film del neozelandese Peter Jackson (PJ nelle abbreviazioni sul web) uscito questo dicembre nelle sale cinematografiche di tutto il mondo. Vorrei tanto sperare che queste parole siano una presa di coscienza del celebre regista riguardo al proprio lavoro; La desolazione di Smaug è infatti un film che delude più che altro sul lato narrativo, aspetto che risente soprattutto delle copiose aggiunte male incastrate da parte degli sceneggiatori (PJ incluso) e che snaturano completamente l’opera originale di J.R.R. Tolkien. Se qualcuno ha già avuto modo di leggere altri articoli da me pubblicati in questo blog [*] riguardo all’indipendenza della materia delle opere letterarie dai propri autori, potrà rimanere alquanto basito da questa mia affermazione. Sembrerebbe che io abbia legittimato con le mie parole il nostro PJ a scompigliare in toto l’opera del celebre linguista inglese e che quindi ora debba tacere e accettare con rassegnazione, nonché una buona dose di pugni masochistici in pancia, la conseguenze delle mie posizioni in materia. Siccome l’onestà intellettuale è cosa seria, direi di procedere con ordine.

Nei miei precedenti articoli ho sempre sottolineato come sia naturale per la materia narrativa essere ripresa e manipolata a proprio piacimento dai posteri a cui è consegnata; ricordiamo gli esempi proposti dall’epica o dai grandi classici ottocenteschi, che subiscono ogni alterazione alla propria trama, o di estrapolazione dei propri elementi, pur di essere adattati al contesto più attuale. Ciononostante, su che base posso allora lamentarmi de La Desolazione di Smaug, dopo aver tanto elogiato questo aspetto? Fortuna per me, non ho mai detto che una rielaborazione, per quanto legittima, sia allora da accettare come valida in quanto rielaborazione. Perciò la mia posizione non mi può impedire di ritenere il film di cui tanto ho finora parlato una pessima rielaborazione e, ancor prima, una pessima narrazione.

Pessima non in quanto si distacchi dalla trama del libro; nella precedente opera filmica di PJ, Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato, avevo anzi trovato il perfetto esempio di buona rielaborazione narrativa, perciò la mia non è una critica da purista tolkieniano, come qualcuno potrebbe credere, ma legata ad aspetti più costitutivi del raccontare stesso. Per quanto mi riguarda, perciò, La Desolazione di Smaug manca di unità con la propria prima parte; non ritrova la familiarità con i propri personaggi, perde quella “lentezza” (lentezza, poi … ma qualcuno si è mai guardato un film russo, prima di definire Un viaggio inaspettato un film lento!?) che l’aveva tanto caratterizzata; smarrisce quasi ogni parentesi poetica nel riprendere i racconti “a bordo pagina” del linguista inglese, sovrapponendogli letture del tutto nuove, e a questi preferisce lunghe sequenze di azione inesistenti per le quali, come diceva qualcuno dei miei amici, sarebbe stato meglio prendersi una bella consolle, un videogioco de Il Signore degli Anelli, e il più dell’esaltazione era fatto. Oltretutto, fa scadere l’iperbole fiabesca, che era riuscita a comunque a convincere nella prima parte, nella parodia dell’epica più imbarazzante che si possa concepire. Insomma … all’opera di Tolkien, PJ sovrappone solo tanto chiasso e soffoca l’opera stessa, invece che farla respirare e ampliare con la propria arte. Crea non semplicemente un’altra narrazione della storia, bensì racconta proprio un’altra storia. Il risultato è dunque che, guardando Lo Hobbit – La desolazione di Smaug, io non riconosca come oggetto del racconto Lo Hobbit, che sia quello di Tolkien o quello precedente dello stesso PJ, ma … chissà cos’altro! Un buco nell’acqua, perciò, a mio parere.

Stacchiamoci però da queste considerazioni particolari e torniamo al discorso principale: possiamo legittimare la rielaborazione delle opere narrative pagando il prezzo di tanta delusione? Beh, la mia considerazione personale è che, sì, si può fare. Se La Desolazione di Smaug sarà il nostro esempio di pessima rielaborazione, servirà a ricordarci che non tutte le ciambelle escono con il buco. Servirà però anche a pensare che, a prescindere dalle nostre considerazioni teoriche, l’ultima parola sui lavori artistici non l’avranno le nostre posizioni poetiche, ma il fatto di trovarci di fronte a un bel lavoro o meno. So che questo argomento richiederebbe non frasi ad effetto, ma trattazioni intere a sé stanti; tuttavia il blog ha i suoi spazi minuti, perciò riterrei inopportuno dilungarsi oltre in questa sede. Ciò detto, non smettete di uscire dal seminato delle storie che incontrate, rielaborate pure le materie narrative con cui entrate in contatto. D’altronde, le pessime narrazioni possono sorgere anche da elementi puramente inventati, a garanzia che il “male” non sta nel modo in cui creiamo storie, ma in qualcos’altro che le riguarda.

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* 1) Gandalf, quando mai incontreremo un cavaliere Jedi? / 2) Bello, ma era meglio il libro …

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4 thoughts on ““Che cosa abbiamo fatto?” …

  1. A me hanno fatto schifo sia il primo che il secondo capitolo, i personaggi sono fintissimi, recitano da cani. In più i nani non sono neanche bassi, li inquadrano sempre a metà per farli sembrare tozzi ma si vede benissimo che sono persone normali e ben proporzionate. La trama lasciamo stare, cosa se ne fa un drago di un tesoro? L’elfa che si innamora del nano perchè le ha fatto una battuta sul suo uccello? Legolas con le lenti a contatto? Meno male che Luca Ward salva 10 minuti di film…

    • Il primo capitolo penso sia da difendere sotto molti aspetti, perciò non sottoscrivo questa tua critica. Anche perché alla domanda “cosa se ne fa un drago di un tesoro?” dovrebbe rispondere lo stesso Tolkien, se non un’intera tradizione mitologica, visto che è farina di quel sacco. E’ ovvio che se non si aderisce a questo livello base, non si può apprezzare minimamente l’opera (da qui anche la critica della “fintezza” della resa dei personaggi, che ha un suo perché nell’insieme).
      Quanto all’elfa, sì, i suoi moventi sentimentali (di per sé nemmeno dichiaratamente erotici, ma semplicemente filonanici) sono mal motivati, anche se non nego che la scena della conversazione nelle celle aveva fatto sperare un poco di più. Inoltre, qui preferisco enfatizzare aspetti più simili a quest’ultimo, di carattere narrativo-logico, piuttosto che altri più specificatamente cinematografici e tecnici.

  2. Mah tutto quello che mi sento di dire è che mi sono sembrati film inutili fatti male e in fretta perchè tanto solo il titolo ne faceva un successo sicuro. Rispetto al SDA (che ho amato) non aggiunge nulla, persino la tanto decantata grafica super hd fa sembrare il film peggiore della prima saga.
    Non so, inutile è l’unica mia impressione… comunque non volevo sembrare eccessivamente critico, il senso dell’articolo era chiaro, nemmeno io approvo questa rielaborazione, perchè anzichè essere una interpretazione originale apprezzabile sembra più una volgarizzazione volta ad allargare la diffusione anche a un pubblico da cinepanettone…

  3. E’ stato davvero un boccone pesante da ingerire: è come quando uno dei tuoi migliori amici ti fa uno sgarro e non hai il coraggio di ammetterlo, o comunque non riesci ad affrontare la cosa per bene.
    (Ho preferito fare abbastanza il vago nella mia recensione)

    Peter Jackson è stato il Regista ideale per Il Signore degli anelli, e con ciò che è riuscito a fare con la prima trilogia aveva tutte le carte in regola per creare una nuova saga spettacolare.

    Credo che il problema principale sia stato aver creato delle aspettative troppo alte, d’altronde il film non è fatto per niente male, ma non regge nemmeno un po’ il confronto con i precedenti.

    Sono d’accordo sul fatto che probabilmente andava continuato il discorso iniziato con un viaggio inaspettato…

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