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Giuseppe_Baretti

A tutti è capitato, leggendo o ascoltando una qualche recensione o critica artistica, di provare una sensazione particolare. E’ un po’ la stessa impressione che assale quando si sente qualcuno giudicare il gusto di un vino “rotondo, ciliegia e con un lieve retrogusto nocciola“. Personalmente mi prende una sorta di groppo alla gola; la domanda che subito insorge è se l’estimatore in questione sia serio, voglia prendere in giro o, più semplicemente, sia soltanto ubriaco.

Ma lasciando perdere i vini, di cui è forse meglio lasciar parlare chi se ne intende davvero, credo che un discorso analogo valga per tutto ciò che siamo soliti chiamare “critica letteraria” o, più in generale, “critica d’arte”. Credo molti, sentendo questo tipo di discorsi, preferiscano girarsi dall’altra parte e ignorarli. In fondo sembra davvero di ascoltare supercazzole colte e d’effetto.

Non nego che spesso questa impressione possa essere motivata e forse anche veritiera, tuttavia spesso risulta semplicemente errata. Tutt’altro che stupida, la critica può invece avere una profondità strabiliante, andando a cogliere elementi e riflettere su situazioni che altrimenti difficilmente noteremmo. Benché oggi non siano probabilmente tempi rosei per questo tipo di attività (non sembra che i testi di critica siano dei best seller), non perde però la sua rilevanza.

Quello che credo sia interessante è come la critica artistico-letteraria possa offrire un modello di razionalità diverso benché non sostitutivo a quella scientifico-matematica. In un articolo di qualche tempo fa, avevo espresso le mie perplessità di fronte alla secca contrapposizione fra “spirito di finezza” e “spirito di geometria“; è la stessa esigenza quella che può far apprezzare meglio la critica d’arte. Considerare il fenomeno estetico nella sua ricchezza e nella sua molteplicità di sensi, anziché, in maniera pregiudiziale, come qualcosa che elude l’ambito della ragione e della pubblica discussione permette di entrare in possesso di una forma nuova di razionalità, oltre che di fare veramente in conti col vasto mondo della produzione artistica.

Criticare ogni forma di irrazionalismo ed osteggiare la riduzione di ogni forma di ragione a razionalità matematica è probabilmente una e la stessa operazione. E’ proprio il prendere a modello il modo di ragionare delle scienze esatte che porta a considerare irrazionale tutto ciò che non è immediatamente a questo riconducibile. Ma “calcolare il corso del mondo non significa comprenderlo“: non è applicando in maniera indiscriminata il metodo di una scienza al terreno di altre discipline che si possono raggiungere risultati degni di questo nome.

Il tentativo cui tende ogni seria ed autentica critica è proprio quello, difficile, di prendere sul serio il suo oggetto. Il suo compito è quello di chiarire, spiegare, illustrare al meglio il fenomeno artistico, senza mai tradire la sua natura. Studiare un’ opere d’arte significa muoversi fra valori, passioni e vite: una selva di situazioni ed elementi che solo con pazienza, attenzione e perizia possono essere affrontati senza superficialità e senza ridurli a qualcos’altro.

Ma com’è possibile allora risolvere quelle dispute, quelle controversie che animano la critica d’arte, e in fondo anche quella politica e umana in genere, ma che non sembrerebbero affatto risolvibili? Siamo soliti pensare che la pluralità di letture cui ogni oggetto artistico si presta renda in qualche modo legittima ogni sua interpretazione. Ma l’impossibilità di “calcolare”, di applicare un razionalità rigida, meccanica ed efficiente, non implica per forza l’impossibilità di far ricerca, di giungere a posizioni condivise e a una qualche verità. Ancor più che al ricercatore scientifico quindi, è richiesta al critico, e in fondo a tutti noi in quanto partecipi di una comunità umana che si regge sul dialogo, sul confronto e sulla pubblica discussione, una fondamentale disponibilità.

La rinuncia alla razionalità scientifica non è, come si è già detto, una rinuncia alla razionalità tout court; ma l’abbracciare una razionalità più debole, quella che proprio la critica incarna, ha un suo costo. Si tratta del fatto che essa, essendo meno rigida, rischia di perdere quel rigore che ogni discutere, ogni dialogare richiede. Ammettere lo spirito di finezza non deve significare rinunciare a quello di geometria. Perché questo sia possibile, perché il critico conservi il fondamentale rigore scientifico deve far sua come virtù una generica disponibilità. Insomma: il metodo da deduttivo si deve fare dialettico: è necessario valutare i pro e i contro, fare e farsi obiezioni, soppesare le alternative. Una disponibilità in sostanza, ad ascoltare la ragione dell’altro e a sforzarsi di guardare la stessa cosa da una prospettiva sempre diversa.

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