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“Per vent’anni avete abitato in un edificio di tre piani a Boston. Un’università vuole costruire un museo d’arte contemporanea sul suo suolo, che è a qualche isolato più in là. Dal vostro appartamento lo si vedrà bene. Vi aspettate anche che il museo richiamerà nella vostra zona molta gente di fuori. A voi, peraltro, l’arte contemporanea non piace neppure. Volete che le cose restino come sono.”

Dalla citazione qui sopra, si può dedurre che chi ha comprato una casa in una città, che sia Boston o una qualsiasi altra in un qualsiasi paese, si aspetta che essa starà per un bel po’ di tempo in un quartiere destinato a rimanere invariato nel corso dei decenni. Non un singolo nuovo edificio che possa stravolgere la vista sulla strada che si aveva prima; non un nuovo complesso di edifici che, anche se distanti, modifichino il panorama urbano a cui si era abituati. Tutto deve rimanere com’è. Questo atteggiamento è conosciuto con il nome di “Nymbismo”. Il termina deriva da NYMBY (acronimo per Not In My Back Yard, in italiano “non nel mio cortile”). Tale atteggiamento verso le novità architettoniche in una città non riguardano solo l’aspetto prettamente estetico degli edifici, ma talvolta anche la loro utilità. Sono tanti i casi, infatti, di proteste di residenti che non vogliono un grattacielo nel loro quartiere costituito da palazzine del XIX secolo, oppure di abitanti di sobborghi residenziali che si oppongono totalmente al progetto di un parco eolico nelle loro vicinanze. E’ evidente che ogni caso vada preso da sé e che ogni cittadino abbia le sue ragioni per opporsi ad un nuovo progetto, ma Edward Glaeser (uno che di queste cose se ne intende) nel suo libro “Il trionfo delle città” fa notare:

“Il Nymbismo, che sembra tanto ragionevole, può avere spesso delle conseguenze terribili. Impedire le costruzioni può sembrare, a voi, una buona idea, ma impone dei costi a tutti a quelli cui sarebbe piaciuto, per esempio, condividere una nuova suddivisone o un edificio d’appartamenti. Bloccare la costruzione di un nuovo museo, finanziato con fondi privati, priva la città di un arricchimento che avrebbe richiamato molti altri residenti e fatto venire turisti, i quali avrebbero contribuito all’economia locale .Gli interessi delle persone che si oppongono al cambiamento sono certamente comprensibili, ma i loro interessi non s’incontrano con l’interesse pubblico.”

La verità è che, se si stesse a sentire ogni lamentela che arriva per un nuovo progetto non sarebbe più possibile costruire nulla vicino a zone abitate. Si costruirebbe dove ora c’è la natura selvatica, dunque si incoraggerebbe ulteriormente il disboscamento.

Ma al di là di tale discorso, che comunque richiederebbe il suo spazio e il suo tempo, vorrei soffermarmi sulla questione del rinnovamento urbano e del Nymbismo. Sono due concetti antitetici, ora più che mai attuali, dato lo sviluppo urbano di moltissime città nel mondo e la questione della conservazione degli edifici più antichi. E’ necessario porre fin da subito la distinzione tra città con una lunga storia e una stratificazione urbana che è risultato di secolari trasformazioni e città di origine più recente, le cui costruzione sono relativamente giovani.

Discuteremo sul fatto che sia possibile o no realizzare nuovi edifici in un centro cittadino che sia considerato storico o meno, sul perché in moltissimi contesti urbani più o meno recenti si tende a mantenere lo status quo architettonico, sulle ragioni per cui la preservazione di certi edifici ad ogni costo sia una cosa assurda. Ma andiamo con ordine.

Città nuove: l’assurdo della preservazione

Le città americane hanno difficilmente almeno cinquecento anni di vita: New York vene fondata nel 1623, Boston nel 1630, Los Angeles addirittura nel 1850. Inoltre, tra queste, solo alcune nel 1700 possono essere chiamate con il nome di città. Infine, queste hanno avuto un vero e proprio sviluppo solo a partire dall’800 con il boom industriale. Trecento anni per una città non sono molti, in effetti. Si nota subito che sono città recenti anche dagli edifici che costituiscono il nucleo storico di esse. Non troviamo edifici precedenti al XVIII secolo e questi, a mio modesto parere, quasi mai hanno un qualche particolare valore architettonico e artistico. Hanno solo un certo valore storico. Le città dell’ America (che sia del Nord, Centro, Sud), non hanno visto una stratificazione secolare come quella delle città europee, ed in esse, in qualità di nuovi insediamenti, si è potuto edificare praticamente qualsiasi tipo di edificio dovunque si volesse. Non a caso quelle che in origine erano le zone industriali e commerciali oggi sono le cosiddette downtown, quello che noi consideriamo come il centro della città. Le città sono cresciute grazie alla loro posizione ed alla intraprendenza dei cittadini. E i loro edifici sono la testimonianza di ciò: le downtown sono infatti caratterizzate prevalentemente da vecchie strutture industriali e manifatturiere.

I grattacieli sono arrivati dopo, con il passaggio da un’economia industriale- manifatturiera ad una di servizi. New York e Chicago hanno rapidamente conquistato la fama di città dei grattacieli e ciò innegabilmente ha contribuito alla loro popolarità. Qui vennero -e ancora oggi vengono- costruiti molti grattacieli, sostanzialmente per la mancanza di spazi nelle zone centrali e per il conseguente prezzo elevatissimo dei terreni. Gli skyline di queste due città e di molte altre sono divenuti un’immagine simbolica di un paese giovane e che sta cercando di “costruirsi” la sua storia con landmarks particolari ma diversi da ciò che in Europa chiameremmo monumenti: la Route 66, che in fin dei conti è una normalissima strada che corre in mezzo al deserto; Hollywood, che sarebbe un normalissimo quartiere di una mostruosa città, se non fosse per una strada con delle stelle raffigurate nel marciapiede e una gigantesca scritta autocelebrativa in cima ad una collina nelle vicinanze. Anche i grattacieli di New York hanno fatto questa fine, due in particolare: l’Empire State Building e il Chrysler Building. Chi pensa all’ America, di solito pensa a questi due palazzi. Essi sono il simbolo di un periodo in cui il sogno americano era realtà (per alcuni). Non importa se sono stati completati in piena crisi del ’29. Essi simboleggiano il potere economico degli Stati Uniti nel ‘900, il loro dinamismo, il progresso. E sono edifici caratterizzati da un indubitabile valore architettonico. Questi due monumenti, in un certo senso possono essere paragonati alle cattedrali europee come il Duomo di Firenze o alla basilica di San Pietro, poiché, oltre ad avere una certa utilità, rappresentano il potere culturale e politico che vi è o vi è stato. Gli Americani, o meglio certi di loro, hanno elevato il Chrysler building al loro Duomo di Firenze (con cupola annessa per entrambi) e come tale, giustamente va preservato. Però questi ritengono che sia inaccettabile deturpare la vista del loro simbolo con altri edifici intorno che lo coprano. Qui interviene il Nimbysmo: bisogna preservare la zona intera da altri grattacieli. Il che, secondo me è assurdo. Al di là del fatto che, come ho detto prima, ciò impedisce lo sviluppo economico della zona, queste persone non capiscono che una città come New York è tale grazie a tutti i suoi grattacieli e al suo dinamismo, alla sua modernità. Finché la città è soggetta a sviluppo economico, è giusto lasciarla crescere. New York è una città ancora in divenire, per cosi dire. Se Venezia o Firenze possono essere considerate “citta-museo”, questo non vale per la Grande Mela. Quando le città italiane erano il centro del mondo, dubito che ci fosse la questione del conservare ciò che è appartenente al passato: si era impegnati a costruire il futuro con grandi progetti destinati a sorprendere anche i posteri.

looking_out_over_newyork-chrysler-highresDom Florenz

Molto diversi, ma anche molto simili: al di là della cupola, sono simili anche le sensazioni che vogliono trasmettere

Quello che voglio dire è che una città come New York deve, sì, fare i conti con il proprio passato, ma questo non deve essere d’intralcio ad uno sviluppo spontaneo e naturale che caratterizza una metropoli in fermento. Chissà, magari tra cinquecento anni, New York avrà fatto la stessa fine di Venezia o Firenze: un museo all’aperto dove turisti provenienti da altri luoghi che sono in fermento economico e dove si guarda al futuro come progresso e innovazione, osservano gloriosi monumenti del passato come l’ Empire State Building e pensano che una volta qui vi era il futuro e questo fosse il centro del mondo. E quel palazzo ne rappresenta l’essenza. Un’ essenza morta con il tempo che forse non tornerà più. Non vi sarà mai più a New York un nuovo Empire State Building, come a Firenze mai più vi sarà un nuovo David di Michelangelo.

The-Empire-State-Building-New-York

Questo sembra essere l’atteggiamento dei Nimbysti:”congelare” ciò che è ancora in divenire. E lo fanno assai spesso per questioni egoistiche, come il fatto di non volere un aumento dei turisti intorno a casa. In definita, se una città ha l’energia, la volontà complessiva di volersi trasformare, la si lasci trasformare! Quando tale energia innovativa si esaurirà (se si esaurirà), la preservazione dei vecchi fasti diverrà cosa spontanea.

Appuntamento ai prossimi giorni per la pubblicazione della seconda parte di questo lungo articolo in cui parlerò del nymbismo da noi in Europa con una panoramica su Parigi, Londra e l’Italia.

Fonti:”Il trionfo della città”, Edward Glaeser

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2 thoughts on ““Not In My Back Yard! ” Parte I

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