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Penso che questo sia uno dei giorni più adatti per parlare di questo tema. Oggi è la Vigilia di Natale e, indipendentemente dalle credenze religiose di ognuno di noi, credo che quasi tutti domani avremo qualcosa da festeggiare, anche solo lo stare insieme con le nostre famiglie. Oggi è quindi il culmine delle attese di tutto il periodo di tempo appena trascorso. Vorrei sfruttare quindi l’occasione offerta da questo giorno per proporre una breve riflessione sul tema dell’attesa e dell’attendere.

Per prima cosa vorrei chiedermi che cosa facciamo quando aspettiamo che avvenga qualcosa o che arrivi qualcuno. Mi sembra che sia possibile subito fare una (azzardata) distinzione: ci sono momenti di attesa passiva e altri di attesa attiva. Durante l’attesa passiva in realtà non stiamo facendo veramente qualcosa, ci limitiamo ad aspettare che ciò che deve avvenire si realizzi o che chi stiamo aspettando arrivi e, generalmente, vogliamo che ciò avvenga nel più breve tempo possibile. Nell’attesa attiva invece facciamo paradossalmente due cose insieme: aspettiamo e fantastichiamo. So che questo può sembrare un’enorme gioco di parole senza senso (e forse in realtà lo è), ma non credo che sia così e cerco di spiegarmi con qualche esempio.

Esempi di attesa passiva sono quei (maledetti) momenti in cui siamo costretti a fare una lunga coda (pensate all’ufficio postale), oppure quelle (estenuanti) situazioni in cui aspettiamo che qualcuno risponda ad un call center o che il nostro pc, che si è impallato, torni magicamente a funzionare. Sono tutte le situazioni rappresentate dalle frase “Attendere, prego” (in cui quel “prego” non fa altro che incrementare la nostra dose d’irascibilità ed insofferenza per il fatto che il tempo dell’attesa sembra, ovviamente, non finire mai), o dal buon Homer Simpson, che se ne sta in mutande comodamente seduto sul divano (con un’espressione che difficilmente chiameremmo intelligente). Mi sembra che si possa dire che in tutti questi casi non stiamo facendo altro se non attendere.

 Completamente diversi dovrebbero essere i casi di attesa attiva. Penso che sia difficile (se non praticamente impossibile) descriverli, però provate ad immaginare quelle situazioni in cui non vediamo l’ora di fare qualcosa, o in cui fremiamo nell’attesa di ciò che sta per avvenire. Qui, mentre attendiamo, stiamo già pregustando ciò che faremo in futuro, immaginandoci probabilmente qualcosa di piacevole o di divertente. In genere in tempo ci sembra scorrere veloce in questi momenti. Una delle situazioni migliori per l’attesa attiva potrebbe essere quando stiamo pensando a qualcosa. Mentre siamo fermi a pensare non si può dire che stiamo facendo veramente qualcosa, non siamo produttivi nel senso pieno del termine. Si potrebbe dire che stiamo attendendo di fare qualcosa e che stiamo positivamente sfruttando quell’attesa, quel ritaglio di tempo, con il pensare. Un emblema di questa condizione potrebbe essere la scultura “Il pensatore” di Auguste Rodin (che è stata usata spesso anche per indicare l’attività del filosofo): l’uomo è immobile, immerso nell’attesa e nei suoi pensieri.

Se questo (scarno e banale) tentativo di distinzione è chiaro, credo che sia ovvio dire che il nostro sforzo dovrebbe essere quello di cercare di rendere ogni momento di attesa attivo. In una società in cui regna il “tutto e subito”, fermarsi a pensare e riflettere sembra essere un’attività sempre più in disuso e, almeno per alcuni, perfettamente inutile. Mi sembra chiaro che non la penso così e che tempo per pensare, almeno nelle nostre vite di tutti i giorni, sembra non essercene mai abbastanza. Non sto dicendo che tutte le volte che siamo in coda da qualche parte dovremmo tirare fuori un libro di filosofia e mettersi a leggere, oppure che durante la coda in tangenziale che facciamo tutte le mattine dovremmo metterci a pensare ai grandi quesiti esistenziali. Dico solo che dovremmo cercare di trovare più tempo per attendere attivamente e, magari, per pensare a qualcosa.

P:S. : Buone feste da tutta la redazione!

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