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Ogni tanto ci vedete, noi alieni invernali delle due ruote, mentre pedaliamo incuranti del freddo e della pioggia. Ci vedete mentre zizzaghiamo tra le macchine in coda o cerchiamo di scomparire il più possibile ai margini della strada. Sì, sembriamo creature strane, coi caschi, i ponci, le lucine e le bande catarifrangenti. Se ci guardate dal calore delle vostre cinque porte sembriamo monaci di una fede misterica, menti che ragionano con una logica parallela. Le congetture sul nostro conto si moltiplicano e si confondono: salutisti estremi, ecologisti da battaglia, cinici stira-pedoni. Ogni legenda nasconde tra le sue pieghe una qualche verità, ma vi propongo una soluzione più semplice, ma vera, credo, per buona parte di noi.

Dichiaro, consapevole di non poter essere capito, di essere dipendente dalle pedivelle, dal sellino, dai freni e dal manubrio e dalle ruote che scorrono veloci, di sentire, fisicamente, la necessità dell’aria-che-si-respira-in-bicicletta principio attivo della mia tossicità. Perché è all’aria cui non potrei mai rinunciare. All’aria umida dell’estate, che danza con le foglie cangianti dell’autunno, che sale come bruma dai fossi a dicembre e porta con sé l’odore dei fiori di aprile. Ogni giorno diversa, spesso ogni ora cangiante in calore e colori. Perché l’aria ha colore. Specie nelle limpide mattine d’inverno, quando la rugiada si scoglie e sui campi s’alzan vapori tinti d’oro dai raggi del sole. In bici le stagioni assumono una consistenza ben al di là dell’alternanza di piogge e sereno, della periodica staffetta delle temperature. Apprezziamo tutte le piccole sfumature della natura e del cielo. Questo voi automobilisti non lo sapete. Vivete giorni climatizzati circondati dall’asfalto con gli alberi e le nubi che compaiono a ritagli nei finestrini. La voce di un uccello canterino, il gracchiare di una cornacchia, il profumo denso della nebbia e quello acceso del glicine non provano nemmeno ad affacciarsi al vostro viaggio: troppo smog, troppi rumori. Al pedalante sono possibili percorsi ad altri ignoti, anche nel pensiero, anche nei sogni.

Diceva S. Agostino: “Che cos’è insomma il tempo? Lo so finché nessuno me lo chiede; non lo so più, se volessi spiegarlo a chi me lo chiedele pedivelle non risolvono il problema, ma ci approssimano alla soluzione. Sulla sella i minuti acquistano un’altra consistenza che è quella della libertà: il tempo è più del ciclista che dell’autista. La velocità è quasi sua totale discrezione. Può accelerare e rallentare a piacere, immaginare strade alternative fatte di parchi, e marciapiedi, argini di fiumi. Non ci sono code o semafori che lo fermino, anche una luce rossa diventa, in fondo, poco più di un prezioso consiglio. Niente attese, niente ricerche disperate di parcheggio, niente pater ave e gloria per allungare la riserva. Viaggiare ritorna a essere avventura, suggestione, scoperta. I “devo partire con mezz’ora di anticipo se no arrivo con tre quarti d’ora di ritardo” non hanno più senso, non ci sono orari di treni o imbottigliamenti che tengano, le gambe e la voglia sono gli unici padroni. Dopo un po’, con un minimo di allenamento si scopre di essere veloci, più veloci con la nostra costanza delle macchine e dei bus che procedono al ritmo sincopato di un metronomo impazzito. E allora, quando sorpassiamo il calore artificiale dei vostri corpi seduti, ci si accende un piccolo, ma in fondo perfido, sorriso.

Non crediate a quanti dicono che ci si ammali, che “chi sa come fanno con quel freddo?”. Siamo centrale termica di noi stessi, ci scaldiamo pedalando, abbiamo bisogno di coprirci meno dei pedoni. Attraversiamo la bufera fiduciosi della nostra capacità omeostatica, diamo al corpo il tempo di adattarsi a ogni situazione.

Dovreste provare, vi piacerà come mangiare cioccolato, vi rilasserà come fumare una sigaretta, pedalare nei parchi fa svanire incazzature, un’epifania inaspettata, delle tante che occorono quando ci si mette in condizione di osservare il mondo, vi riporterà il sorriso. In breve non potrete più smettere, la due ruote diventerà la vostra più fedele compagna.

Capiterà, poi, che vi dobbiate fermare, un influenza o un forte mal di gola sono cose che capitano. Per qualche giorno dovrete tornare a guidare, vi renderete conto solo allora di quanto sia magnifico vivere abbracciati a un manubrio, di quante meraviglie vi passassero di fianco senza che le poteste vedere. Di quanto inutilmente stressante sia guidare. Non vedrete l’ora di rimontare in sella e ricominciare a pedalare.

Liberamente ispirato a “Minima pedalia” di Emilio Rigatti

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