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COMO CAMERLATA_1069-05-48-13-6073

Ho sempre apprezzato le stazioni. Luoghi di andirivieni, incontri, occhiate fugaci.  Si tratta di  quei luoghi in cui lo scibile umano sfoggia ogni suo dettaglio: non c’è luogo migliore, infatti, per conoscere chi siamo e come lo siamo. Un cinema in 3D, 24 ore su 24 ore, sette giorni su sette e , soprattutto, gratis, che di questi tempi non guasta mai.

La stazione segue i ritmi dei suoi tanti attori e protagonisti, silenzi assordanti la mattina, quando ancora è buio, che divengono voci sempre più presenti col passare delle ore: è la volta degli studenti, dei lavoratori, dei turisti. E poi la sera, nervosismi da fine giornata, incontri di vecchia data, gioia per il ritorno a casa. Una moderna Agorà.

Ma è proprio dalla modernità che questo piccolo o grande luogo che sia viene violentato nel profondo.

Sono ormai parecchie mattine che il naturale ritmo della stazione viene, infatti, disturbato da un sottofondo pungente e fastidioso: i nuovissimi teleschermi.

Ma partiamo da principio. La stazione a cui mi riferisco è quella che ormai da più di un anno mi ospita ogni mattina, la stazione di Como Camerlata, sulla tratta Como Lago-Milano Cadorna;  questa piccola ma sempre affollatissima stazione, subisce un rinnovamento completo tra il 2012 e il 2013 grazie ai fondi della mobilità dell’Unione Europea: nuova la stazione, nuovo il sottopassaggio, nuovi  gli ascensori per i diversamente abili e nuovo anche il teleschermo di fianco alla biglietteria. Meno nuove, invece, le quattro o cinque (perdonate, le conterò meglio) pubblicità che si ripetono costantemente ad ogni ora del giorno.

“Siamo circondati da pubblicità, non vedo dove sta la differenza”, obiettereste giustamente voi. Eppure la differenza c’è, eccome.

In presenza di un cartellone pubblicitario posso pur sempre voltare lo sguardo, così come posso gettare nel cestino un volantino o cambiare canale durante una pubblicità televisiva;  ho una qualche minima facoltà di scelta, dopotutto. Ma trovo veramente difficile restare assorta nei miei pensieri mattutini mentre una voce mi bombarda nell’orecchio le sue vane parole.

In questo caso, non ci sono rumori di traffico, lavori in corso o chiacchiericci che tengano: il rumore del teleschermo li supererà tutti, entrando a capofitto nel vostro orecchio, raggiungendo il vostro cervello e infettando i vostri pensieri , le vostre parole e le vostre conversazioni che risuoneranno a ritmo di jingle pubblicitari.

Si tratta di una scandalosa intrusione in una delle nostri parti più intime, il pensiero, appunto, per la cui preservazione non esiste alcun garante, alcune leggi o regolamenti.

E con questa bella sorpresina di Natale, il silenzio che riempiva le mie mattine in stazione è svanito, così come sono svaniti i pensieri e i lunghi discorsi tra me e me che ne nascevamo, sostituiti dalla stridula voce di Chiara che vuole passare le ore della sua vita al cellulare e dalla voce fuori campo che mi dice che la Lombardia riceve nuovi fondi per l’occupazione (della mia mente, a quanto pare) che si alternano senza sosta come se non ci fosse un domani.

Capisco che con queste mie parole rabbiose non fermerò di certo  i flussi pubblicitari di migliaia di stazioni come la mia, ma posso, magari, farvi riflettere sullo stato delle nostri menti, disabituate al silenzio, disabituate a vagare liberamente.

Abbassare il volume dei teleschermi e ri-alzare quello dei nostri pensieri, questo si che sarebbe un bel regalo di Natale.

Stefania Macrì

Foto: Internet

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One thought on “Privacy di pensiero, grazie

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