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Senza grandi scalpori e senza troppi rumori, è uscito in libreria lo scorso settembre un libricino, edito da Rubbettino, intitolato “Liberalismo senza teoria“. L’autore è Corrado Ocone, pensatore di matrice liberale, autore di alcuni testi sul tema e discretamente noto in quanto giornalista (collabora specialmente con “Libero” ed “Il Giornale”).

Vorrei provare a buttare giù qualche riflessione su quello che considero un libro molto interessante. Si tratta, in sostanza, di una storia della tradizione liberale. Ovviamente, data la brevità del testo, tale storia è solo accennata o comunque percorsa per sommi capi e ne vengono considerati soltanto alcuni autori. Quello che è interessante è la prospettiva teorica del lavoro di Ocone, che, in un periodo di felice rinascita delle idee liberali, cerca di ripresentarle da un punto di vista alternativo. Sebbene infatti il testo consti di una serie di saggi storico-filosofici su alcuni pensatori, è chiara l’impostazione sottesa e la particolare nozione di liberalismo proposta dall’autore.

E’ piuttosto chiaro un certo rifiuto da parte di Ocone di quella forma di liberalismo, di matrice perlopiù anglosassone, che vede al centro della sua teorizzazione nozioni fortemente normative e sovrastoriche. Non si troveranno, nelle pagine del nostro autore, costanti rimandi alle idee giusnaturalistiche o alle diverse teorizzazione della limitazione dei poteri. Tutte queste posizione non sono né esplicitamente rifiutate, né apertamente confutate. Sono piuttosto reinterpretate all’interno di un paradigma che è del tutto diverso. Quello di Ocone vuole infatti essere, sin dal titolo, un liberalismo che non si identifichi con una qualche “teoria” o “ideologia”, ma che tragga invece senso e linfa vitale a partire dalla contingenza, dalla storia realmente vissuta, dai problemi, dalle difficoltà e dalle contraddizioni del presente. Nell’introduzione al libro troviamo scritto: “Leggere la storia del liberalismo dal punto di vista che qui si propone significa anteporre a termini-concetto quali individuo, Stato (limitato), diritti, Ordine spontaneo, altri e diversi e a mio avviso più pregni di significato liberale. Penso a dubbio, spirito critico, anticonformismo, antidogmatismo, pluralismo, antiperfezionismo, antipaternalismo“.

Non è certo un caso, allora, che il capitolo più bello e ben riuscito di questa raccolta sia forse proprio quello su Einaudi e Croce e il loro liberalismo conflittualistico. Lungi dall’essere un mero ideale da raggiungere, o l’ideologia di chi ama quiete e tranquillità, il liberalismo è inteso da Ocone piuttosto come una posizione dialettica e problematica nei confronti della realtà. Non è allora casuale neppure il riferimento al saggio “La concezione liberale come concezione della vita” di Benedetto Croce contenuto in “Etica e Politica”.

Eppure è proprio a partire dal riferimento a questo bel testo che dobbiamo riflettere e problematizzare la posizione di Ocone, che, a mio avviso, presenta quegli stessi problemi cui andavo incontro proprio lo stesso Croce. Nel suo saggio questi scriveva: “Ma la concezione liberale, propriamente detta, è rimasta fuori del quadro sopra tracciato. Perché? Perché, in verità, questa concezione è metapolitica, supera la teoria formale della politica e, in certo senso, anche quella formale dell’etica, e coincide con una concezione totale del mondo e della realtà“. Una concezione del mondo incentrata, come Croce dice poco più avanti “nell’idea di dialettica, ossia dello svolgimento“.

Ma la mossa di Croce, per cui, da ideologia fra le tante, il liberalismo si innalza a generale concezione della vita, è una mossa a doppio taglio. Se da un lato permette di valorizzare questa tradizione e la sua importanza capitale, dall’altro la svuota, almeno in parte, di contenuto politico. E’ per questo che la critica che Croce muove nello stesso saggio a socialismo e marxismo rimane parziale e tutt’altro che definitiva. Se è vero che possono esistere alcune forme di socialismo illiberali, è altresì vero che altre si pongono proprio come prosecuzione ideale di questa tradizione. Non è certo un caso che importanti autori post-crociani, come Rosselli, Gobetti e Calogero, siano spinti proprio a radicalizzare la nozione stessa di libertà verso posizioni maggiormente simpatetiche con le istanze socialiste.

Intendendo in senso così ampio la nozione di liberalismo, Ocone traccia senza dubbio un quadro ricco e interessante ma deve per questa sua scelta pagare una sorta di prezzo. Questo consiste nel dover riconoscere l’inadeguatezza della critica liberale al socialismo, almeno nelle sue forme più fini e articolate. Lungi dall’essere una vuota filosofia del “dover essere“, come sembrerebbe dire Croce, la posizione socialista ha sempre tenuto conto del “movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti“, per ricalcare proprio la definizione che di “comunismo” dava Marx.

Non uno stato ideale di cose dunque, ma il principio dell’ “eguale libertà”, dell’integrazione dei diritti sociali a quelli esclusivamente civili è essenziale al movimento socialista. Movimento che non vive nei cieli, ma proprio nei conflitti, in quella dialettica storica e reale di cui proprio Ocone parla e che è il motore essenziale della storia stessa.

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