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Se si intende la modernità nel suo aspetto più intrigante, essa è certamente legata alla costituzione di “modi” e ai metodi rigorosamente descritti in grado di fronteggiare le insidie del mondo a cui prima l’uomo si era creduto succube. Le armi più interessanti che questo approccio alla realtà ci ha lasciato sono però, a mio parere, quelle facoltà meglio note come fantasia e ironia. Per capire un po’ cosa si intende con queste due abilità, mi rivolgerei direttamente a uno dei padri della modernità letteraria, Ludovico Ariosto.

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La fine del ‘400 è testimone della crisi dell’Italia Rinascimentale. Nelle corti della penisola dominano gli ideali neoplatonici promossi da Lorenzo il Magnifico, sia per ragioni intellettuali che politiche. Tale sentire, tuttavia, risulta distante dall’animo della corte ferrarese degli Estensi; forte di una consolidata tradizione militare, Ercole d’Este è maggiormente interessato alla rivisitazione delle gesta dell’epica cavalleresca, piuttosto che alla riscoperta dei classici. Difatti la prima importante opera da lui promossa, l’Orlando innamorato, la cui stesura è affidata all’amico del duca, Matteo Maria Boiardo, miscela con abilità le Materie di Francia e Bretagna, raccordandole tramite il sentimento rinascimentale di ricerca della società ideale, volgendo nostalgicamente lo sguardo al passato per rinnovarne i modelli. Ma, in seguito alla discesa di Carlo VIII in Italia ed in prossimità della morte, Boiardo decide di non concludere l’opera. Il trauma della caduta degli ideali rinascimentali causato dall’invasione francese lo allontana da ogni ricerca di stampo idilliaco. Dopo la morte di Boiardo, il seguito e completamento dell’opera viene affidato a Ludovico Ariosto, funzionario de “l’illustrissimo e reverendissimo” cardinal Ippolito d’Este, fratello del duca di Ferrara. Entrato in contatto con gli ideali neoplatonici nel corso delle missioni diplomatiche a Roma, Ariosto estende la portata dell’opera alla destinazione peninsulare, diffondendola tramite il nuovo mezzo tecnico della stampa ed assimilando concettualmente parte dell’intellettualismo laurenziano. L’espressione Orlando furioso, che è titolo del poema ariostesco, risulta dunque nuova alla corte estense, giacché fa riferimento al concetto di Furor, la forza vitale ed emotiva che, secondo i neoplatonici, è motore dell’intelletto verso il Bello, che corrisponde al Vero, che coincide con il Bene.

Tale è il sentimento che lega l’Orlando di Ariosto alla donna amata, trascendendo così il sentimento squisitamente cortese attribuitogli da Boiardo, ma rimanendone legato nel continuo crescendo passionale che avrà foce nella follia dell’eroe; la stessa follia che ha colto Boiardo al veder annichilite le proprie nostalgie cavalleresche, la medesima crisi del pensiero neoplatonico in fronte alle invasioni straniere. Dovendo concludere l’opera di Boiardo, dunque, Ariosto nel Furioso ha anche il compito di risolvere il dramma intellettivo che, prima ancora della morte dell’autore stesso, ne ha impedito la completa stesura.

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In primis, Ariosto pone il suo Orlando neoplatonico in un’ambientazione appropriata dove, come è meglio riassunto nell’episodio del Palazzo di Atlante (canto XII), tutti andavano alto e basso / né men facean di lui vani sentieri. Questa struttura labirintica riecheggia in tutta l’ambientazione che, come sostiene il critico Caretti, è composta da luoghi che divengono, di volta in volta, temporanei centri della vicenda, punti vitali di confluenza o di intersezione di alcune delle sue direttrici; come pure è labirintica la macchina quasi senza soluzione della narrazione ariostesca, risultando dunque uno specchio della Realtà, nella quale gli scopi non si realizzano e gli ideali non si compiono, fino a condurre, appunto, alla follia.

Per intuire la “soluzione ariostesca” si deve quindi far riferimento all’episodio del viaggio sulla Luna (canto XXXIV), tramite il quale viene recuperato il senno di Orlando. Il viaggio sulla Luna è infatti l’unico esempio di spostamento verticale all’interno della geografia ariostesca, rifacendosi ad una tradizione che, come la Commedia dantesca, associa simile tragitto ad un percorso intellettual-spirituale. Inoltre, il viaggio ha come meta un luogo quasi identico alla Terra, se non fosse per l’assenza umana e l’accumulo di ciò che l’Umanità stessa ha perduto. La Luna di Ariosto è anch’essa uno specchio della Realtà, lo stesso specchio che risulta essere il Furioso nei confronti del contesto storico che lo circonda. Infine, il viaggio sulla Luna è l’episodio che meglio concilia un gran numero di elementi tipici del Meraviglioso (il viaggio sull’Ippogrifo, la presenza di serpi con faccia di donzella) e riferimenti alla Realtà, essendo, come già detto, la Luna sede di tutto ciò che l’uomo ha perduto. Questo luogo, a cavallo tra il meraviglioso e la storia, tra la mente e le cose, non è altro che l’immagine che meglio definisce il concetto di fantasia secondo l’ottica ariostesca; essa non è concepita come pura dimensione intellettuale, bensì come mediazione tra ideale ed il reale, tentativo di armonizzare il contrasto che ha impedito a Boiardo di concludere l’Innamorato.  La fantasia non è soltanto la massima potenza creativa dell’Uomo, ma lo specchio nel quale egli può analizzare la Realtà da un punto di vista elevato e distante, permettendone così l’accettazione.

orlando furioso

Tuttavia rimane solamente un mezzo per leggere la realtà, non per viverla, e di ciò Ariosto è ben cosciente, dacché propone tutt’altro comportamento a conclusione del viaggio. Infatti, mentre Astolfo cerca tra le varie ampolle il senno di Orlando, trova anche il senno di sofisti e d’astrologhi raccolto / e di poeti ancor ve n’era molto. Il senno dei poeti non è soltanto il senno perduto di Boiardo alla discesa di Carlo VIII, ma anche quello d’Ariosto stesso, che lui già dichiara d’aver quasi totalmente perduto per amore nella seconda ottava del proemio. Il riferimento non indica esclusivamente la partecipazione di Ariosto al racconto da lui scritto, ma ne identifica lo spirito con il quale lo concepisce: l’ironia. Essa, esattamente come la fantasia è termine medio tra ideale e reale, è vista come via di mezzo tra stoltezza e ragione. Tale approccio è ciò che permettere di ridere di sé, della propria esistenza, ponendola di fronte a ciò che è indistintamente più grande di essa, sminuendola nel suo gravarsi preoccupazioni, restituendole così la leggerezza d’animo che può così riabilitare la nostra agibilità in un mondo anche ostile. Se l’ironia perde in seriosità, il suo risultato mantiene comunque una serietà ben superiore a un suo essere intesa come banale “evasione” dalla realtà.

Il Furioso risulta così uno dei manifesti più efficaci di questo aspetto della modernità, descrivendo il percorso attraverso il quale l’Uomo rinascimentale salva la propria integrità mentale sfruttando l’armonia degli opposti, impiegando l’architettura del fantastico per osservare il mondo da uno specchio e poterlo leggere con un amaro sorriso sulle labbra.

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