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Le parole troppo ripetute si consumano, si sciupano, spesso col tempo perdono il loro significato. Quelle che diventano slogan, che sono usate e abusate in politica capita che inizino vite autonome, che vengano ripetute senza sapere bene cosa vogliano dire. Diventano vuote. È così per lo Stato sociale – o Welfare State, che dir si voglia- “che non possiamo più permetterci” senza più neanche sapere cosa sia, o che diventa simbolo da difendere a tutti i costi anche se non ci si ricorda più cosa voglia dire. Da qui l’idea di provare a far tornare la parola nel suo luogo naturale di restituirle la sua storia e il suo significato. Con i miei poveri mezzi, si intende.

Tante sono state le forme di Stato con cui l’uomo ha provato a ordinare la società in cui vive, sono stati tentati diversi punti di equilibrio tra il potere dei governanti e i diritti dei governati. Molte sono state le risposte date a quale dovesse essere il rapporto tra autorità e libertà. La forma di Stato è la categoria in cui si iscrivono questi diversi tentativi di regolare i rapporti tra chi detiene il potere e chi ne è determinato.

Lo Stato assoluto fu la prima forma di Stato della modernità. Al suo interno il rapporto si risolveva a tutto vantaggio del sovrano che, posto al di sopra della legge, era tutore del bene comune e accentrava su di sé tutti i poteri; non c’era garanzia giuridica che ponesse limiti al suo arbitrio.

Dalla fine del ‘600, in Inghilterra, e in seguito alla rivoluzione francese sul continente, si affermò lo Stato liberale. Fu l’ inizio del costituzionalismo e si iniziò a parlare di diritti dell’uomo. Era forte l’esigenza di creare uno spazio tutelato giuridicamente in cui l’individuo fosse completamente autonomo e libero. Si posero limiti alle possibilità di intervento pubblico, tanto nella vita privata dei singoli, quanto nei meccanismi della società civile che regolavano il funzionamento economico e sociale delle nazioni. Le costituzioni alla base dello Stato liberale contenevano procedure e principi volti garantire i diritti di libertà e l’uguaglianza di tutti davanti alla legge. Centro della società era l’individuo inteso come singolo.

Era quindi grande lo scetticismo di questa forma di stato per le formazioni sociali, ossia per tutte quelle associazioni di natura non economica a cui il cittadino avrebbe potuto partecipare. Sindacati, partiti politici, confessioni religiose sono osteggiati in varie forme e misure nell’Europa dell’800 poiché accusati di voler ripristinare meccanismi corporativistici o la centralità del papato propri del medioevo. (Si veda a titolo di esempio l’articolo di Sonnino: “Torniamo allo Statuto”).

Lo stato liberale entra però in crisi nei primi decenni del ‘900. L’uguaglianza che aveva promosso era un puro concetto formale che non solo non teneva conto di quelle che erano le forti disuguaglianze del tessuto sociale ma anzi le inaspriva consentendo alla legge di introdurre fattori arbitrariamente discriminanti. L’uguaglianza davanti alla legge corrispondeva con un astratto Stato di diritto, ossia nell’esistenza di norme a cui erano sottoposti gli stessi governanti. La legge, però, nel suo contenuto non doveva essere egalitaria.  Al contrario era divenuto strumento usato da una classe per mantenerne un’altra subordinata. A lungo le elezioni si tennero a suffragio censitario e anche quando si arrivò al suffragio universale maschile continuarono le repressioni di scioperi e manifestazioni. La borghesia proprietaria sfruttava la sua posizione di potere per mantenere lo status quo. In nome della libertà e dell’autodeterminazione si consentiva che la nascita e il censo determinassero quali fossero la vita e le possibilità dei cittadini. Il disagio sociale conseguente si consolidò in movimenti e azioni che minarono le fondamenta dello Stato liberale.

 Il socialismo  nelle sue espressioni più o meno radicali conobbe prima della prima guerra mondiale il momento di massimo consenso, si diffondeva l’idea che l’uguaglianza non dovesse riguardare solo la forma ma anche la sostanza, le condizioni materiali di ciascuno. l’URSS rappresentò nelle idealizzazioni che se ne fecero, il paradigma e la speranza della classe operaia dei decenni successivi. Il tentativo sovietico era, però, profondamente illiberale. Lenin dichiarò espressamente che la rivoluzione non era stata combattuta per le libertà piccolo borghesi. Le libertà di espressione, di riunione e gli stessi diritti alla vita e l’uguaglianza formale non facevano parte del progetto. Lo stato non doveva avere limiti nell’intervenire per il bene comune e all’individuo non veniva riconosciuta nessuna dignità se non nello Stato e al suo servizio. Si cercò di affermare l’uguaglianza a scapito della libertà e si arrivò nei fatti a negare anche l’uguaglianza.

Il disagio sociale fu sfruttato anche dai movimenti di estrema destra che costruirono gli stati nazi-fascisti. Mussolini e Hitler riuscirono, seppur in maniera diversa, a incunearsi nel conflitto che divideva le società in cui vivevano e lo utilizzarono per costruire consenso e consolidare il loro potere.

Nel secondo dopoguerra fu chiaro che lo Stato dovesse essere rifondato su basi diverse. La soluzione fu una sintesi delle esperienze passate: dello stato liberale vennero conservati i diritti di libertà, dallo teoria socialista si mutuò l’attenzione per come questi diritti si realizzassero concretamente nella storia e il programma di rimuovere quelle condizioni materiali che li rendevano lettera morta. Si affermo lo Stato sociale come sviluppo di quello che ne era stato il primo fallimentare tentativo della repubblica di Weimar.

 La parola uguaglianza si arricchì di nuovi significati. Non solo tutti i cittadini erano sottoposti alla legge, ma la legge doveva essere la stessa per tutti, non erano più possibili arbitrarie discriminazioni. Il diritto di voto, ad esempio, non fu più limitabile per ragioni di sesso o di censo. Ma si andò molto oltre: si iniziò a parlare di un’uguaglianza sostanziale che superasse quella formale pur mantenendola come presupposto. Si iniziò a considerare che le differenze nel punto di partenza nella vita delle persone fossero in effetti un forte limite al godimento dei diritti di libertà e quindi all’espressione della propria personalità. Compito dello Stato divenne quindi quello di “rimuovere gli ostacoli di natura sociale ed economica che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini ostacolano il pieno sviluppo della personalità umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’ organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, come recita l’art. 3 comma secondo della nostra Costituzione – ma norme simili si possono riscontrare anche in molte costituzioni ad essa coeve. È la nascita dello Stato sociale

Non ci si limita più a enunciare i diritti, ma i pubblici poteri assumono il compito di intervento nei meccanismi della società civile per assicurare che questi diritti possano essere goduti da tutti. L’idea è quella che si debba riconoscere non sola la libertà “dallo Stato” ma anche la libertà “nello Stato”. Che a tutti debbano essere date uguali possibilità. Muta anche concezione dell’essere umano. All’idea liberale dell’individuo isolato tutto occupato a massimizzare il proprio utile si oppone quella della persona che si realizza nella espressione di sé che è il lavoro. Da qui la riabilitazione delle formazioni sociali oramai pienamente riconosciute e a cui viene consentito di coadiuvare lo stato nell’esercizio delle proprie funzioni secondo un principio di sussidiarietà. Da qui il riconoscimento nei primi tre articoli della nostra Costituzione dei diritti di partecipazione politica, di quelli di libertà e di quelli sociali, ossia di quelli che sono riconosciuti all’uomo in quanto parte attiva di una comunità. I diritti di libertà consentono al cittadini di autodeterminarsi, quelli di partecipazione di controllare che lo Stato non travalichi il suo ruolo e che prenda in considerazione i loro bisogni, gli ultimi garantiscono che la libertà non sia viziata dal bisogno e dalla dipendenza da qualcun altro. Sarebbe il caso di chi non fosse istruito e dovesse dipendere da altri per comprendere quello che succede nel mondo o di chi malato desse il suo voto in cambio della sola promessa di essere curato incapace per la situazione in cui si trova di ogni altra considerazione

. Lo stato di bisogno vizia il consenso e non permette scelte pienamente libere. Consentire a tutti la possibilità di svilupparsi pienamente, attraverso la rimozione di tutti quegli ostacoli che lo impediscono, risolve il problema e consente a tutti di contribuire allo sviluppo della società in autonomia e al massimo delle proprie capacità.

Non è un caso che quelli che vengono considerati i pilastri dello stato sociale siano: istruzione, sanità e servizi sociali. Quello che conta in linea di principio è quello che si è, quello che si è in grado dare alla collettività grazie al proprio lavoro. Anche in questo caso la Carta costituente è chiara: “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società” (art. 4 secondo comma). Finalità del lavoro non è il guadagno, ma il progresso della società.  Il valore della persona è, dunque, determinato da quello che è e che è in grado di mettere a disposizione della collettività. Un’ulteriore precisazione è data dall’art. 41 dove si afferma che “l’iniziativa economica privata è libera” ma che “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da arrecare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.”

Oggi tutto questo è messo in discussione. L’istruzione non è più vista come mezzo per una migliore comprensione di se stessi e del mondo e, di conseguenza, capace formare persone in grado di far progredire la società sfruttando questi strumenti, ma come mezzo per creare individui adatti solo a inserirsi efficacemente e se possibile acriticamente nel mercato del lavoro. In altri termini l’istruzione è sempre più vista come formazione ossia come il dare forma all’uomo in modo che sia utile e non come educazione, ossia come percorso che porti a far emergere l’uomo in tutte le sue sfaccettature e potenzialità. La diffusione dei quiz a risposta multipla e sintomatico di questo fenomeno: si favorisce un apprendimento nozionistico più che un apprendimento sistematico e, quindi, potenzialmente riflessivo e critico. Lo stesso si può dire della sanità sempre più considerata come un affare più che come un “fondamentale diritto dell’individuo” (art.32 Cost.) e dei servizi sociali. In quest’ultimo caso, da una parte i fondi per l’assistenza diretta sono esigui, dall’altro le politiche fiscali degli ultimi anni hanno diminuito gli effetti ridistributivi della tassazione attraverso l’introduzione di tributi poco progressivi come l’IMU e l’incremento delle imposte indirette.

È una strada che si può condividere o meno. Credo comunque che sia opportuno sapere cosa stiamo lasciando in modo da effettuare una scelta consapevole su quale vogliamo che sia il futuro della nostra organizzazione statale o meglio comunitaria.

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