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Vedran Smailovic playing in the destroyed buil...

 

C’è un tempo per strappare e un tempo per cucire, parola di Qoèlet.

Nella Sarajevo sotto assedio fu il tempo di un disperato ricucire. Un riempire i vuoti, lasciati dalle persone certo, ma anche da una identità messa in crisi da ogni granata, da ogni colpo di mortaio. Nei Balcani incendiati dalla guerra, Sarajevo era uno scandalo, una città cosmopolita in una regione che si dilaniava col pretesto di differenze etniche. Era un eccezione di cui bisognava soffocare addirittura l’idea. Rappresentava quello che era rimasto del sogno dell’unione degli Slavi del sud, della Jugoslavia. Lì Croati cattolici, Serbi ortodossi e Bosniaci mussulmani convivevano pacificamente e mescolavano il loro sangue, le loro idee e tradizioni. Non doveva durare.

Nel 1992 la Jugoslavia di fatto non esisteva più, la Slovenia e la Croazia avevano già dichiarato la loro indipendenza. La Bosnia-Erzegovina le segue dopo un referendum vinto dagli indipendentisti. Con la morte di Tito nel 1980 era venuto meno il più forte collante tra gli stati della federazione jugoslava e le spinte indipendentiste si fecero più forti in reazione alle politiche centraliste e nazionaliste di Milošević, presidente della Serbia, che mirava a limitare le autonomie locali e a far prevalere la politica serba su quella degli altri stati. In risposta alle dichiarazioni di indipendenza l’esercito jugoslavo a comando serbo operò prima nel tentativo di mantenere l’unità della federazione e poi, fallito questo obiettivo, per costruire una grande Serbia in cui fossero compresi territori appartenenti a Croazia e Bosnia in cui, tuttavia, risiedeva una forte componente serba. Dove l’esercito jugoslavo riuscì ad arrivare furono frequenti le stragi, solo nel genocidio di Sebrenica furono uccise più di 8000 persone nell’arco di una settimana.

L’assedio a Sarajevo fu tra le operazioni più violente di questi conflitti. Dall’aprile del ’92 al febbraio del ’96 le truppe serbe cinsero di assedio la città, difesa principalmente da volontari che col passare degli anni riuscirono a formare un esercito via via più organizzato. I combattimenti procedevano quartiere per quartiere mentre colpi di artiglieria continuavano a cadere sulle case e cecchini a mietere vittime. Si stima che morirono più di 12.000 persone, l’85% erano civili.

In quegli anni fu un continuo ricucire, un cercare di non perdere la propria identità nonostante le bombe, la mancanza di acqua, elettricità, di cibo e di possibilità di comunicare con l’esterno, nonostante le divisioni interne e le migrazioni volontarie e forzate. Alla fine delle guerra buona parte della popolazione serba della città sarà andata a vivere altrove così come molte famiglie avranno trovato rifugio in Europa.

L’incendio della biblioteca di Sarajevo è simbolo di questa ricerca e al contempo del desiderio di cancellare la storia di integrazione della città. La biblioteca venne presa di mira dall’artiglieria serba nella notte tra il 25 e il 26 agosto ’92, In molti cercarono di salvare quel che poterono nonostante il pericolo di essere colpiti da cecchini. Bruciarono simboli di tolleranza come i manoscritti che arrivarono insieme agli ebrei cacciati dalla Spagna nel 1492, insieme a un altro milione e mezzo di libri. Prima della biblioteca era stata distrutto l’Istituto Orientale con la sua collezione di manoscritti arabi e persiani. Testimoniava il radicamento della tradizione musulmana in terra slava.

La città non si arrese, cercò per quanto possibile di continuare la sua vita, l’università continuò a funzionare e tante furono le iniziative culturali. Vedran Smailović (ritratto nella foto Mikhail Evstafie a inizio articolo) è rimasto famoso per aver suonato in strada col suo violoncello per ventidue giorni in memoria delle ventidue vittime di uno dei tanti bombardamenti. In molti si opposero a chi voleva dividere la città nelle varie etnie, impossibile quando i loro mariti e le loro mogli erano proprio i diversi da cui si sarebbero dovuti allontanare.

Sarajevo è oggi quasi interamente ricostruita, nel centro la moschea e le cattedrali cattolica e ortodossa convivono a pochi isolati di distanza, i segni della guerra sono meno evidenti che altrove. Ma gli effetti si fanno ancora sentire. A livello istituzionale molte cariche sono assegnate rigidamente su base etnica. L’accordo di Dayton che sancì la fine delle ostilità e l’ordinamento costituzionale della Bosnia-Erzegovina stabilisce che la camera dei popoli, che detiene parte del potere legislativo, deve essere costituita da 5 serbi, 5 croati e 5 musulmani. Allo stesso modo la presidenza dello stato è detenuta collegialmente da tre esponenti delle diverse etnie. Uno schema istituzionale del genere aiuta a mantenere vive le distanze oltre a limitare i diritti di partecipazione politica delle altre minoranze. Non è un caso che si siano incontrate molte difficoltà e che si siano dovute superare diverse polemiche prima di riuscire a organizzare un nuovo censimento della popolazione. La paura è che i dati raccolti possano mettere in crisi l’attuale sistema e provocare nuove instabilità e incomprensioni.

 

 

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