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Il mondo globalizzato in cui ci troviamo a vivere ci sottopone, in qualsiasi momento della giornata, e che vogliamo o no, a flussi di informazioni: la quantità delle notizie che riceviamo era inimmaginabile solo qualche decennio fa e, non di meno, queste arrivano da ogni angolo, anche quelli più nascosti, del pianeta. Avere a disposizione molte informazioni, per esempio riguardanti usi e costumi di un paese straniero, in cui non abbiamo mai messo piede, contribuisce alla nascita di stereotipi: non sappiamo infatti, se queste informazioni che ci arrivano sono vere o false, o se si possano estendere ad un’intera popolazione, ma l’uomo – spesso – non esita a farlo, per superficialità o per marcare la propria differenza rispetto ad un’alterità (“Noi” vs “Loro”). Tuttavia, la stessa facilità di reperire informazioni più accurate -o addirittura di recarsi nel paese straniero di cui parlavo prima- ci fornisce molti più strumenti per smontare questi stereotipi.

Di solito, quando ci si appresta a fare un viaggio, si è consapevoli di non stare facendo un grande salto nel vuoto. Infatti, un’idea di cosa ci aspetta ce la facciamo tutti: c’è chi si prepara leggendo guide, chi si perde nella letteratura di scrittori provenienti dal paese scelto come destinazione o semplicemente chi si diletta in ricerche su Wikipedia. Inoltre, abbiamo tutti facilmente accesso a quell’immaginario comune dove sono custoditi tutti gli stereotipi.  Il turista, normalmente, si aspetta di vederli confermati – nel peggiore dei casi, non si pone neanche questo problema, dando per scontato la loro veridicità – ed è solito rimanerci male quando le sue aspettative sono deluse. Il viaggiatore ha con sé un bagaglio di curiosità e di apertura al nuovo: spera si smontarli, i soliti stereotipi, anche perché in questo modo i racconti, al ritorno, sarebbero sensazionali. “Stereotipo” ha un’accezione negativa e ci si aspetta che non corrisponda alla verità e, proprio per questo, non è adatto a descrivere ciò che è tipico di un Paese, ciò che effettivamente capita solo lì, i tratti più particolari di usi e costumi diversi dai nostri. E’ qua che interviene il “Typisch”, che è un termine del tutto positivo! E’ sano e comprensibile che, in un Paese straniero, ci colga il desiderio di “fare come l’abitante autoctono” o di “fare le cose tipiche”. Il “Typisch” è un reale tratto caratteristico di un popolo,  tratto che spesso viene rivendicato come identitario. Lo “Stereotipo” può essere una mera invenzione, priva di ogni fondamento, oppure la degenerazione o l’esagerazione del “Typisch”. Qualche esempio:

Stereotipo del tutto inventato: “Tutti i Francesi maschi sono gay”. Non c’è molto da spiegare. Semplicemente non si potrebbe capire –nonostante ora in Francia le nozze fra omosessuali siano legali- la prodiga continuazione della specie (secondo l’Eurostat, 2.03 figli per donna francese nel 2010, a fronte dell’1.41 per ogni mamma italiana).

Stereotipo derivato dal Typisch: “I Francesi mangiano solo baguettes: dopo averle comprate, le portano in giro sotto al braccio, indossando una maglietta a righe e il basco afflosciato in testa.”

Typisch: “Il typisch Parigino (già una prima restrizione) spesso mangia la baguette, come pane, e la porta sotto al braccio, dopo averla acquistata in una boulangerie.”

Queste sono state le mie considerazioni al ritorno da un weekend in Svizzera: sono partita con l’intenzione di provare il “Typisch” e sono tornata soddisfatta, dopo essermi confrontata anche con gli stereotipi, naturalmente. Premettiamo che la Svizzera è molto eterogenea: infatti è composta da 26 cantoni, si parlano 4 lingue ufficiali (oltre ad una moltitudine di dialetti) e per questo spesso e volentieri due compatrioti non si capiscono. Ma tutti sono fieramente svizzeri. Quando si dice Svizzera, si pensa alla puntualità, all’ordine e alla pulizia delle città, al formaggio con i buchi, alle mucche e alla cioccolata. Ho avuto il piacere di provare il “Typisch” che dà origine a queste credenze comuni (piuttosto veritiere, direi). La mia prima tappa è stata Ginevra.

Ginevra

La puntualità dei treni svizzeri è stata una conferma dello “stereotipo” veramente piacevole e funzionale ad un viaggio comodo e senza inconvenienti. E dirò di più: dopo aver preso un po’ di confidenza con le stazioni svizzere (durante il mio breve soggiorno ho avuto l’occasione di conoscere quella di Ginevra, di Neuchatel e di La-Chaux-de-Fonds, un paesotto a 1000 metri, che ha dato i natali a Le Corbusier) quasi ci si abitua alle perfette coincidenze tra un treno e l’altro: si ha il tempo di cambiare binario con calma, ma non si aspetta mai più di 10 minuti. Cambiare treni non suscita più alcuna preoccupazione. Normalmente, la paura di perdere le coincidenze mi attanaglia e spesso impiego ore più di quelle necessarie per i miei tragitti.

Ho passato un pomeriggio a Ginevra, considerata la città meno svizzera fra tutte, probabilmente per l’alta presenza di frontalieri dalla Francia e il gran numero di altri europei che vi lavorano. Tuttavia, un po’ bisogna ammetterlo, che ci sono dappertutto banche e gioiellerie. E negozi di orologi, moltissimi negozi di orologi delle marche più prestigiose, per lo più concentrati nelle due arterie principali, che danno proprio sul Lago Lemano. Ma c’è anche la Vieille Ville: vi si accede procedendo lungo vicoli ciottolati che vanno restringendosi in salita, lasciandosi alle spalle la grandeur delle insegne delle banche, ma non si rinuncia al rigore e all’ordine che caratterizzano la città. E vi è un motivo. Ginevra è la città di Calvino e del Calvinismo: è proprio nell’austera e maestosa cattedrale di Saint Pierre il segno lasciato dalla Riforma Protestante, a cui è dedicato un intero museo in una vietta laterale.

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La Chaux-de-Fonds e Le Locle

Queste cittadine, di qualche decina di migliaia di abitanti se le consideriamo insieme, costituiscono il vero e proprio laboratorio dell’industria orologiaia svizzera: qui hanno le loro sedi manifatture di prestigio internazionale. Inoltre, nel 2009, sono entrambe state dichiarate Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO: le loro piante illustrano uno sviluppo urbano del tutto originale, che riflette le necessità di organizzazione razionale dello spazio proprio per la produzione orologiaia. Pianificate all’inizio del XIX° secolo, dopo tre grandi incendi che le rasero al suolo, La Chaux-de-Fonds e Le Locle sono interamente destinate a questa produzione. Non c’è quindi da meravigliarsi se gran parte degli abitanti che conoscerete vi diranno di essere orologiai o comunque di essere impiegati in una delle enormi case produttrici.

orologio

Môtiers

Se si pensa alla Svizzera, l’immaginario comune ci riporta idilliaci paesaggi: altopiani assolati, morbidi e verdeggianti, mucche dorate che pascolano serenamente, le vette delle Alpi come cornice, baite di legno con caminetti accesi e fiumi di Emmental fuso. Arrivati a Môtiers, è proprio questo lo scenario che ci si rivela. Immancabile il pranzo a base di fondue, in un rifugio del tutto corrispondente alle più ottimiste aspettative. Atmosfera calda e accogliente, pareti rivestite di legno e pizzi alle finestre, vino e una buona compagnia hanno reso digeribile la famosa fondue moitié-moitié: da una pentola che continua a sobbollire, la tradizione vuole che i commensali intingano pezzetti di pane nel composto di formaggio fuso, kirsch e vino bianco. Môtiers ci ha riservato anche delle vere e proprie sorprese. Una breve passeggiata ci ha portato tra i camosci, sulla cresta dell’altopiano, che si getta su un cirque di rocce a strapiombo sulla valle, punto da cui si gode una vista mozzafiato: da una parte si ammirano le cime del Massiccio del Giura, dall’altra, nei giorni più tersi, le vette alpine. La regione di Môtiers, oltre che per le bellezze naturali, è famosa per la produzione di assenzio. Avevo sempre legato questo alcolico solo al mondo bohémian di Baudelaire e dei poeti maledetti del XIX° secolo francese: mi sbagliavo. L’assenzio non è verde – probabilmente questa è la più grande delusione che posso dare ai consumatori poco consapevoli -. Spesso infatti è trasparente, si beve diluito in acqua senza l’aggiunta di zucchero. Ha un colore simile a quello dell’olio extra-vergine di oliva (quindi sul verde, ma tendente al giallo) solo quando è prodotto attraverso un particolare procedimento di distillazione. In ogni caso, se siete abituati a vederlo color sciroppo alla menta, sappiate che state bevendo coloranti. (http://www.absinthemotiers.com)

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Il Typisch è altro rispetto allo stereotipo, anche se è proprio dal primo che nasce il secondo. Typisch è ciò che è nello spirito di un popolo e si esprime in usi e costumi, atteggiamenti e modi pensare, attraverso l’arte. Lo stereotipo è creato da chi è estraneo, da chi è altro rispetto a tutto ciò: ovviamente ha a che fare con il Typisch, ma non bisogna dimenticare che è una visione, spesso distorta, generata da chi è al di fuori. Per queste caratteristiche intrinseche, è facile cedere agli stereotipi finché non si ha il coraggio di aprirsi al Typisch. Per accettare e capire l’altro, vale la pena di provare a vivere come lui.

 Altro che Toblerone, provate la cioccolata Frigor…

Foto: Balnaszorp (Copertina: Francesco Mastroianni)

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One thought on “(Stereo) Typisch Suisse

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