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Quanto peso hanno i generi espressivi e le loro tradizionali tipologie nel farci giudicare, o addirittura riconoscere le opere estetiche? Perché possiamo dire che qualcosa è una “buona opera cinematografica”, una “buona opera musicale”, una “buona opera visiva”, una “buona opera teatrale” e così via? Perché a volte i singoli ambiti hanno difficoltà nel guardarsi e riconoscersi reciprocamente opere artistiche, quasi a pretendere una superiorità su altri generi?

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Spero che nelle scorse settimane vi sia capitato di fare un salto in Hangar Bicocca. Si conclude infatti oggi la permanenza nello spazio artistico contemporaneo più importante di Milano dell’installazione The Visitors. L’opera è dell’artista islandese Ragnar Kjartansson ed è costituita da nove proiezioni video in scala 1:1, nonché dalle corrispettive tracce audio che riproducono l’esecuzione di un brano da parte di nove musicisti sparsi in nove angoli diversi della medesima villa ottocentesca. Le nove tracce fanno udire contemporaneamente da fonti separate il suono dei singoli strumenti ripresi, creando nel luogo dell’istallazione una spazialità musicale tanto unitaria quanto variabile rispetto alla posizione d’ascolto, a dispetto della parallela spazialità frammentaria e ricostruita teoricamente della villa rappresentata nella finzione visiva.

La performance e lo strumento riproduttivo audio/video vengono dunque fatti collassare in un solo mezzo espressivo (gli volete dare un nome?), dando luogo a un impatto estetico notevole e, allo stesso tempo, ci si può divertire speculando attorno al rapporto dell’individuo solista con il gruppo, o sulla dicotomia tra classicismo e romanticismo che si abbozza al variare dello sguardo della cinepresa sulla location. Insomma, il lato sensibile e il lato concettuale dell’opera procedono di pari passo, sfuggendo alle classificazioni storiografiche dei generi artistici. Non è dunque un caso se si può tentare di indicare il video musicale e la performance teatrale come generi originari dell’installazione, senza che ciò impedisca di riconoscere all’interno dell’opera altre esperienze artistiche di tipo storico, come il concettualismo e la video-art, che giungerebbero però solo in seconda battuta.

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Ciò avrebbe comunque ancora troppo poca importanza. La forza di The Visitors è infatti quella di essere innanzitutto un’esperienza estetica dotata di forza propria, a prescindere da tutta questa stratificazione di classificazioni, anzi: è proprio il sorgere a posteriori della stratificazione che dà valore all’opera senza farla scadere nel più banale intellettualismo, o nel becero citazionismo. La capacità di Kjartansson è quella di condensare una serie di esperienze artistiche di campi profondamente diversi in un’unità estetica che non scade nell’esibizione immediata delle proprie componenti, bensì che scopre al proprio interno la nobilitazione di attività artistiche spesso periferiche rispetto all’ambito museale ed espositivo del cosiddetto “mondo dell’Arte” ufficiale. L’opera si riprende dunque il posto che le è proprio non più come prodotto di un genere, di un mondo, di un gruppo di riferimenti sociali riconosciuti da un ambito specifico, ma come ricettacolo dei generi e conferendo senso agli stessi. E questa idea di “essere ricettacolo” che si traduce nell’idea che l’opera d’arte non sia “di genere”, ma “sintesi dei generi”. “Sintesi” come superamento, ascesa a un livello di discorso superiore, annullamento delle divisioni.

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Le nostre mappature di genere non possono infatti essere il fondamento su cui stabilire se un’opera sia bella, più bella o meno. Sono queste mappature che piuttosto sorgono in virtù dell’efficacia delle opere a noi note e da noi riconosciute come belle, andando a spiegare le differenze di modalità con cui questa bellezza ci si esprime. Constatato perciò che sono i generi che sorgono dalla nostra esperienza, e non la nostra esperienza a dover essere dettata nel proprio giudizio dai generi, possiamo scomodare il buon Kant e rimettere in luce una sua chiara distinzione al riguardo: le facoltà del genio non possono essere ricondotte ai canoni replicabili da una facoltà che si voglia dire allo stesso modo geniale (insomma, copiare il bello non fa fare automaticamente cose belle), non si può ridurre l’esperienza estetica a dei modelli. È tuttavia impossibile non riconoscere come vi siano opere che si staglino sopra le altre, che possano essere valide esemplificazioni di cosa sia la bellezza e come essa possa aver luogo nella nostra esperienza. Ricordiamoci dunque della fragilità delle nostre categorizzazioni storiografiche, riconducendole a una funzionalità di esplicazione di qualcosa che sia bello a livello fondativo, e non fondato sulle stesse. Scordiamoci di dire che, siccome un’opera aderisce a modalità precedenti, sia allora un’opera d’arte.

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Oltrepassato questo rischio, compiaciamoci poi pure di tutte le componenti che ci sono familiari e divertiamoci a collegare per citazioni le opere per fare i nostri discorsi eruditi, o a separarle in classi per meglio identificarle, ben consci però che non per questo il valore di un prodotto artistico possa essere fondato su quello di un altro.

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