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Questo film è una stronzata! Quante volte l’abbiamo detto? Quante volte pensato? Lo scrive anche quadro in un commento a un mio articolo sulla “Vita di Adele”:

“Scrivo una risposta a caldo, dopo aver visto il film questa sera. La cosa che mi lascia più perplesso è come, gente competente, colta e seria possa veramente aver apprezzato una stronzata come questa. Fatico davvero a capire perché, tutte quelle virtù che tu enuclei (ma non sei il solo, anzi) io semplicemente non le trovo. Davvero nessuna di queste. Sono andato al cinema con aspettative piuttosto elevate e mi sono trovato semplicemente disgustato, era da “Avatar” che non provavo il desiderio di uscire a metà proiezione. Dal primo momento siamo davanti a una serie di soggettive venute male, che più che coinvolgere emotivamente fanno disgusto: il kebap, la bocca semiaperta, le caccole di Adele non hanno nulla del “realismo”, sono semplicemente di cattivo gusto. La narrazione tiene pochissimo: la trama è mal sviluppata e con un sacco di carenze, restano oscuri un sacco di passaggi e molti spunti (che potevano risultare interessanti) non vengono sviluppati. Anche la trama principale ha carenze: il travaglio personale della protagonista rispetto al suo orientamento sessuale è scarsamente elaborato e rimane buttato lì, tutti gli eventi sembrano piovere dal cielo e la storia appare completamente slegata. Mi sembra che nulla sia anche la presa emotiva: fatto salvo per pochissime scene (la litigata e il ritrovo nel bar) non l’ho trovato per nulla coinvolgente, e la necessità di scene di sesso di lunghezza estenuante sembra confermarlo. Si tratta evidentemente dell’unica trovata per raccontare il rapporto tra le due protagoniste, ben poco sviluppato su molti altri aspetti. Il tutto ovviamente condito dalle dubbie massime dei professori, dai soliti stereotipi sugli studenti di belle arti e dalle citazioncine di Sartre. Il risultato, a mio avviso ovviamente, è una noia mortale di tre ore, per di più brutta. Immagino sia perfetto per la buona borghesia intellettualoide di sinistra. Io, però, la prossima volta vado a vedere Checco Zalone.”

Non gli è piaciuto, pare, ma non è questo l’importante. Quello che mi ha interrogato è che condivido le sue osservazioni sulla trama. È vero: il travaglio interiore è poco elaborato, molte cose accadono senza che ne siano state mostrate le premesse, così come condivido la scarsa presa emotiva. C’è sempre una qualche distanza tra le protagoniste e gli spettatori, non viene favorita l’immedesimazione. Però ritengo quel film poco meno di un capolavoro. L’analisi è simile, il giudizio è opposto.

A come fosse possibile ho provato a darmi questa risposta. Un film, così come ogni prodotto artistico, può essere valutato o secondo un canone rigido e esterno all’opera o attraverso criteri che si desumono dall’opera stessa e dal suo sistema di segni. In particolare è importante che questi siano coerenti. Sarebbe assurdo, o più semplicemente sbagliato, se in un film di fantascienza le strade fossero illuminate da lampade a petrolio, così come farebbe ridere un cavaliere medievale che posti le sue imprese su facebook. Altra importante considerazione se si vuole ricercare il canone a partire dall’opera è comprendere quale sia il fine che si prefigge e considerare se lo raggiunga o meno.

Il primo metodo lo potremmo definire soggettivo: il canone è fissato dallo spettatore secondo quelli che sono i suoi gusti. Il secondo è, invece, più oggettivo poiché cerca di comprendere la logica interna del film, del quadro o di quant’altro e studia la sua coerenza e l’efficacia dei mezzi espressivi utilizzati.

Preferisco il secondo procedimento valutativo. Come giudichereste chi critica una scultura moderna perché non rispetta il canone di Policleto? Io come l’ubriaco che si lamenta dell’acqua perché non è vino. Opere eterogenee meritano criteri di valutazione diversi. È per questo che il film non è piaciuto a quadro: vi ha cercato quello che non c’era, si è concentrato sulla trama, che nel film conta volutamente poco e si è perso il resto, la magia dei sentimenti e della loro espressione. Almeno, questo e quello che mi è parso di capire dal suo commento.

Può poi succedere, ed giusto e fisiologico che succeda, che qualcuno non comprenda un’opera, che non ne sia emozionato, che non riesca neanche ad intuire quale sia il suo fine. Dichiarare che un’opera non piace è legittimo, sostenere che sia una stronzata, perché non ci dice nulla e adducendo come pretesto la sua non conformità con quanto si sarebbe desiderato vedere, lo è meno. Quando non si capisce qualcosa è opportuno tacere, non andar oltre la franca ammissione della propria ignoranza

La categoria “stronzata” può comunque sopravvivere. Un film e un’opera si possono definire esteticamente una stronzata quando i loro mezzi espressivi sono squallidi o totalmente incoerenti, il cavaliere con lo smartphone, per intenderci. Oppure possono essere filosoficamente una stronzata: le loro finalità possono essere indagate criticamente e valutate concettualmente. Un buon esempio è proprio “Avatar” citato da quadro. È il re tuttora indiscusso degli effetti speciali, è realizzato con una maestria tecnica senza precedenti. Ha tutte le qualità per essere considerato un capolavoro nel suo genere, raggiunge pienamente lo scopo di stupire e svagare il pubblico. Nel suo genere, però. E il suo genere si può giustamente e filosoficamente contestare. Non aggiunge niente all’esistenza umana e fa giusto buttar via un po’ di tempo. In fondo non è altro che una magnifica cazzata.

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4 thoughts on “Questo film è una stronzata! (???)

  1. Butto giù qualche riga di risposta semplicemente perché sono stato citato, anche se mi sembra che ci stiamo un po’ troppo parlando addosso. Cercherei di concentrarmi esclusivamente sull’aspetto argomentativo dell’articolo e di trascurare il resto.

    Dopo aver citato il mio commento e scritto che condivide alcuni aspetti contenutistici di questo, l’autore, che dà un giudizio opposto del film, scrive “A come fosse possibile ho provato a darmi questa risposta. Un film, così come ogni prodotto artistico, può essere valutato o secondo un canone rigido e esterno all’opera o attraverso criteri che si desumono dall’opera stessa e dal suo sistema di segni. In particolare è importante che questi siano coerenti. Sarebbe assurdo, o più semplicemente sbagliato, se in un film di fantascienza le strade fossero illuminate da lampade a petrolio, così come farebbe ridere un cavaliere medievale che posti le sue imprese su facebook. Altra importante considerazione se si vuole ricercare il canone a partire dall’opera è comprendere quale sia il fine che si prefigge e considerare se lo raggiunga o meno.”

    Si chiariscono a questo punto due metodi per giudicare le opere d’arte che vengono poi illustrati; cercando di schematizzarli un minimo si potrebbero indicare così:

    1) X giudica l’opera d’arte Y secondo i criteri di X (Criterio soggettivo)
    2) X giudica l’opera d’arte Y secondo i criteri di Y (Criterio oggettivo)

    Su questa coppia di concetti si fonda tutto il succo dell’articolo e l’argomentazione che ne segue è questa: “Dichiarare che un’opera non piace è legittimo, sostenere che sia una stronzata, perché non ci dice nulla e adducendo come pretesto la sua non conformità con quanto si sarebbe desiderato vedere, lo è meno. Quando non si capisce qualcosa è opportuno tacere, non andar oltre la franca ammissione della propria ignoranza”

    Ora, al di là delle note di colore, la critica che mi si fa è questa:

    1) Io ho giudicato l’opera secondo i miei propri criteri (Criterio soggettivo)
    2) Le opere devono essere giudicate attraverso il criterio dell’opera (Criterio oggettivo)
    ——————————————————————————-
    3) Da 1 e 2 segue che io ho giudicato male l’opera.

    Si tratta di un’argomentazione sostanzialmente corretta: il ragionamento sembra valido. Dico sembra però, perché nella premessa numero 2 si cela in realtà un trabocchetto. Ancora: il ragionamento è corretto ma non rispetta alcune regole di “pulizia” e “correttezza” che andrebbero seguite. Il punto è questo: sono d’accordo con l’autore dell’articolo nel ritenere di aver giudicato l’opera secondo i miei criteri (anzi, potrei aggiungere che è proprio quello che volevo fare), sono meno d’accordo se, per contestarmi, si ricorre ad una teoria estetica che io non ho mai sottoscritto.

    Voglio dire questo: io non ho mai assunto nel mio articolo (ma credo anche in altri contesti), la coppia di criteri esposta all’inizio. Tanto meno ho sottoscritto la premessa 2 dell’argomentazione: non ho mai sostenuto che il modo corretto di giudicare un’opera d’arte sia questo presunto criterio oggettivo. Ora, non voglio qui soffermarmi su un discorso estetico riguardo questo modo di giudicare i prodotti artistici, che non condivido ma che sarebbe comunque interessante discutere. Voglio semplicemente sottolineare la fragilità di tutta l’argomentazione sottesa a questo articolo.

    L’autore dell’articolo critica infatti il mio commento ricorrendo ad una teoria estetica personale (almeno credo, eventuali testi di riferimento non sono citati) che non si vede proprio come io potessi conoscere o tanto meno condividere. Sarebbe stato molto più corretto se si fosse confrontato con la premessa che, almeno secondo la chiave di lettura che stiamo dando, sarebbe sottesa al mio discorso. Mi riferisco al fatto che non balza neppure in mente all’autore dell’articolo di discutere l’eventuale controbiezione per cui “il modo corretto di giudicare un’opera d’arte è quello soggettivo”. Anche il riferimento ad Avatar è trascurato: io non ho mai voluto dire che Avatar sia una stronzata “dal punto di vista filosofico”, affermavo piuttosto (indirettamente in realtà) che è una stronzata e basta.

    Ora, non pretendo che questo criterio sia quello corretto, mi sembra però che quest’ipotesi non sia neppure ventilata nell’articolo. L’unica ragione che si adduce per dar conto della premessa 2 è questa: “Preferisco il secondo procedimento valutativo. Come giudichereste chi critica una scultura moderna perché non rispetta il canone di Policleto? Io come l’ubriaco che si lamenta dell’acqua perché non è vino. Opere eterogenee meritano criteri di valutazione diversi. È per questo che il film non è piaciuto a quadro: vi ha cercato quello che non c’era, si è concentrato sulla trama, che nel film conta volutamente poco e si è perso il resto, la magia dei sentimenti e della loro espressione. Almeno, questo e quello che mi è parso di capire dal suo commento.”

    Insomma dopo avermi criticato più che a sufficienza per l’utilizzo di questo presunto “criterio soggettivo”, l’autore da conto della validità del suo “criterio oggettivo“ attraverso l’espressione “Preferisco il secondo procedimento valutativo”, seguita da una domanda retorica. Ora, credo che sia abbastanza evidente come questa argomentazione lasci a desiderare. Nel migliore dei casi si può ritenere questo passaggio poco sostenuto, nel peggiore si potrebbe dire che, per dimostrare la validità del suo criterio, l’autore utilizza tacitamente quello che vuole criticare. Ossia:

    1. L’autore giudica consono accettare il criterio oggettivo secondo il criterio proprio dell’autore stesso.
    2. Il criterio oggettivo è valido

    E’ chiaro però che per accettare questa inferenza si deve ammettere tacitamente quello che sinora abbiamo chiamato criterio soggettivo. Puntualizzo che questa obiezione non ha nessuna conclusività: potrebbe semplicemente essere che l’autore abbia dato per scontato questo passaggio e non pretendesse di argomentare, il che va bene, anche se non è un buon modo per rispondere alla mia critica. Oppure l’autore potrebbe restringere la sua preferenza per il criterio obiettivo al caso delle opere d’arte: ossia potrebbe dire che mentre le opere si giudicano attraverso un criterio obiettivo, i criteri si scelgono in modo soggettivo. Potrebbe quindi fare una differenza fra criteri e metacriteri: i criteri devono essere oggettivi, i metacriteri soggettivi. Forse è una strada che si può percorrere, anche se nell’articolo non traspare, sembra però molto poco decisiva e anche fortemente controintuitiva, dal momento che il giudizio estetico sembrerebbe più “soggettivo” di quello conoscitivo.

    Mi fermo qui: la mia impressione è che questo articolo sia una colossale petitio principii: per dimostrare che il mio parere è errato si introduce una premessa che è evidentemente già la conclusione. Si riconduce la mia critica a un “criterio soggettivo” (il che può essere accettabile) ma si introduce al contempo una premessa che dice che questo non va bene. Ancora: può darsi che la premessa 2 sia accettabile e vera, non è questo che ho voluto discutere, mi sembra però che, data l’argomentazione con cui è stata introdotta e dato il fatto che non si tratta di una premessa condivisa, l’intero articolo lasci a desiderare, almeno sotto il profilo squisitamente logico.

    Il resto penso si commenti da solo.

    • 1) Il giudizio estetico soggettivo descrive non l’opera, ma le sensazioni dell’opera su un singolo spettatore. Non è possibile eliminare da esso il complemento di termine “a me”, di conseguenza parla della relazione tra l’opera e un vissuto unico e personale. È un racconto di un’esperienza o di un incontro, non un commento dell’opera in quanto tale.
      2) È vero che l’opera vive di relazione, ma poiché la relazione non è con uno ma con molti. L’inferenza generalizzante del tipo “mi ha annoiato, quindi è noioso” non è legittima poiché passa dal particolare all’universale sulla scorta di un’unica evidenza empirica. Lo stesso si può dire di affermazioni come: “non ho trovato niente di positivo nell’opera, quindi l’opera non ha niente di positivo, quindi è una stronzata”. È ovviamente sempre legittimo dire “per me è noioso” o “non mi ha detto niente” che però sono opinioni valide come tutte le altre, niente di più.
      3) Il ricorso a mancanze tecniche secondo un canone astratto esterno all’opera stessa vuol dire non parlare dell’opera: l’artista può in qualunque momento decidere di infrangere le regole del mestiere se l’infrazione è giustificata e ed è coerente con il resto dell’opera, se non stona, per dirla più semplicemente. Se non si ammette questo principio non credo sarebbero in alcun modo salvabili i lavori degli impressionisti, degli espressionisti, per non parlare di quelli di Duchamp e di tutte le avanguardie in generale. Bisogna accettare che è l’opera d’arte a scegliere il suo metro e in base ad esso giudicarla, meglio sarà scelto – anche e soprattutto in relazione al contesto storico in cui si inserisce – più sarà efficace.
      4) Idee simili a queste e, chiaramente, meglio sviluppate dovrebbero trovarsi in “Fenomenologia della tecnica artistica” di Dino Formaggio. Dico dovrebbero perché non ho una conoscenza diretta del testo, ma ho avuto modo di parlare con chi il testo lo ha studiato. Questo è quello che mi è parso di capire e che mi ha convinto.
      Spero di essere stato maggiormente esaustivo.

      • Scrivo giusto qualche riga di risposta perché mi sembra che questo commento c’entri poco col mio precedente. Mio interesse non era infatti aprire una discussione sul discorso estetico, ma semplicemente fare degli appunti al modo di argomentare dell’articolo e alla sua fastidiosa arroganza. Tutto qui.

        Detto questo, sono piuttosto ignorante sul piano estetico, ho una conoscenza perlopiù manualistica e schiacciata sui grandi classici. Scrivo qualcosa perché hai messo comunque giù alcuni punti interessanti ma voglio essere chiaro che non è qui la mia critica. Semplicemente, almeno quando si insulta e si da dell’ignorante, si potrebbe argomentare meglio. Mi sembra un’esigenza minimale. Un’esigenza ancora un po’ più larga sarebbe quella di evitare l’insulto, ma forse qui chiedo troppo. Insomma, mi sembra che tu non abbia raccolto il mio precedente post, ma fa niente. Mi fermo e provo a rispondere sul contenuto, fatte queste doverose premesse.

        1) Quello che dici al punto 1 è apparentemente vero. Ma merita un’attenzione maggiore: perché il giudizio soggettivo non descrive l’opera? Voglio essere provocatorio (ma in realtà un po’ lo penso davvero): io credo la descriva eccome. Io non penso affatto che si possa tracciare una linea tra oggetto in sé e per me. Anche quando descrivo un oggetto nella quotidianità lo giudico sulla mie esperienza, ma allora descrivo una relazione e non l’oggetto? Affatto! Descrivo l’oggetto! Perché è proprio nella relazione con l’ego che ogni oggetto si costituisce. L’oggetto non è in qualche cielo iperuranico, è proprio un “per me”. Da qui penso che segua il resto.

        2) Qui mi sembra che si faccia semplicemente un po’ di confusione: un conto è l’universalità, un conto l’unanimità. Quando critico un’opera lo faccio sulla scorta della mia esperienza, e credo sia giusto così. Se altri avranno un’impressione differente tanto piacere. Il punto è che il giudizio sull’opera non è la somma di tanti giudizi soggettivi. Se l’opera di cui tutti parlano è la stessa, se, cioè, si ha qualcosa come un’esperienza intersoggettiva, deve poter essere determinabile chi ha ragione e chi ha torto, come in mille altri casi. Per me la situazione non è molto diversa dal caso in cui tu mi dicessi “Guarda il vaso sul tavolo” ” Non vedo proprio niente” “Guarda meglio, è lì a sinistra” “Ora lo vedo”. Ossia l’inferenza dal “per me è” al “è” vale eccome, ma ovviamente è passibile di errore. Come sempre del resto, non credo di dire nulla di fenomenale. Io vedo un libro sul tavolo -> c’è un libro sul tavolo

        3) Credo di non aver colto benissimo questo punto. Se il punto è semplicemente che l’opera d’arte deve “scegliere il suo metro di giudizio” semplicemente non sono d’accordo, ma mi sembra che ne abbiamo parlato fino ad adesso. Mi sembra un po’ un parlarsi addosso, tutto qui, oltre ad essere molto comodo. Faccio un esempio: un lavoro di Wilde è perfettamente conforme al gusto esteta-dandy. Da questo però non credo proprio di poterne trarre un giudizio positivo sull’opera. Posso provare a chiarire meglio il senso di quel che dico così: se ogni opera d’arte si costituisce e trova senso solo in riferimento ad una soggettività (e quindi intersoggettività) è solo rispetto a questa che si può dare un giudizio. Sul come poi, ci dovremo interrogare ancora a lungo.

        P.s. Ho fatto ora una correzione al commento: al punto due c’era scritto conclusione al posto di confusione e al 3 un “è” invece di “essere”. Chiedo scusa ma l’ho scritto questa mattina di fretta. (00.39)

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