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Ma a che serve ‘sta filosofia?” – Beh forse posso provare a partire da qui. Dalla più ingenua domanda che ogni adolescente si pone, giustamente, arrivato al terzo anno delle superiori. Da una domanda che sa di provocatorio, ma che in realtà tocca terreni di grande profondità. Voglio partire da qui per raccontarvi, o almeno provare a farlo, qualcosa di quella figura straordinaria che è stata Edmund Husserl. Voglio provare a dirvi perché penso ci abbia insegnato qualcosa di fondamentale, a partire proprio da quella questione che dicevamo, e perché valga veramente la pena leggere le sue pagine.

Cominciamo dunque.

Era il 1911 quando sulla neonata rivista “Logos” Edmund Husserl, su invito di Heinrich Rickert, pubblicò uno dei suoi testi più noti: “La filosofia come scienza rigorosa”. Filosofo moravo di famiglia ebrea, convertitosi in seguito al protestantesimo, Husserl è uno dei grandi nomi della filosofia del Novecento; autore monolitico ed estremamente sistematico, si era fatto conoscere prima per la sua “Filosofia dell’aritmetica” e poi per le straordinarie “Ricerche logiche” del 1901. “La filosofia come scienza rigorosa” si inserisce all’interno di quel percorso che da lì a poco avrebbe portato al primo volume delle “Idee”, sicuramente uno dei capolavori della produzione husserliana. Come molte delle sue opere, il testo scritto su “Logos” ha una funzione sostanzialmente introduttiva e contiene in sé molti temi cari al nostro autore.

Un’ennesima introduzione alla fenomenologia dunque, ma che presenta alcuni aspetti che la rendono per noi particolarmente interessante. Si tratta infatti di uno scritto di carattere particolarmente polemico, in cui troviamo un Husserl leggermente più “pop” del solito, più uomo di cultura e quasi “divulgatore”. Obiettivi della critica husserliana sono due prospettive, apparentemente opposte, ma in realtà coincidenti: quella del pensiero naturalista e quella delle filosofia delle Weltanschauung.

Il cavaliere, la morte e il diavolo – In un passo del suo diario, Husserl parla della sua fenomenologia (di cui poi cercherò di chiarire meglio il significato) paragonandola al “cavaliere” del noto dipinto di Dürer: stretto dal diavolo e dalla morte, egli procede, senza timore, sicuro di sé.

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Cercando di adattare quest’immagine al contesto della “Filosofia come scienza rigorosa” possiamo provare a dare un nome ai due pericoli che il cavaliere si trova di fronte. Il primo è quello delle filosofie naturaliste, di tutte quelle posizioni che, in un modo o nell’altro, naturalizzano la coscienza. L’Io è ridotto a cosa, ad oggetto empirico fra i tanti; l’esperienza a nient’altro che una relazione causale, ad un’interazione fisica. Eppure tutto questo ci sembra, in fondo, vero. Cosa siamo alla fine se non proprio un corpo fra i tanti? E non è la nostra esperienza proprio frutto di relazioni causali? Ci sembra vero e probabilmente lo è, ma non è questo il punto che Husserl ci invita a problematizzare. Non si tratta infatti di mettere in dubbio questi risultati, sacrosanti e straordinari, delle scienze positive; non si tratta di negare che la nostra realtà sia fatta anzitutto di fatti, si tratta di interrogarsi a proposito degli atti che stanno dietro questi. Non si tratta, per Husserl, a mo’ di novello Gentile, di cancellare la dimensione oggettuale in favore di quella spirituale. Si tratta invece di rivendicare la dimensione spirituale, esperienziale e coscienziale che ogni oggettualità presuppone.

Il secondo pericolo è quello delle filosofie della Weltanschauung che, nel primo Novecento, sviluppando in un certo modo la riflessione sulla storia avviata da Hegel, finirono per intendere ogni elaborazione filosofica alla stregua di una “visione del mondo”. La filosofia viene relativizzata al suo tempo: così come esiste un arte rinascimentale, così esiste un pensiero rinascimentale, e via discorrendo. La filosofia è soltanto uno dei tanti fenomeni culturali di un tempo; benché conservi una sua importanza etica, la riflessione filosofica, che pure è quella che meglio comprende un’epoca storica, è spogliata di ogni sua reale capacità conoscitiva. Essa smarrisce ogni ideale normativo: dalla molteplicità delle filosofie, diverse e contraddittorie fra loro, il pensatore storicista perviene a una generale sfiducia nei confronti della conoscenza, un pensiero vero non c’è, o, al più, ogni riflessione resta relativa al suo tempo.

Due strade diverse dunque, eppure straordinariamente vicine. Da un lato le scienze della natura, dall’altro quelle dello spirito, entrambe in qualche modo mettono in questione il terreno della filosofia. Che rimane infatti del pensiero filosofico se ogni problema è ricondotto sul terreno della fisica? Ma che ne rimane comunque se tutto è riportato allo studio storico-erudito? Un problema che deve suonarci in qualche modo attuale: che ne è della filosofia in un mondo in cui ogni settore, ogni ambito del reale ha un suo corrispondente sapere specializzato?

Eppure in questa mossa si annida un errore: le diverse scienze, che pure nei loro rispettivi campi procedono con successo e senza problemi, quando pretendono di colmare quello spazio che dovrebbe essere di pertinenza della filosofia, finiscono per segare l’albero su cui siedono. Finiscono, in sostanza, per condurre allo scetticismo, per negare con la loro mossa quello che pretendono di dire a parole. Naturalismo e Weltanschauung pretendono entrambi di ridurre la sfera delle ragioni su quella dei fatti: in questa mossa sta la loro negazione della filosofia, ma in questa mossa sta il loro fallimento. Se l’esperienza è un fatto causale fra gli altri, come può allora parlarci del mondo? E se la storia è scienza di avvenimenti, come può dirci qualcosa sulla validità della filosofia in generale?

La fenomenologia – All’origine del pensiero di Husserl sta la fondamentale esigenza di ripensare tutto da capo, di far fronte realmente ai problemi posti da scetticismo e relativismo, dal naturalismo e dalle filosofie della Weltanschauung. La risposta di Husserl sta tutta in quel suo motto “alle cose stesse“, nella necessità di riconsiderare quel terreno originario, da cui ogni conoscenza trae la sua legittimità e fondazione. Nel delimitare questa sfera, la sfera dell’esperienza pura, sta il senso di tutta la fenomenologia. Questa, in fondo, altro non è che la mossa per cui, volendo conoscere finalmente la realtà in se stessa, la si considera in maniera apparentemente riflessiva, a partire dall’esperienza che se ne ha. Si tratta di tenersi fermi a quello che nel primo volume delle “Idee” Husserl chiamerà il “principio di tutti i principî”: all’idea che soltanto nell’esperienza intuitiva e preteoretica ogni conoscenza trova la propria fonte di senso e giustificazione.

Come scienza rigorosa: il senso del filosofare – In questo compito altissimo sta dunque la cifra di ogni autentica filosofia. Nel suo saper indicare e illustrare il terreno fondativo ultimo di ogni conoscenza, nel suo essere, una volta per tutte una “scienza rigorosa”. In breve, Husserl ci indica una via ambiziosa quanto affascinante: una via per cui la filosofia non è chiacchiera da salotto buono, discorso da ubriachi o passatempo da umanisti. La filosofia può essere una scienza, può essere il modo con cui ripercorrere criticamente ogni conoscenza, può essere, in fondo, il solo modo in cui una vita in piena autonomia, può essere vissuta.

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