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Adele

Qualcuno una volta disse che il cinema è la vita senza tempi morti. “La vita di Adele” è questo: un condensato di momenti e attimi che sono la struttura portante di un’esistenza. Meglio: il taglio è preciso. Delle tante storie che si possono ricavare da una vita il regista ne sceglie una. Una ragazza scopre la sua sessualità eterodossa, omosessuale. I suoi tentennamenti, i dubbi e le paure. L’esplorazione del suo corpo e di quello dell’altra. Il dolore, passati gli anni, dell’abbandono. La trama è già riassunta.

Conta anche poco che siano due donne, Adele e Emma: alla fine non ci si fa neanche più caso. Vivono, amano e soffrono, importa questo e solo questo.

Il resto delle storie è intersecato, emerge per brandelli. Passa sullo schermo la passione politica, dalle manifestazioni del liceo ai gay pride; passa il rapporto di Adele con la famiglia, si intuisce non idilliaco; passano gli studi, i rapporti coi compagni, la carriera di Adele come maestra dell’asilo. Si intravedono frammenti di una vita che nel suo insieme non ha nulla di speciale se non l’essere vita. Anche l’amore per Emma potrebbe essere o essere stato nell’esistenza di chiunque, uomo o donna non importa.

La magia è da un’altra parte, la trama c’entra poco. La magia sta nel volto di Adele, che riempie ogni silenzio. Che muta ad ogni momento. Che è capace di ridere piangere godere e di portarti con lui, nel vortice dei pensieri della persona che nasconde. Adele è nuda per tutto il film: la sua fragilità di essere umano, il suo bisogno di amare e essere amata è palese. È il racconto. Il film altrimenti semplicemente non sarebbe.

Ha dell’incredibile Adèle Exarchopoulos (Adele) per come recita. La semplicità delle sue guanciotte, dei suoi capelli sempre in disordine, dei suoi occhi bruni non ritagliati dal trucco, in fondo dei suoi tratti da bambina mostra la galassia delle emozioni umane, trova per ciascuna la giusta espressione. Si rimane ore incantati a guardarla. La regia sottolinea, ricalca, evidenzia. Forse è proprio il viso di Adele il vero protagonista del film. Gli occhi che lacrimano, la bocca sempre aperta che assaggia kebab, ostriche e labbra, il naso che gocciola per la troppa tristezza.

Il realismo è la cifra del film, il suo filo conduttore, il suo fascino, il suo limite. La descrizione attenta di quello che stato interessa e mantiene l’attenzione come il racconto coerente di un amico che una sera narri la sua storia, senza nascondere nulla, senza il bisogno di tacere o di vantare. Presentando i sentimenti prima dei fatti e mischiandoli insieme.

Mi sono chiesto per giorni perché tutto questo mi avesse colpito, perché continuavo a pensare ad una vita chiamandola arte. Una risposta è emersa pian piano. È colpa della nostra disabitudine ai sentimenti – ai nostri e agli altrui – del nostro desiderio di nasconderli, per non mostrarci vulnerabili, di ignorarli per non sembrare deboli. Il film va oltre: li mostra come sono senza veli, più scandalosi, in realtà, di ogni corpo nudo.

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3 thoughts on “Un’Adele affascinante e normale

  1. Scrivo una risposta a caldo, dopo aver visto il film questa sera. La cosa che mi lascia più perplesso è come, gente competente, colta e seria possa veramente aver apprezzato una stronzata come questa. Fatico davvero a capire perché, tutte quelle virtù che tu enuclei (ma non sei il solo, anzi) io semplicemente non le trovo. Davvero nessuna di queste. Sono andato al cinema con aspettative piuttosto elevate e mi sono trovato semplicemente disgustato, era da “Avatar” che non provavo il desiderio di uscire a metà proiezione. Dal primo momento siamo davanti a una serie di soggettive venute male, che più che coinvolgere emotivamente fanno disgusto: il kebap, la bocca semiaperta, le caccole di Adele non hanno nulla del “realismo”, sono semplicemente di cattivo gusto. La narrazione tiene pochissimo: la trama è mal sviluppata e con un sacco di carenze, restano oscuri un sacco di passaggi e molti spunti (che potevano risultare interessanti) non vengono sviluppati. Anche la trama principale ha carenze: il travaglio personale della protagonista rispetto al suo orientamento sessuale è scarsamente elaborato e rimane buttato lì, tutti gli eventi sembrano piovere dal cielo e la storia appare completamente slegata. Mi sembra che nulla sia anche la presa emotiva: fatto salvo per pochissime scene (la litigata e il ritrovo nel bar) non l’ho trovato per nulla coinvolgente, e la necessità di scene di sesso di lunghezza estenuante sembra confermarlo. Si tratta evidentemente dell’unica trovata per raccontare il rapporto tra le due protagoniste, ben poco sviluppato su molti altri aspetti. Il tutto ovviamente condito dalle dubbie massime dei professori, dai soliti stereotipi sugli studenti di belle arti e dalle citazioncine di Sartre. Il risultato, a mio avviso ovviamente, è una noia mortale di tre ore, per di più brutta. Immagino sia perfetto per la buona borghesia intellettualoide di sinistra. Io, però, la prossima volta vado a vedere Checco Zalone.

    P.s. spero di non essere risultato acido, il mio astio ovviamente va al film e non all’autore dell’articolo. 🙂

  2. Riguardo a “La vita di Adele”: il film mi è risultato particolarmente noioso e privo di orizzonti narrativi che fossero minimamente l’ombra dell’originalità. Per potermi spiegare come molti condividessero la mia impressioni e molti altri dicano decisamente l’opposto, mi sono dato una possibile spiegazione. Mi è parso che si sia scambiato per naturalismo la peggior piaga dell’intellettualismo, cioè la banalità. Come esempio riporto una studente di storia dell’arte e filosofia che si trova a dover criticare Klimt, faticando a trovare le parole, definendolo “… floreale!”. Emozioni? Se c’erano (e non le ho trovate, forse sono anche insensibile e un po’ cinico) erano condite dall’immaginario più piatto che la cinematografia mi potesse offrire.

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