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Aria fredda e spessa, odore pungente di piscio, ore 8.53: il treno sferraglia sui binari districandosi tra i grovigli di fili, aste, lastre metalliche, colate di cemento. Sfiora le saracinesche sporche delle case di periferia, fischia tra colori fuori moda e casermoni da edilizia frettolosa.

Binario 1, Milano Lambrate.

Mi sfiorano tristezze opache insipide, magre da stazione: scivolo via. Mi accoglie un inconfondibile odore di Regionale – quello di vecchio e di tazza intasata. Che però ha un suo perché e aggiunge… rusticità alla narrazione. Lo teniamo buono. Cerco un vagone semivuoto e abbasso il finestrino: si parte.

Sporgo leggermente la testa oltre il ferro. Il treno si snoda quasi elegantemente tra gli scambi di binario, cambia fili, passa sotto ponti, gallerie; sfiora panni stesi, steccati, piccoli orti strappati al cemento. Rogoredo: pausa di cinque minuti, anche il vento smette di contarmi i capelli. Dai finestrini spio il popolo dei ritardi malannunciati, dei messaggi marziani gracchiati al microfono. Ma il capotreno fischia e si è di nuovo in marcia.

La periferia degrada lentamente, un po’ nascosta da grandi prefabbricati grigi, torri dell’alta tensione, cartelloni pubblicitari, camion in coda in tangenziale. È quasi poetico contare le ultime case del Grande Agglomerato, chiedendosi quale, quale sia l’ultima… Oltre cui è il vago indefinito.

Io sono una persona sana, lo giuro: solo qualche raffreddore e un po’ di nostalgia cronica. Potremmo definirla un disperato bisogno di rievocare amate memorie (finte o vere non importa), riconoscendo occhi, sorrisi, colori; e con quelle baracche del campo nomadi vorrei il dolore della Cecenia, con quella nebbia dorata tornare a riprendermi il pezzetto di cuore lasciato a Sarajevo. E nelle albe dalmate, nei mattoni belgi, nelle chiesette greche. Ma le linee dei campi mi portano oltrepò, sull’Appennino; e mi cantano il sapore dolceamaro che ha in bocca il contadino che sa la luna e i falò…

Pensavo che se vivi in città è inutile che provino a spiegarti quei tanti bei quadri di Friedrich. Non sai cos’è la nebbia. La nebbia si respira, non si vede né tantomeno si studia. Si sente nel sangue – un po’ più freddo -, nelle ossa – un po’ più umide. La nebbia ti fa terra. La terra quella vera, s’intende. La terra che indispone di sincerità: ti fa storcere il naso. Ed è respiro di terra, calmo e profondo, in amore con gli alberi, che ti sussurra all’orecchio che sì, si può sperare e no, quell’ultimo centimetro non verrà mangiato. Si fermeranno prima, incantati da una bellezza senza prezzo e limite.

Passano Locate Triulzi, poi Pieve Emanuele, che è l’Orrore a destra, il Bello a sinistra. Ha un tasso di criminalità che, a detta dei villamaggioresi, neanche nei peggiori bar di Caracas. A destra c’è un cantiere residenziale da contado urbano con annesso un tremendo Residence Ripamonti  – casermone con tapparelle marrone sbavato – circondato da risaie concimate. Non un bello spettacolo. Bambini, giratevi a sinistra.

Lì inizia una serie infinita di fili d’acqua che disegnano una fittissima rete intorno ai campi, delimitati da alberi nodosi e storti, alcuni un po’ spelacchiati, altri ombrosi e carichi di edera sempreverde. Il sole è basso ma il freddo conserva il delicatissimo pulviscolo che sta sospeso a pochi centimetri da terra, azzurro cielo, impercettibile come una piccola nuvola, magico come un fuoco fatuo… Dialoga con granturco, prati verdi, rosso autunno o neri feriti da linee storte.

Il treno acquista velocità fuori dai centri abitati. E le file imperfette di faggi fuggono via come rondini, sul garrire acuto del treno, lungo quei binari luccicanti, infiniti…

Di lontano appaion le sagome esili dei campanili dei piccoli paesi; e un ragazzo corre col cane, su quei sentieri sottili e silenziosi. La nebbia si ispessisce, si fa pavesina, le balle di fieno galleggiano chete, stormi di uccelli sorgono dalla terra per tornare al cielo, gli alberi scompaiono grado a grado…

Nulla. Poi il nulla. Bianco, soffice, mammoso nulla.

Le mani dei tre senegalesi del mio vagone si staccano dal vetro, infreddolite. Anche loro riprendono coscienza dopo venti minuti di esperienza mistico-onirica, nonché molto poco africana.

In piedi: la corsa è finita, baby. Siamo in arrivo a Pavia Town.

Ritagli1Ritagli3

Ritagli4Foto e testo: Eleonora Sacco

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