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Partiamo dallo sciopero generale di ieri. Secondo molte testate giornalistiche si sarebbe trattato di un fallimento abbastanza evidente; sarà colpa dell’adesione dei soli sindacati di base, sarà per altri motivi. Sta di fatto che solo a Torino si sono avute percentuali elevate di adesione da parte dei membri del servizio di trasporto locale, provocando così a livello nazionale una serie di disagi di per sé non rilevante.

Ad aggravare il colpo a vuoto dello sciopero possiamo poi aggiungere anche altri due fattori: le fasce d’orario protette grazie alle quali, con una buona organizzazione, si possono compiere gli spostamenti necessari nella giornata, nonché la disponibilità di molti utenti ordinari del trasporto pubblico a sostituirlo per un giorno con il proprio veicolo privato. Qualche coda in più qua e là, ma tutto nei limiti del vivibile. Ed è qui che parte la stoccata da parte uno dei gruppi aderenti, il CODACONS, che, dopo aver dichiarato lo sciopero un “fallimento sindacale”, esordisce proponendo “una «revisione» della legge sullo sciopero anche «per introdurre forme alternative di protesta, come lo sciopero del biglietto, per cercare di danneggiare economicamente in primo luogo il datore di lavoro e non i consumatori».” (Fonte: Corriere della Sera).

A prescindere dalla fonte, il ruolo di questa dichiarazione non è di prova, ma di spunto per una riflessione seria sulle modalità che caratterizzano oggi quello strumento legittimo del lavoratore meglio noto come “sciopero”. Parlando ieri in un università con alcuni compagni, difatti, non ho nascosto la mia irritazione su come sia oggi intesa quest’arma fondamentale dei lavoratori nella lotta per i propri diritti. Le risposte che ho avuto sono state infatti legate a una visione tanto poetica quanto antiquata del mezzo; lo sciopero sarebbe inteso come un tentativo di creare disagi allo scopo di suscitare una qualche umanitaria empatia nel consumatore colpito verso lo scioperante da cui, si renderebbe allora conto, dipende il servizio di cui gode. Nessuna parola riguardo all’efficacia del mezzo. Io senza peli sulla lingua ho ribattuto che, più che empatia, il sentimento scatenatomi contro i poveri scioperanti è principalmente di stizza. Dopo un anno in cui si è verificata una serrata “stagione degli scioperi”, l’idea che ad essere colpito sia più che altro il consumatore, che già paga non poco per ottenere un servizio di per sé fondamentale, sorge abbastanza spontanea. Soprattutto quando anche il consumatore è un lavoratore, o, come nel mio caso, uno studente che si sposta perché un giorno possa diventarlo. Fortuna che anche il CODACONS se ne è accorto.

Riguardo all’efficacia, bisogna poi abbandonare un po’ il valore ideale del mezzo e analizzare la sua struttura. Lo funzionalità dello sciopero, almeno alle origini, era di paralizzare il lavoro del Paese e, di conseguenza, la sua economia, creando non tanto disagi agli altri lavoratori, che erano l’autore maggioritario dell’azione, ma alla struttura dei poteri economici a cui si chiedeva una risposta nel campo dei diritti. Oggi, con queste paralisi periferiche, i dirigenti non si possono sentire danneggiati più di tanto, non più di quanto possa danneggiarli una copiosa nevicata invernale. Con la normatività fornita allo sciopero si è infatti sì riconosciuto il suo valore giuridico, ma, al contempo, lo si è privato della struttura totale e categorica che ne permetteva la riuscita. Insistendo negli anni con queste mezze misure, lo sciopero è stato ridotto a essere una tra le tante possibili cause di disservizio, rendendo la sua rilevanza simile alla cavalleria polacca quando cercò di difendere Varsavia dall’invasione dei panzer nazisti.

Ancora una volta, insomma, le istituzioni sindacali si trovano disarmate contro i nuovi problemi reali del mondo del lavoro. Non sarebbe la prima volta che, ancorate alle tradizioni più nobili e degne, queste si dimentichino di osservare suddetto mondo nel suo complesso, preferendo operare su problematiche più locali, facendosi voce di relative minoranze lavorative ed escludendo dalla propria azione molti altri utenti che avrebbero invece bisogno di rappresentanza. Quel che si chiede non è dunque di abolire i sindacati; solo uno sciocco potrebbe pensare che questa sia la soluzione. Piuttosto, sarebbe buona cosa che le vecchie strutture cambino in maniera tale da interpretare non solo le esigenze di una classe lavorativa minoritaria, ma tenendo l’occhio anche sul quadro complessivo di quella galassia che è il lavoro, costellato sempre più di realtà non rappresentate e prive di qualcuno che ne difenda i diritti altrimenti non tutelati.

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