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Modello Italia - Isgrò

Cancella, Emilio Isgrò. Forse ne hai sentito parlare. Cancella, libri cartine, addirittura opere d’arte. Arriva a cancellare il suo nome. Emilio Isgrò è un artista. Che fa le solite stronzate da artisti concettuali, dirai. Tanto capaci di elaborare machiavelliche teorie quanto inetti nel farsi capire, continuerai. Non sono d’accordo. Non in questo caso, almeno. Trovo il tentativo estremamente interessante. Il suo cancellare è paradossalmente atto positivo: non è desiderio di negare una realtà ma di aprire una possibilità. L’idea deve essere suppergiù questa: siamo così sommersi da immagini, parole segni di ogni tipo che non possiamo metabolizzare, rielaborare, sfruttare quel che vediamo per elaborare qualcosa di nostro, ne veniamo completamente travolti. Cancellare costringe a immaginare, crea una distanza, anche fisica, con quanto cancellato. Consente una dialettica. Costringe a domandarsi quello che c’è dietro. Per di più l’omogeneità dei segni, sono tutte cancellature, fa spiccare quello che cancellato non è. Siano brandelli di parole o sparute frasi. La semplicità della forma esalta il contenuto, a patto che sia uno. Sì forse le opere d’arte potrebbero dividersi in quelle che sommano in sé una molteplicità di significati e domande possibili, costruite con forme complesse poiché cercano di contenere l’infinito e quelle che si accontentano di farsi portatrici di una sola idea, più concreta, forse. Allora la forma deve essere semplice, non sono ammessi più piani di lettura. Bisogna rendere l’opera facilmente accessibile.

Dichiaro di non essere Emilio Isgrò

Trovo geniale anche quando Isgrò dichiara di non essere Emilio Isgrò (vedi foto). La data è significativa: 1971. Erano gli anni in cui ci si doveva per forza definire – anche se il peggio sarebbe arrivato dopo – o rosso o nero, comunista o borghese. Affermare di non essere il proprio nome significa andar oltre tutto questo. È il rifiutare ogni incasellamento, ogni schema; è il rendersi conto che l’essere umano trascende ogni limite che si cerca di attribuirgli a parole. L’opera “Dichiaro di non essere Emilio Isgrò” è accompagnata da altre in cui uomini di stato e persone comuni raccontano in una frase qualcosa dell’artista. Inutile dire che sono tra loro contradditorie e, ovviamente, false. Si sottolinea, così, la contraddizione insita nell’esistenza, l’impossibilità di ridurre l’uomo a formula. Non è un caso che sia del 2013 l’opera “Dichiaro di essere Emilio Isgrò”. Altro non vuole significare se non che consiste in se stesso, che si definisce a partire da ciò che è e non da ciò che ha, dalla sua fama, dal suo status sociale e così via. Oggi il nostro è un mondo in cui nessuno rivendica più un’identità, non ci riconosciamo più in un ideale politico, in un idea di mondo, in una religione. Pensiamo solo a noi, siamo soli. Così isolati dagli altri che non siamo più neanche noi stessi: a lavoro ci comportiamo in un modo, in famiglia in un altro, con gli amici in un altro ancora. Ci mettiamo maschere su maschere per raggiungere i nostri obbiettivi o semplicemente perché non sappiamo farne a meno. Questa canzone di Gaber è una buona descrizione del fenomeno.

Se ieri dichiarare di essere un nome era  riduttivo, oggi è rivoluzionario. È ben al di là di quello che di solito si è onestamente in grado di fare. Se nel 1971 sfuggire alle definizioni era una difesa della propria identità oggi affermarla è il miglior modo per garantire il proprio essere.

Dichiaro di essere Emilio Isgrò

Credo che l’opera di Isgrò potrebbe essere riassunta sotto il motto “Cancellatura e silenzio”. Cancellare, almeno come fa lui è l’equivalente sul piano grafico del silenzio dei monaci. Ne parla Enzo Bianchi, lo scrive Coehlo. Il silenzio permette di vedere quello che altrimenti sfugge. Certo non è solo tenere la bocca chiusa, ma riuscire a tacitare i pensieri. Quando ciò accade si apre un mondo, il Mondo forse. Si nota un fiore mai visto, una libellula, il colore cangiante delle foglie illuminate dal sole e quello altrettanto mutevole. Nascono idee ci si ricorda della bellezza della vita. Ci si ricorda, grazie a un tronco seccato a un insetto sbranato, che finisce. Si impara ad apprezzarla per quello che è. Siamo anche noi, in fondo, cancellature. Attimi strappati all’immensità del nulla.

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