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Fino a non molto tempo fa gli archivi erano affare da topi da biblioteca, da storici, da gente noiosa che esce poco la sera o che segue all’università corsi come “biblioteconomia” (mi fa paura solo pronunciarlo). L’avvento di internet e in particolare del web 2.0 è stato però una rivoluzione copernicana anche in questo magico campo. L’idea dell’archivio come raccolta di dati e informazioni si è estesa dall’ambito più squisitamente accademico per allargarsi a realtà più vicine alla vita quotidiana di ciascuno. Basti pensare a siti come anobii, ratetourmusic o last fm, in sostanza dei grandi archivi che offrono alcuni servizi all’utente iscritto.

Si tratta di “social network tematici”: l’ultimo di questi, lastfm, si basa su un programmino che permette di “memorizzare” ogni brano musicale ascoltato, permettendo così di compilare un grande libreria sulla base degli ascolti di ciascuno. Simile ma diverso è il funzionamento degli altri due, che invece si basano sulle valutazioni che ogni utente può dare a libri (anobii) o film ed album musicali (rateyourmusic). Ovviamente si tratta di realtà molto più complesse di quanto questa mia breve presentazione dica, ciò però che è interessante notare, è come sostanzialmente tutti questi social network si basino su un’idea semplice: quella per cui ogni utente “prenda nota”, per così dire, di ciò che legge, di ciò che ascolta, di ciò che vede.

In questo senso viene da riflettere anche sullo spettacolo (squallido?) cui si assiste puntualmente ad ogni concerto o spettacolo: il pubblico, armato di smartphone, telecamere, macchine fotografiche e co, non cessa un attimo di riprendere, scattare e flashare. La necessità di conservare e annotare prende il sopravvento sul senso stesso dello spettacolo. L’impressione è che le persone cessino di esser lì per fruire di un’opera, ascoltare la musica, godersi lo spettacolo o, semplicemente, divertirsi. Il loro sguardo è mediato: non guardano il cantante ma la sua immagine su un pugno di pixel, non hanno il tempo di assaporare il momento che questo è già “inventariato”.

La cosa più curiosa è che queste forme di paranoia dell’archivio si insinuano anche in quegli spazi che più sembrano dominati dalla sfera dell’impulsività. Basti vedere questo video del Defqon per farsi un’idea di ciò che intendo. Il fatto che anche in occasione di un festival di musica elettronica gran parte del pubblico si preoccupi di far foto e video, per me rimane fonte di sincera perplessità.

Abbiamo però glissato su quello che rimane il capolavoro dell’archivio virtuale, mi riferisco ovviamente a facebook, ormai da qualcuno soprannominato “le pagine gialle del web“. In fondo il social network di Zuckerberg è davvero il più riuscito esemplare di questo tipo di siti, gli altri, in qualche modo, nulla se non una sua pallida imitazione. Forse questo giudizio può sembrare eccessivo, eppure il colosso californiano è davvero un gigantesco database di informazioni (aggiungerei remunerative); ogni profilo non è che una sorta di biografia, o, meglio, uno scatolone con nomi, foto, ricordi, pensieri e via discorrendo.

La vita di ogni persona racchiusa in liste, elenchi, pagine e profili; è in prima battuta questo che ci suona male e ci preoccupa. Non si tratta qui di criticare il web o la rete in generale, affatto, tutti questi sono strumenti potenti, utili e con potenzialità a dir poco straordinarie. Si tratta invece di criticare, ieri oggi e domani, quella vita che nasce morta, lo spirito d’archivio fine solo a se stesso. Ovviamente non si vuole qui dire che non ci sia del bello nella “foto ricordo” o dell’utile nel prendere nota dei film che si vede (personalmente confesso di annotare su un documento word tutte le mie letture). Il problema è la mania a cui porta un eccesso in questo senso: l’idea che ogni cosa sia fatta per essere annotata su un diario o, per così dire, essere messa a curriculum. Il video di un concerto, la data di visione di un film finiscono per perdere la loro bellezza e utilità, semplicemente finiscono per non significare più nulla e non ci richiamano più niente alla mente. Alla fine sta tutto qui, nel non vivere con l’ossessione di condividere, memorizzare o documentare ciò che si fa. In fondo è anche un bene che il ricordo sia selettivo; se un giorno dimenticheremo qualcosa, forse vorrà dire che non era nulla di eccezionale.

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2 thoughts on “Follie archivistiche

  1. La mania di mettere un post-it su qualsiasi cosa uno legga, ascolti o veda (stavo ragionando se anche gli altri 2 sensi sono interessati, ma a parte il virtual sex non mi viene in mente niente) credo si possa spiegare con il concetto di memoria estesa. In pratica le nostre capacità di memorizzare fatti e sensazioni è teoricamente infinita, ma praticamente molto limitata. All’inizio scarsa, col passare degli anni discreta con le tecniche di memorizzazione che adottiamo, siano esse consce che inconsce, con la vecchiaia spesso in declino per ragioni “fisiologiche”.
    Non è un dramma dunque se desideriamo incrementare la nostra capacità di memoria estendendola a dei supporti ”esterni”: quelli che hai citato non sono così diversi dalle agendine che ci si scambiavamo per Natale prima del WEB.
    Credo che non sia la mania di archiviazione che ci debba preoccupare, l’ossessione di taggare qualsiasi oggetto passi sullo schermo, l’impulso a classificare per gradimento i brani musicali, i film, i post e via di questo passo, ma la “recente” possibilità di condividere con gli altri questo nostro personale profilo di interessi.
    In generale anche qui non ci vedo niente di male se non per il fatto che il rischio di un uso distorto delle informazioni, la loro trasformazione in valori commerciali, l’utilizzo diverso dal motivo per cui questi “archivi”vengono creati, sono o stanno diventando la ragione stessa per cui essi esistono, la loro essenza.
    Tutto ciò che non dominiamo, ciò che non conosciamo a fondo in generale ci fa paura. E allora?

  2. Pingback: Lasciare traccia | In Vero Vinitas

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