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Ancora una volta ci tocca parlare di Arte. Credetemi, non è colpa mia, è solo che quando ci si trova in compagnia tra ex-alunni del liceo artistico, carichi di una birra e anche forse due, non si può che volgere la propria nostalgia alla cara storia dell’arte; nonché a tutte le teorie che nei cinque anni di studio si sono concepite e rigorosamente sono state taciute.

Quella che scelgo tra le tante, oggi, è il fenomeno di costituzione dell’attuale mercato dell’arte, inteso come ambito dei canali di diffusione e commercio artistici oggi a noi noti. A noi pare infatti scontato pensare che l’arte sia figlia del proprio mercato, che un privato cittadino possa aprire una galleria, o mettere a prezzo sensato sul mercato i pezzi da lui promossi. Pare scontato notare con piacere (o dispiacere) che nessun pezzo dell’esposizione non viene lasciato al caso, ha un suo spazio, una sua collocazione, un suo luogo dove nessun’altra opera non verrà a contrastarlo se non secondo l’intenzione di strani e misteriosi personaggi spesso non noti.

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Galleristi, mercanti d’arte, curatori, figure molto difficili da concepire all’inizio dell’ottocento. Il primo salto di qualità in questo senso lo fece il pittore realista francese Gustave Courbet (1819-77) che, nel 1855, vide rifiutate le proprie opere dal canale di diffusione artistica ufficiale dell’Impero Francese, il celeberrimo Salon. Courbet non vide però ragione per non esporre le proprie opere e, durante la manifestazione artistica istituzionale, gli astanti poterono recarsi non solo al grande padiglione dove veniva promossa l’arte che più aggradava al regime napoleonico, ma anche verso una struttura dove un singolo pittore aveva deciso di mostrare alla buona società parigina il proprio lavoro, con la possibilità sia di ammirarlo che di acquistarlo. Insomma, il cosiddetto “Padiglione del Realismo” ideato e promosso da Courbet divenne uno dei primi modelli di galleria privata nel sistema commerciale artistico della contemporaneità, riscuotendo enorme successo.

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La svolta di Courbet non fu soltanto commerciale, d’altronde, ma anche ideologica. Infatti la sua arte si diceva realista in quanto pretendeva di entrare il più possibile nel tessuto sociale del tempo, studiandone le stratificazioni, le correlazioni e le ingiustizie morali. Cavalcando il sentimento sociale di matrice positivista, Courbet fece in modo di promuovere l’arte realista presso il pubblico più vasto che gli fosse possibile, facendo finalmente uscire i canali della diffusione artistica al di fuori dei binari dettati dalle istituzioni. Fu grazie a questo deragliamento che, circa vent’anni dopo, poterono avere accesso sul panorama culturale francese gli Impressionisti. Costoro esposero privatamente le proprie opere nello studio del fotografo Nadar, tra l’altro con investimenti d’allestimento ben minori di quelle del loro predecessore, riscuotendo un successo inaspettato e un’influenza che merita loro il rango di fondatori della contemporaneità artistica. Insomma, l’arte creò a suo tempo il proprio mercato dell’arte.

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Ebbene, da qui potrebbero prender senso le figure dei galleristi e dei mercanti d’arte. Ma ancora un certo mistero aleggia attorno all’ultimo personaggio della nostra triade: il curatore. Per conoscere le sue origini, bisogna spostarsi dalla prima capitale d’Europa alla seconda, una città dalla formalità indiscussa e magniloquente, che al proprio interno già nascondeva la genialità nata dal più potente dei malanni: la decadenza. La Vienna di inizio ‘900 è infatti uno dei laboratori culturali di maggior interesse per la cultura del tempo. Cresciuti all’ombra delle teorie artistiche wagneriane sull’arte totale, gli artisti viennesi decisero di ribellarsi alle strette classificazioni accademiche delle scuole asburgico-imperiali, decretando nel 1897 la nascita della Wienier Secession. Tale movimento artistico vantava tra i propri membri non soltanto il pittore Gustav Klimt e il lo scultore Max Klinger, ma anche l’architetto Otto Wagner e le simpatie, nonché il supporto, del musicista Gustav Mahler.

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Il 1902 fu l’anno della svolta artistica contemporanea. A due anni dalla morte di Nietzsche, mentre Freud sviluppava in quel di Vienna le sue prime teorie psicanalitiche, proprio mentre un altro figlio del contesto viennese, Edmund Husserl, aveva da poco creato le basi della propria filosofia fenomenologica, ecco che i Secessionisti viennesi organizzarono nel loro da poco costruito Palazzo della Secessione una mostra. Il tema era un omaggio al musicista Beethoven e alla supremazia della musica. Gli artisti svilupparono per la prima volta nella storia dell’arte un’esposizione concepita come percorso unitario che, da un primo vestibolo, conduceva attraverso un corridoio al sancta sanctorum del complesso, dove era posta la scultura del Beethoven di Max Klinger, in tutto simile ad uno Zeus olimpico scolpito da Fidia. Nel giorno dell’inaugurazione gli spettatori vennero accolti all’ingresso dall’esecuzione di Mahler del coro dell’Inno alla gioia di Beethoven, la cui sinfonia era illustrata nel corridoio grazie ai pannelli decorativi di Klimt (il famosissimo Fregio di Beethoven) e che guidava lo spettatore fino alla statua di Klinger, che risultava così solo l’apice di un percorso artistico totale e che includeva in sé ben quattro discipline artistiche fino ad allora parallele, in linea con le teorie wagneriane di riferimento.

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Ciò fu permesso anche dalla particolare struttura del Palazzo, appositamente costruito e pensato per ospitare le opere della Secession, fornito di pareti mobili per costruire per ogni mostra un debito allestimento. Al disordine caotico e costante dei Salon si oppone dunque l’ordine mutevole del Palazzo della Secessione, che fonda per la prima volta in coscienza la pratica curatoriale nel panorama artistico occidentale contemporaneo, non senza però fondare le proprie scelte su motivi non tanto commerciali, quanto ideologici. Ciò a riprova che è innanzitutto l’Arte la madre del proprio mercato e delle sue pratiche, e non viceversa.

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