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Due algerini, forse: immagino, suppongo. Hanno la carnagione chiara. Un nord africano, magari dal Senegal, nero. Milano. Stazione metropolitana di Loreto. Ore 11, minuto più minuto meno. Intersezione casuale di esistenze. Le loro – le voci, gli insulti e le minacce – e le nostre, di passeggeri che vorrebbero rendere il più anonimo possibile il loro viaggio.

Non si conoscono: i due algerini devono essere amici, il senegalese li ha incontrati per sbaglio. Non so cosa sia successo prima. Li vedo entrare nel mio vagone gridandosi addosso, si avvicinano. Sono in due a litigare. Uno dei due algerini tiene fermo l’altro. Cerca senza troppo successo di far da paciere, la lite non lo riguarda. Il senegalese è furente, devono avergli dato del negro. A denti stretti invita l’algerino a regolare la loro faccenda sulla banchina. Gli occhi gli brillano. L’algerino non scende: l’altro lo trattiene. Rimangono su tutti e tre. Si riavvicinano, si toccano, si mettono d’accordo per scendere insieme a Centrale. Continuano a darsi rassicurazioni che lo faranno davvero. Probabilmente parlano più per convincere se stessi, il senegalese soprattutto. È in quel momento che deve aver avuto paura, che ha capito a non essere più lui a minacciare, che l’altro faceva sul serio. Ha provato a chiarirsi con le parole. L’altro non era d’accordo: avrebbero definito la questione in altro modo. “Centrale, fermata Centrale”.

Gli algerini scendono. Il senegalese non si muove. Un passeggero, sui cinquant’anni si mette in mezzo. L’algerino cerca di risalire. È  trattenuto sulla banchina. Si chiudono le porte. Il treno riparte. Non è successo nulla. Un attimo.

Eravamo in tanti su quel vagone. Uno solo si è mosso. Era più alto di loro. Si è limitato a tenerli lontani, poi è sparito risucchiato anche lui dalla sua strada. Gli altri, come se niente fosse. Solo un po’ più schiacciati sui sedili e un più veloci nello scendere dal treno. Per la verità non tutti. Solo quelli che si erano accorti di quello che stava succedendo. Non era affar nostro, è vero. Anche con le migliori intenzioni non avremmo potuto far molto. Non riesco ad accettare l’indifferenza.

Viaggiamo molto al giorno d’oggi, pressoché tutti i giorni. Siamo così assuefatti che non ci guardiamo neanche più intorno, scesi dalla metropolitana o dall’aereo non sapremo neanche come era la faccia del nostro vicino. Eppure a ben guardare scopriremmo tante cose. Siamo così convinti della non curanza generale che facciamo diventare di pubblico dominio una parte profonda delle nostre esistenze. Mostriamo quello che forse è sconosciuto in famiglia, agli amici più cari. Visi corrucciati, occhi velati, mani nervose, teste abbandonate. Per chi osserva è a disposizione un campionario di frammenti di esistenze, da combinare insieme per ricostruire vite intere. Solo non ce ne curiamo. Quando va bene salviamo il tempo dell’andirivieni con un libro o un giornale, comunicazione con parole lontane per evitare la monotonia delle rotaie. Poi succede che un bambino ti saluti  con il più bello dei suoi sorrisi, quando sa a malapena camminare– loro non sanno cosa sia l’attesa,l’indifferenza, l’estraniamento – e tu non te ne accorgi. Chiuso il tuo sguardo con un cellulare non ti accorgi della vita che ti passa accanto.

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2 thoughts on “Quotidiane intersezioni

  1. Comunque se posso dire una minchiata, avessi letto questo articolo qualche anno fa sarei partito a raffica sul nord e sulla sua freddezza, ma da quando sono fuorisede qui a Venezia mi sono accorto che questa città è molto, molto più vicina al mio sud di quanto chiunque possa credere. A testimoniare che volendo, anche quissù le cose possono benissimo essere diverse 😉

  2. Pingback: I’m the invisible man | In Vero Vinitas

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