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Milano racchiude zone silenziose e affascinanti, capaci di meravigliare l’avventore che da questa città si aspetta solo traffico, negozi e grigiume. Vi propongo un itinerario che vi farà scoprire delle sfaccettature liberty a cui magari non avete mai fatto caso: piccoli dettagli art nouveau che aggiungono un ché di onirico, aspetto che – mi auguro  – vi suggestionerà. Trasognante, mi sono incamminata nelle viette intorno a Porta Venezia, lasciandomi tentare dai portoni aperti ed entrando in ogni cortile che vedevo accessibile.

Il punto di partenza è la fermata della metropolitana di Palestro, sulla linea M1 (la rossa). Saliti in superficie, dirigetevi subito verso l’arco di Via Salvini: non potete mancarlo. Quest’arco ha come cornice un imponente palazzo progettato da Piero Portaluppi e si trova lungo corso Venezia, di fronte ai Giardini Pubblici. Seguite via Salvini fino alla deliziosa piazzetta intitolata a Eleonora Duse, innovatrice icona teatrale della Belle Epoque italiana: vi ritroverete in un piccolo rombo fiorito su cui si sporgono le facciate, sui quattro lati, di eleganti palazzi signorili, adornati di statue e balconcini che fanno sognare di abitare quegli appartamenti.

Prendete, alla vostra destra, via Pietro Cossa: percorrete qualche metro e davanti a voi, se alzate lo sguardo, verrete subito sorpresi dall’edificio che vi si para davanti, in via Cappuccini 8.  In mattoni rossi, è così pesantemente liberty, da rasentare il kitsch, soprattutto per i suoi putti appollaiati con poca grazia sopra le finestre dei piani alti: il Palazzo Berri-Meregalli, sorto nel 1913, è un intessuto di forme romaniche, gotiche, rinascimentali e art nouveau, e di disparati materiali, dal vetro al metallo, dalla pietra al mattone e alle tessere musive. Tutti questi stili, materiali e abbellimenti, che furono curiosamente accostati e sovrapposti dall’architetto Arata, che lo progettò, suggeriscono un senso di spaesamento a chi si trova all’esterno dell’edificio. Per non dire cosa succede a chi prova ad entrare! Il corridoio antistante al cortile interno è illuminato da vetrate scure e lampade in ferro battuto: forse la maggiore fonte di luce sono i riflessi dorati delle tessere dei mosaici policromi che ornano gran parte della pavimentazione e delle pareti. Nonostante la mia descrizione possa aver assunto toni spregiativi, ho trovato questo palazzo meraviglioso, proprio perché la sua presenza non ha fatto altro che ispessire la dimensione onirica nella quale, a partire dall’Arco di via Salvini, mi sono sentita immersa.

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Se percorrete via Cappuccini, dopo pochi metri sarete all’incrocio con Viale Majno. Attraversate la strada, che è ampia e spesso molto trafficata, e avvicinatevi ai condomini sull’altra sponda. Noterete ben presto che la facciata è ricoperta di flora: a tratti la visione può essere inquietante, dal momento che sembra quasi selvatica, tanto è rigogliosa, e l’edificio abbandonato. In realtà non è così: vi sono uffici e appartamenti. Estremamente suggestivo, l’edificio ha un’aura fiabesca che è assolutamente in linea con la dimensione onirica dell’itinerario.

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Ritornate sui vostri passi per via Cappuccini, ma nella direzione opposta: dall’altra parte della strada rispetto a Palazzo Berri, vedrete un’alta cancellata nera che si estende per quasi tutta la lunghezza della via. Avvicinatevi, all’altezza del numero 3, e gettate uno sguardo oltre il cancello e le siepi piantate subito dietro: noterete sicuramente macchie rosa di colore e qualche becco dallo starnazzare esotico. E visto che il tema del giro è il sogno, non ci si meraviglia più di meravigliarsi alla vista di fenicotteri che serenamente abitano il giardino di Villa Invernizzi. Purtroppo né il rigoglioso giardino, ne là villa neoclassica sono aperti al pubblico, ma questa inusuale colonia fortunatamente non si nasconde e si lascia ammirare dai passanti attenti da alcuni decenni.

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Proseguite per qualche metro e girate a sinistra: al numero 10 di Via Serbelloni c’è un’altra curiosità. All’ingresso di Palazzo Sola-Busca, gioiello del liberty milanese, chiamato affettuosamente dai milanesi “Ca’ de l’orèggia” (casa dell’orecchio), cercate il citofono. Negli anni Trenta, fungeva da citofono proprio un enorme orecchio in marmo, opera dell’artista meneghino Adolfo Wildt, curato in ogni minimo dettaglio: al suo interno infatti presenta timpani, staffa e martelletto  e grazie alla trasmissione attraverso un canale interno, il suono arrivava nell’edificio.

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Proseguite fino all’incrocio con via Mozart: al numero 14 vi si parerà davanti l’ingresso di Villa Necchi Campiglio. Lasciatevi tentare ed entrate. Un sentierino vi condurrà alla villa, gioiello dell’architetto Portaluppi che la realizzò tra il 1932 e il 1935. Accanto all’edificio, si apre un prato di morbida erba e alberi di magnolia, una piscina e campi da tennis. Il tutto in centro, che più centro non si può. Non più in stile liberty, di cui mantiene pochi richiami, ma comunque da sogno, Villa Necchi è una sontuosa dimora che racconta la mondanità e i riti di una piccola famiglia dell’alta società milanese della prima metà del Novecento, che si arricchì con le industrie metallurgiche e la produzione di macchine da cucire (tuttora le Necchi sono tra le più famose). Il palissandro, la radica di noce, le vetrate, l’ottone e i marmi pregiati sono i veri protagonisti degli interni del piano terra, assieme al colore verde dei tessuti dei divani che riprende la vegetazione che si vede dalle finestre, enormi e disposte su ogni lato, per assicurare la massima luminosità possibile degli ambienti, secondo il volere di Portaluppi. Quest’architetto aveva progettato gli interni facendo del razionalismo e di un certo stile minimale il leitmotiv, ma purtroppo gli inquilini avevano poi optato per un intervento in stile imperialista e neoclassico sull’arredamento, perché consideravano gli ambienti troppo severi. La Villa è stata donata nel 2001 al FAI dopo la morte dell’ultima erede della famiglia, Gigina Necchi. Ora è arricchita da una collezione di opere d’arte del primo Novecento, disposte nelle stanze: imperdibili due Nature Morte di Morandi.

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Alla fine della visita,  proseguite per via Mozart, fino all’incrocio con Via Vivaio. Percorrete quest’ultima fino all’incrocio con Corso Monforte, proseguite sempre dritto in Via Donizetti fino a quando non incontrerete Via Bellini. Al numero 11, la Casa Campanini vi farà sognare ancora una volta. Edificato tra il 1904 e il 1906 dall’architetto Alfredo Campanini, assieme a Palazzo Castiglioni (su Corso Venezia, numero 47) rappresenta uno dei migliori esempi del liberty milanese. Anche se si cammina con il tipico passo  frettoloso dei milanesi, è impossibile non notare le cariatidi di cemento all’ingresso e il grande cancello in ferro battuto verde pino che riprende i motivi floreali tipicamente déco: trame che si ritrovano anche nella gabbia dell’ascensore e nei corrimano delle scale. Se vi addentrate nel palazzo, vedrete l’abbondanza di vetri policromi, fregi, affreschi tipici del gusto liberty: se date uno sguardo al soffitto, vi accorgerete di grandi mazzi di ciliegie rosse.

Per finire il giro, vi consiglio di ritornare verso Corso Venezia, percorrendo Via Mascagni e Via Borgogna, che dà su San Babila, così avrete l’occasione di vedere il già menzionato Palazzo Castiglioni al numero 47, che ospita la sede della Confcommercio. Vi consiglio, inoltre, di fare un gioco, che ho trovato molto divertente. Con una certa nonchalance, entrate in tutti i cortiletti, appena vedete un portone aperto o solamente socchiuso. Se va male, il peggio che può capitarvi è di essere ripresi dai custodi, a cui comunque potrete tentare di chiedere di fare un’eccezione per voi se siete dotati/e di ciglia abbastanza lunghe e seducenti. Avrete così l’occasione di vedere i veri gioiellini nascosti di Milano, e in tutta questa zona che avete finora percorso non è raro trovarne alcuni dai richiami esplicitamente art déco.

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Photo: Balnaszorp

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One thought on “Itinerario: Milano Sogno Liberty

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