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È moda di questi tempi parlare alla leggera delle riforme costituzionali. Dico ‘alla leggera’ non tanto perché la Costituzione non sia da cambiare; se i padri costituenti vi inserirono la possibilità di cambiarla, è in qualche misura implicita l’idea che un giorno purtroppo non definito sia necessario cambiarla. Questo giorno sembra inoltre farsi sempre più imminente dinnanzi alla crisi del nostro attuale sistema parlamentare, il cosiddetto bicameralismo perfetto, mutilato in gran parte anche da una legge elettorale che non garantisce la piena rappresentanza di quel popolo che, costituzionalmente, detiene la sovranità.

Per risolvere quella che di fatto è una crisi di sovranità  che paralizza il sistema legislativo e dunque una delle basi fondanti del nostro stato di diritto, molti dei politici italiani (quelli più smaniosi di protagonismo mediatico, guarda caso) hanno ipotizzato una soluzione di questo genere: la creazione istituzionale di un presidente che detenga poteri maggiori, legittimati da un’elezione popolare diretta e poi posto a capo del potere esecutivo, che avrebbe così la possibilità di varare leggi senza impastarsi nella palude parlamentare dell’inadeguato bicameralismo perfetto – e in tutto questo, scusate, il principio della divisione dei poteri di montesquieuana memoria che fine farà? La proposta assume sfumature differenti a seconda di chi la esponga, ma la trappola di questa idea è sempre la stessa: confondere il presidenzialismo con un insano leaderismo.

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I sistemi presidenzialisti infatti non hanno come oggetto quello che in altri paesi è detto il Primo Ministro (alias, il nostro Presidente del Consiglio), bensì il Capo di Stato (il nostro Presidente della Repubblica). In tutta la storia dell’occidente nessuno stato che si definisse democratico/costituzionale/parlamentare ha mai compiuto una votazione diretta per eleggere il capo del potere esecutivo. Tutt’oggi, negli stati europei e persino nei tanto indicati Stati Uniti non esiste un sistema simile:

          In FRANCIA, stato repubblicano, il cosiddetto semipresidenzialismo prevede infatti l’elezione diretta del Capo dello Stato e del Parlamento. Toccherà al Capo dello Stato nominare un primo ministro, che potrà esercitare le sue piene funzioni soltanto se legato al potere legislativo da un rapporto di fiducia.

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          In INGHILTERRA, stato monarchico, l’unico organo ad essere democraticamente eletto è la Camera dei Comuni. La Camera dei Lord è ancora a nomina regia, quindi ad opera di un Capo di Stato non eletto, come d’altronde la nomina del Primo Ministro, che deve però essere sostenuto nel proprio operato dalla Camera dei Comuni democraticamente eletta.

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La GERMANIA, di cui continuiamo a citare il ‘modello tedesco’ nelle ipotesi di riforma elettorale, è uno stato federale, che elegge la propria camera federale democraticamente. È questa camera di rappresentanza e non il popolo direttamente a eleggere il primo ministro tedesco, il Cancelliere. Questa è forse la figura istituzionale dell’ambito esecutivo più forte all’interno del panorama europeo, ma ricordiamo anche che è posta a capo di un governo federale, quindi con competenze amministrative relativamente ridotte rispetto al nostro attuale sistema di stampo nazionale.

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Negli STATI UNITI la faccenda è ancora più elaborata e può essere spiegata a partire dal sistema tedesco: gli Stati Uniti d’America sono infatti anch’essi uno stato federale, e perciò l’elezione del Presidente degli Stati Uniti (in cui si intrecciano i ruoli di Capo dello Stato e di Primo Ministro) avviene tramite un sistema di filtrazione complesso che ha per protagonisti i cosiddetti Grandi Elettori e il valore elettorale attribuito a ciascuno stato. L’elezione non è dunque popolare-diretta, ma segue un iter articolato in maniera analoga al nostro Presidente della Repubblica, che è eletto dal Parlamento e da un apparato di Grandi Elettori provenienti dalle regioni, sebbene per compiti alquanto differenti. Inoltre, la forte figura del Presidente americano è comunque attorniata ad altri ruoli forti, come il Vice-presidente, che lo affianca nella sua corsa alla Casa Bianca, e il Segretario di Stato, che detiene tra le mani gran parte delle sorti della politica estera. Vale poi anche qua la riduzione delle competenze tipica di un governo federale, che si pone al disopra dei singoli governi statati solo in determinate materie politiche.

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In ultima analisi, persino nel sistema occidental-moderno meno democratico che possiamo immaginare, la CITTA’ DEL VATICANO, il Capo dello Stato, alias il Papa, sceglie da sé un primo ministro scisso dalla propria persona, il celeberrimo Segretario di Stato. Qui è ovviamente fuori luogo qualsiasi elezione tramite consultazioni popolari dirette.

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Il capo del governo non è dunque oggetto di elezioni popolari dirette in nessuna delle più importanti democrazie contemporanee, e nemmeno in molte non-democrazie. Un sistema simile è infatti controproducente, perché fornisce ad un solo uomo una legittimità di potere tale da permettere all’eletto, siano anche le sue buone intenzioni, di abusare di tale investitura, avendo con di sé una leva sufficiente per scardinare le altre istituzioni dello Stato, annientando ogni equilibrio di stampo costituzionale.

Ah, per concludere! Può essere citata un’apparente eccezione storica: in Francia, nel 1852, Napoleone III legittimò i propri poteri dittatoriali tramite un plebiscito, ossia una consultazione popolare diretta circa la propria nuova funzione istituzionale. Non a caso però, in questo caso, la parola usata non è elezione, bensì proclamazione. Questo ed altro tra i pericoli delle sedicenti democrazie dirette e i falsi presidenzialismi.

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