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Il problema della crescita esponenziale della quantità di rifiuti è una delle grandi piaghe figlie dell’espansione industriale dell’ultimo secolo, ma soltanto a partire da trent’anni a questa parte è andato imponendosi una particolare categoria, classificata come RAEE, acronimo per l’appunto di rifiuti di apparecchiature elettroniche ed elettriche.

I dati allarmanti di questo fenomeno sono facilmente reperibili e sebbene nonostante non si abbiano dati certi sulla produzione, fluttuante tra i venti e i cinquanta milioni di tonnellate – dato il trattamento speciale cui questo tipo di rifiuti deve essere sottoposto, ne viene occultata la reale composizione, in un modus operandi del tutto comune ad altri tipi di scorie e simili – possiamo ipotizzare che soltanto il dodici percento di questa venga riciclata, mandando spesso in fumo – dato che gran parte degli scarti rimanenti vengono inceneriti – soltanto in oro e argento recuperabili dalle apparecchiature, oltre cento milioni di dollari.

Ciò che non viene incenerito, ancora il solito modus operandi tipico del commercio internazionale di rifiuti pericolosi, viene inviato in luoghi nei così detti paesi di sviluppo in modo che siano riciclati a basso costo economico e alto costo umano: la municipalità di Guiyu, unione di quattro villaggi nel Guandong, sfama così i suoi centocinquantamila abitanti, che risultano anche tra i più esposti ai tumori al mondo, con un tasso di piombo nel sangue che supera di cinquanta punti il massimo consentito. Guiyu non è, purtroppo, un punto isolato nel mondo, ma soltanto la punta di un iceberg di piccoli centri disseminati tra Asia ed Africa in cui con una manodopera a basso prezzo e alto rischio si riciclano alla buona componenti elettroniche provenienti da tutto il mondo.

La soluzione per un problema così immenso, ovviamente, non è facilmente a portata di mano, e seppure con molti sforzi sTEP, ossia Solving the E-waste problems, entità internazionale costituita per occuparsi di questo tipo di problemi, non riesce ad ottenere risultati tangibili, dato che il flusso di e-waste aumenta mese per mese e il riciclaggio non produce effetti reali; nonostante tutto il tentativo più vicino per cercare di arginare questo dilagante problema può essere solo quello del buonsenso: ridurre l’utilizzo allo strettamente necessario di apparecchiature elettroniche, riparle se guaste e se ciò non è possibile, dividerne le componenti per facilitarne il riciclaggio.

In chiusura un fantasioso – ma ad ora semi utopico – progetto:

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