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Ho fatto di Madrid una puttana, come prima di lei Praga, Barcellona, Parigi, Berlino e Londra, sfiorata in due brevi giornate di sole. Succede così: ci si mette in viaggio con le migliori intenzioni, si arriva in una città, si visitano tutti i posti consigliati dalla guida – tutti altrettanto assolutamente imperdibili – e si ritorna a casa. In tutto questo cosa è cambiato? Niente. Non abbiamo lasciato il tempo ai quadri e ai monumenti di emozionarci, interrogarci, di lasciare una traccia nella nostra vita oltre a una fotografia, una bandierina di conquista che finirà dimenticata nella memoria del nostro computer fino alla prossima, forzata, formattazione. Ha ragione Daverio: in un museo bisognerebbe entrare per guardare un solo quadro. Concedergli la nostra attenzione, conoscerlo come si conosce una donna. La creazione è sempre atto d’amore, poco importa se nascerà un bambino, una statua o giusto un momento unico e irripetibile. L’amore si fa in due anche nell’arte. Bisogna ascoltare l’altro, comprenderne i desideri e le paure, affidargli le proprie, lasciarsi trascinare in un dialogo il cui esito è sconosciuto. Ma sarà nuovo, inatteso, autentico. Lascerà un segno,entrerà a far parte della nostra storia. Non cambia se abbiamo di fronte un quadro, una sinfonia, una scultura, una donna: l’essenza del rapporto è la stessa. L’opera d’arte vive solo se la si sa accogliere, se la si pensa come viva e non come una reliquia a cui va la nostra riverenza solo perché è sopravvissuta ai secoli e ora se ne sta protetta in una teca nelle calde stanze di un museo.

Chi passa veloce e indifferente da un quadro all’altro con la paura di perdersi chissà quale meraviglia vede tutto con gli occhi del cieco. Dimentica in fretta. Forse è un problema di istruzione: nessuno ci insegna a lasciarci coinvolgere. Anche le guide snocciolano con tremenda precisione, storie, date di composizione, aneddoti e dispute di attribuzione, non riescono a far vibrare l’opera. Se ci si ferma ad esse la freddezza domina, se si riesce ad andare oltre nove volte su dieci sono inutili. Alla fine il bilancio del viaggio è che torniamo alle nostre occupazioni quotidiane esattamente identici a come siamo partiti, la città è rimasta indifferente al nostro passaggio – certo non ci siamo fermati a parlare con qualche nativo se non era strettamente necessario per rendere più confortevole il nostro soggiorno – e non abbiamo lasciato che un po’ di soldi e qualche graffio, vale a dire rifiuti.

Non avrei voluto che a Madrid le cose andassero così. In effetti è stato meglio del solito, avevo chiaro il problema e certo non lo ho nascosto ai miei compagni di viaggio. Purtroppo i modi e i toni usati non erano proprio quelli adatti a farsi ascoltare e così qualcosa è cambiato, ma non i ritmi. Siamo andati a mangiare al mercato di sant’Miguel, abbiamo visitato il parco del Buen Ritiro, in qualche momento ci siamo lasciati guidare dalla città e siamo così finiti nelle mostre fuori dai circuiti turistici – quelle che durano troppo poco per finire nelle guide – e in qualche bar defilato che sopravvive grazie a chi la città la vive tutti i giorni. Siamo addirittura riusciti a scambiare due parole con un cameriere, ci ha dato la ricetta del Gaspacho, e con un sorvegliante, incuriosito dal fatto che un italiano girasse con “el Pais” sotto braccio. Sono questi i momenti che ricordo con maggior piacere, quelli di scambio umano e non di appropriazione, quelli in cui nelle difficoltà della comunicazione ci si inventa una lingua comune; quando devi occuparti dell’altro soprattutto quando sei tu a parlare, per sincerarti che ti abbia capito. Purtroppo sono stati poche, magiche, parentesi. Poi è stato un continuo camminare sotto il sole per sfruttare al massimo il poco tempo. Risultato?  Una stanchezza tale da non riuscire ad alzare lo sguardo dai propri passi da rendere inevitabile venir meno all’unico proposito che mi ero fatto prima di partire: stare attento a Madrid in tutte le sue metamorfosi. Nello sguardo di un bambino, nei seni di una ragazza, nelle rughe stanche di un vecchio. Lo sfinimento ottunde i sensi, ci chiude in noi stessi, in quello stato non è possibile un incontro né con un uomo né con le sue opere. Tutto quello che possiamo fare è cercare di ammazzare il tempo che ci separa dal letto più vicino. Stare attenti, essere ricettivi a quello che ci succede intorno costa fatica. Lo ho scoperto a mie spese in quei giorni a Madrid. Però, come scive ancora Izzo: “Non serve a niente correre altrove se non ci riconosciamo nello sguardo dell’altro.” È una fatica piena di soddisfazioni: da quando ci si alza al mattino a quando si crolla sul letto la sera, senza neanche la forza di infilasi sotto le coperte è tutta una scoperta. Il mattino successivo ci si trova, felicemente, mutati.

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