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Fino a poco tempo fa molti quotidiani nazionali avevano come tema all’ordine del giorno quello della “pacificazione”. Ogni tanto questa strana bestia torna fuori, nel tentativo di calmare animi irati per opposte ragioni. Da noi il senso era chiaro: quello di avviare e poi di far andare avanti la “Große Koalition all’italiana” che governa il paese.

Eppure il tormentone della pacificazione ha sempre vita corta. Per carità: i governi si fanno, poltrone e ministeri si spartiscono, ma la tensione fra le diverse correnti politiche e chi le appoggia rimane molto elevata. Proprio in questa giorni la giunta per le elezioni del Senato deve votare sull’incandidabilità di Silvio Berlusconi. Altro che pacificazione, al momento il clima è da far west, costellato di ricatti, attacchi e provocazioni.

Il punto, è che la pacificazione tanto attesa non riguarda opposte concezioni politiche. Questa fantomatica tregua tra destra e sinistra non ha nulla a che vedere con il compromesso storico, e non solo per la evidente differenza che riguarda le persone in gioco, bensì perché il conflitto cui assistiamo tutti i giorni è solo secondariamente politico. Si tratta infatti della vera e propria battaglia che da anni si combatte tra “berlusconismo” ed “antiberlusconismo“, un scontro prima di tutto culturale e sentimentale. La figura di Berlusconi ha ossessionato l’opinione pubblica per l’intero periodo della seconda repubblica, ha provocato i sentimenti più estremi ed opposti, eccessi di amore e odio e, al contempo, la completa eclissi di ogni vero progetto politico.

Forse uno dei più grandi successi dell’uomo di Arcore è stato quello di mandare in completo tilt gli schieramenti opposti. Si pensi alla raffazzonata coalizione del 2006 o al fatto che alle ultime elezioni persino Rifondazione, roccaforte legata alla vecchia ideologia comunista, abbia rinunciato ad esprimere un proprio diretto candidato per proporre l’ex magistrato Antonio Ingroia in quell’assurda lista chiamata “Rivoluzione civile” che li vedeva candidati con Di Pietro. Una tacita deposizione delle armi al clima del momento.

Se è vero che questo periodo si sta per chiudere e se vero che Berlusconi sarà dichiarato incandidabile, sarà forse il momento di una “pacificazione vera” per la politica italiana. Che destra e sinistra abbiano idee politiche differenti è scontato quanto sacrosanto; l’anomalia italiana sta nel clima di odio viscerale per il rivale politico. Non si tratta infatti di astio dovuto a differenze di posizione o vedute, molto più spesso questo riguarda un’antipatia viscerale per persone e comportamenti. Si odia la persona, non le sue idee.

L’eventuale uscita di scena di Berlusconi può essere positiva soprattutto per questo: alla falsa (e assurda) pacificazione sventolata sui giornali e preparatoria delle larghe intese, può succedere una più proficua e reale pacificazione. Una pacificazione che, proprio perché vera, non porti a strani miscugli di governo ma a posizioni diverse ed alternative, benché capaci di confrontarsi. Lo scopo non dev’essere quello di eliminare la conflittualità dalla sfera della politica bensì, al contrario, quello di comprenderla e farla propria. Non si vuole qui sostenere un ritorno al clima teso della prima repubblica che vedeva contrapposte in maniera secca e rigida opposte ideologie. Rimettere idee e progetti al centro della politica non significa per forza intransigenza e chiusura. Anzi, quel sentimento di profondo rispetto e ammirazione che persone delle più diverse idee politiche provano tanto nei confronti di Gramsci, quanto di Croce o Einaudi, è indice della dimensione positiva che può esser propria della diversità di vedute. La pacificazione vera non è quella che appiana le differenze, ma quella che permette di trovare un terreno comune da cui considerarle.

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