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Non è mai un male giocare un poco con la Storia. Propongo dunque a tutti voi un piccolo divertissement che ha occupato parte dei miei pomeriggi estivi (forse sprecandoli, ma non credo).

Cominciamo dall’inizio. A scuola tutti hanno appreso che la storia europeo-mediterranea viene divisa in quattro grandi età:

  1. l’Età Antica, durata oltre 4.000 anni e terminata nel 476 d.C. con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente;
  2. il Medioevo, diviso in due parti, Alto e Basso Medioevo, di circa 1.000 anni totali, con fine nel 1492, data della scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo;
  3. l’Età Moderna, età fondamentale quanto breve, di soli 300 anni circa, che vede il tuo termine massimo nella Rivoluzione Francese del 1789;
  4. la fantomatica Età Contemporanea, che tanto contemporanea non sembra, visto che qualcuno insiste con farla finire nel 1989, con la caduta del Muro di Berlino, circoscrivendo il suo periodo a soli 200 anni di storia ed escludendo la contemporaneità da essa senza dare alla neonata età un nome proprio.

Come si potrà notare, man mano ci si avvicina ai giorni nostri queste etichette riducono sempre più la propria copertura temporale, evidenziando come la storia venga vista da quella specifica prospettiva che è il presente, tendendo a glissare sempre più i dettagli sulle memorie meno recenti, andando verso una sfumatura di classificazioni. Coscienti della pura convenzionalità didattica di queste etichette, non ci si scandalizzerà certo se diremo che questa lettura della Storia è solo una delle tante, e forse non la più adeguata.

Ciò che meno mi convince personalmente è la divisione a ritmo serrato tra Medioevo, Età Moderna ed Età Contemporanea. Non mi sembra infatti adeguatamente omogenea come divisione, troppo influenza da contingenze storiche. Su quali criteri si fonderebbe dunque la frammentazione delle ere storiche in micro-epoche, spesso segnate da necessità ideologico-culturali non tanto nostre, quanto di autori che guardavano al passato senza pensare che anche il passato era a suo tempo stato presente?

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La divisione tra Medioevo e ciò che gli segue è infatti una costruzione d’epoca rinascimentale, ideata per rivendicare la rottura con la storia passata, con un’Europa non progredita sulla conoscenza e la revisione degli Antichi, e spesso caratterizzata da conflitti determinati dalle pretese politico-religiose di papato, imperi e monarchie. Ricordiamo però anche che, dopo la Riforma Protestante ed il crollo di quell’Europa umanista, il continente tornò ad essere, con altri specifici fenomeni e fasi, una terra di conflitti determinati dalle pretese politico-religiose di ogni potere politico, una revisione sempre e indipendente della cultura antica, seguendo anche molte tematiche già avanzate dai cosiddetti medioevali nella medesima rilettura. Insomma, il Rinascimento ha preteso di identificarsi in una rottura con il passato che però non sembra incarnare pienamente, inserendosi piuttosto all’interno di un flusso storico e intellettuale di conflitti fondati sui problemi religiosi e un’attività intellettuale basata non solo sulla riscoperta dei classici, ma anche sul loro rifiuto e il distaccarsi da essi. Ciò sia prima che dopo la scoperta dell’America, evento che determinò sì il cambio della geografia dei commerci, ma non quello dei poteri e delle ragioni messe in gioco sullo scacchiere europeo. L’altra grande causa di divisione tra il Medioevo e la Modernità potrebbe essere (e alcuni storici lo affermano) la spaccatura determinata dalla Riforma Protestante luterana del 1517; tuttavia anche questo evento potrebbe essere visto solo l’apice di divisioni minori della cristianità già verificatesi nell’arco di tutto il Medioevo. Esso dunque non sarebbe la divisione tra Medioevo e Modernità, ma il ricadere dall’Umanismo rinascimentale in una mentalità da esso definita medioevale. Ecco perché credo di poter dire che la divisione tra Medioevo ed Età Moderna sia artificiosa, ma non per affermare che anche la modernità sia medioevale, ma che il cosiddetto Basso Medioevo sia già a pieno diritto modernità.

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Difatti, già i pensatori postumi al Rinascimento Carolingio si definivano ‘moderni’ senza alcuna remora, distaccandosi dal sapere degli antichi che sì veniva da essi recuperato, ma anche sottoposto alle forti critiche, revisioni e reinterpretazioni che siamo soliti attribuire all’atteggiamento moderno. In particolare, come inizio della modernità si potrebbe indicare proprio l’incoronazione di Carlo Magno, prima grande affermazione dei due poteri che permisero tale atteggiamento intellettuale, ma, soprattutto, che per la prima volta determinarono la divisione di un potere politico dal potere religioso. Divisione al tempo funzionale per contrastare il cesaropapismo bizantino, divisione a cui il papato cercò, dopo l’anno mille, di porre fine, fallendo, divisione che segnerà l’Europa a più riprese sino al 1789, quando la Rivoluzione Francese, forte delle teorie illuministe, cercò di imporre un ideale sino ad allora estraneo non solo ai moderni, quanto anche agli antichi: la laicità di stato. Laicità di Stato che in ambito intellettuale si accosta alle prime dichiarazioni di rinuncia alla metafisica da parte dei teorici dell’età dei lumi, in particolare gli empiristi ed Immanuel Kant.

Per quanto la spiritualità e le pretese politico-religiose non furono cancellate dall’Europa con la sola presa della Bastiglia, è solo con il 1789 che si creerebbe una divisione netta all’interno degli equilibri politico-intellettuali del continente, decretando il passaggio tra modernità e contemporaneità. Contemporaneità lungi dall’essere finita ed archiviata con la caduta del Muro di Berlino, a mio avviso. Le divisioni della modernità precedenti il 1789 sarebbero invece paragonabili a denominazioni analoghe al medioevo ellenico e all’ellenismo che si inframezzano all’interno dell’Antichità, Antichità a questo punto da estendere sino alla già citata incoronazione di Carlo Magno. Secondo questa nuova rilettura la modernità durerebbe quasi 1.000 anni (dall’800 al 1789), lasciando dopo di sé un’epoca ancora aperta.

Questa ovviamente è solo una delle tante possibili ipotesi storiografiche che si possono fare giocando un poco nel cambiare etichette che spesso, altrimenti, rischieremmo di pensare inamovibili.

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