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Leggendo un libro regalatomi da un amico mi sono imbattuto in questa simpatica storiella che vorrei condividere con voi. È una delle leggende legata all’invenzione del gioco degli scacchi, attribuita ai Cinesi.

L’imperatore della Cina era così innamorato del suo nuovo gioco,gli scacchi, che offrì in dono al suo inventore qualsiasi cosa di sua scelta tra quelle dell’Impero. L’inventore si presentò a palazzo con una scacchiera e chiese umilmente:
“ Solo un chicco di riso nella prima casella,Vostra Maestà.”
“Solo un chicco di riso?.”
“Sì,Vostra Maestà,solo un chicco di riso nella prima casella,e due chicchi di riso nella seconda casella.”
“Tutto qui? Uno e due chicchi di riso?.”
“Beh …e quattro chicchi di riso sulla terza casella ,e così via.”
L’imperatore acconsentì immediatamente alla richiesta apparentemente umile dell’inventore.
Fu tutto tranquillo finché l’inventore e l’imperatore proseguirono sino alla prima metà della scacchiera.
Dopo trentadue caselle,l’imperatore aveva dato all’inventore circa 4 miliardi di chicchi di riso.
E’ una quantità notevole, circa un campo di riso, e l’imperatore iniziò ad accorgersene .
Ma l’imperatore poteva ancora rimanere un imperatore.
Da lì in poi, però, le cose cambiarono rapidamente: la casella dopo aggiunse altre due risaie, quella dopo ancora quattro, alla fine della quinta riga il debito era salito a più di duecentocinquanta risaie. L’imperatore cominciò allora a comprendere cosa volesse veramente dire che ad ogni nuovo passo il suo debito raddoppiava, e mancavano ancora ventiquattro caselle.
Alla fine della sesta riga le risaie erano diventate sessantacinquemila. Ogni nuova casella aggiungeva prima migliaia e poi milioni di altre risaie al patrimonio dell’inventore. Lungo la penultima riga la somma salì a oltre sedici milioni e mezzo di risaie e tutto l’Impero non sarebbe stato sufficiente a farvi fronte.
 L’inventore fece un respiro profondo di soddisfazione e si alzò in piedi davanti all’imperatore che con calma gli disse: “Per onorare la mia parola, non posso fare altro che cederti il mio Impero”.

Questa semplice leggenda (conosciuta anche da Dante che la cita nel XVIII canto del Paradiso per indicare il numero degli Angeli [« L’incendio suo seguiva ogne scintilla/ ed eran tante, che ‘l numero loro/ più che ‘l doppiar de li scacchi s’inmilla. »]) può portare a moltissime riflessioni. Quella che mi ha suscitato il racconto della saggezza dell’inventore riguarda in particolare lo sfruttamento delle idee nella nostra società. Il termine “idee” non è inteso  qui come ipotetiche entità metafisiche (cosa tanto cara ai bravi filosofi), ma come possibilità di business e di successo economico.

Non si può certo dire che l’inventore della storia non abbia saputo far fruttare la sua idea: con una semplice regola matematica è riuscito a soffiare il potere e tutti i territori al suo imperatore. Si può dire, insomma, che ha capitalizzato al massimo la sua idea. Ognuno di noi, credo, vorrebbe essere un po’ come quell’inventore, in grado di realizzare quella grande idea che gli permetta di diventare ricco, magari famoso e di vivere senza più problemi. Questa possibilità nella nostra epoca è realizzabile? Sembrerebbe di sì. Come? Basta vendere la propria idea geniale al miglior acquirente.

A guardarsi bene intorno possiamo notare come molte delle grandi “invenzioni” degli ultimi anni nascono da idee o concetti apparentemente molto semplici (pensate, senza andare troppo lontani, a come è nato Facebook), tanto che a volte ci chiediamo “Cavoli, ma come ho fatto a non pensarci io prima di lui?”. A tutti (o quasi) capita di avere una qualche idea riguardo una possibile soluzione ad uno dei moltissimi problemi o impacci della vita quotidiana (ad esempio, perché a Milano non si trova mai parcheggio nonostante ce ne siano a bizzeffe? Oppure perché le fette biscottate cadono sempre dal lato su cui c’è la marmellata? Credete che siano problemi di poco conto?), solo che per la scarsità di mezzi a disposizione del novello inventore quasi sicuramente questa intuizione andrà persa. Il mercato, in questi tempi di crisi economica, richiede invece queste idee per rivoluzionare anche il più piccolo aspetto della nostra vita. Le aziende (soprattutto estere) aspettano menti in grado di proporre qualcosa che nessuno ha ancora realizzato per poi finanziare e produrre i loro progetti. Non bisogna per forza inventare la macchina del tempo (anche se qualcuno sicuramente ci sta provando), basta anche la più piccola idea o servizio che ancora non esiste per sperare di avere successo.

Non resta allora che pensare ad una buona idea o invenzione, brevettarla (si può fare tranquillamente anche su internet, inserendo, in uno dei numerosi siti che lo permettono, dati, fotografie e funzionamento della nostra personalissima tecnologia, qui ad esempio ne trovate uno) e poi aspettare che qualcuno si accorga di noi e magari compri il nostro brevetto. Ovvero la nostra idea. Detto così sembra tutto troppo facile, vero? Il mio breve articolo non vuole essere un’ invito all’ottimismo generale, predicando successo e fama a chiunque. Infatti il vero problema, di non facile soluzione, resta quello di trovare l’idea geniale che gli altri non hanno ancora avuto, elaborarla e creare qualcosa di utile e funzionale. Ma forse questi sono i tempi migliori per farlo, come già ci diceva Albert Einstein nel 1955:

“Non pretendiamo che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi può essere una grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi.
La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e disagi, inibisce il proprio talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi è l’incompetenza. Il più grande inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita ai propri problemi.
Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia.
Senza crisi non c’è merito. E’ nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro.
Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla.”

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