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Nella prima parte di questo breve elaborato è stato citato il concetto di tolleranza repressiva elaborato da Herbert Marcuse. Nelle società occidentali la tolleranza e la libertà si confondono con il permissivismo, strumento efficace nell’annullare le differenze inglobando le opposizioni. La società si trasforma così in un sistema omnipervasivo che assume caratteri affini a quelli della totalità di cui parla Emmanuel Lèvinas, nonostante sia da precisare che il taglio del discorso del filosofo francese non è totalmente sovrapponibile alla prospettiva con cui si argomenterà in questo scritto. Questa totalità a detta di Lèvinas sarebbe colpevole di soffocare riduzionisticamente ogni forma di alterità e di trascendenza. Uscire da questa totalità è possibile solo attraverso l’incontro con il prossimo, con l’Altro, con il volto, diremmo per usare il termine suggestivo proprio di Lèvinas. È curioso notare che il filosofo di origini ebraiche introduce una certa somiglianza tra ostilità e riconciliazione nel momento dell’esperienza che ci mette di fronte a un volto. Anche Renè Girard sostiene qualcosa di simile quando parla di una misteriosa identità tra violenza e riconciliazione: egli afferma che al di fuori della totalità, quando ci si trova davanti a un volto direbbe Lèvinas, l’unica alternativa è tra la guerra e l’amore. È alla luce di queste considerazioni che potrebbe esser letta l’affermazione di Gesù riportata in Matteo 12,30: “Chi non è con me è contro di me”. Queste parole del protagonista dei Vangeli non possono non risultare controverse per chi sostiene una concezione moderna di tolleranza.

        Questo vale come detto al di fuori della totalità. È difficile tuttavia confutare il fatto che noi oggi ci troviamo sempre immersi in una totalità. Il che significa semplicemente, ai fini della nostra trattazione, che siamo all’interno di una società massificata, in cui l’aumento del tasso demografico e della densità di popolazione, e lo straordinario incremento di efficacia dei mezzi di comunicazione, rendono l’incontro con l’altro un evento non più straordinario, fuori dalla norma. Oggi l’orizzonte di conoscenze possibili che possiamo fare è di gran lunga più ampio rispetto al passato, e il numero di informazioni che un individuo riceve nell’arco della sua vita è considerevolmente aumentato rispetto a qualche decennio fa. Oggi quindi è aumentato il numero di incontri tra individui, che siano essi in carne ed ossa, o che siano virtuali: è sufficiente notare come anche un “individuo virtuale” possa coinvolgerci emotivamente affinché il discorso possa proseguire senza contraddizioni. Nella società odierna è quindi aumentato notevolmente il numero di incontri: questa sarà la prima premessa dell’argomentazione che questo articolo vuole sostenere.

        La seconda premessa asserisce che ogni individuo ha a disposizione una certa quantità di “energia emotiva”, che è rimasta sostanzialmente invariata nel corso dello svolgersi della recente storia evolutiva della sottospecie homo sapiens sapiens. È opportuno sottolineare che quando ci si riferisce ad una capacità massima di coinvolgimento emotivo non si vuole alludere a nessun concetto misticheggiante; anzi, proprio il fatto che sentimenti ed emozioni siano necessariamente dipendenti e correlati ad un sostrato materiale neurofisiologico, ci garantisce l’invariabilità quantitativa di una certa energia emotiva. Due semplici osservazioni possono testimoniare in favore dell’esistenza di una simile energia. In primo luogo si noti che, come nel caso di sforzi fisici possiamo abituarci a compiere certe azioni che richiedono una determinata quantità di lavoro, così possiamo assuefarci anche a certi sforzi emotivi. Un esempio banale: se tutti i giorni riceviamo notizie di atti di violenza particolarmente brutali, alla lunga non ci scandalizzeremo più di certi fatti ed immagini. In secondo luogo, per argomentare l’esistenza di una specie di energia emotiva, è sufficiente prestare attenzione al manifestarsi dei limiti della nostra capacità di coinvolgimento sentimentale. Se alla notizia della morte di una persona a noi sconosciuta, abbiamo un stato mentale S1, che denota una quantità di tristezza x, si intuisce facilmente che sarebbe errato sostenere che alla notizia di un crollo di un edificio che ha causato 800 vittime, avremmo uno stato mentale S2, indice di una quantità di tristezza pari a 800x. Se non è lecito di parlare di quantità di tristezza in questi termini, e se in generale l’esposizione degli ultimi argomenti non convince, è comunque innegabile un’esperienza soggettiva che molti avranno sicuramente provato: di fronte ad una strage di proporzioni smisurate l’emozione che tendenzialmente si prova non è tanto una tristezza sconfinata; piuttosto accade che assistiamo alla presa di coscienza di un’incommensurabilità, di un’inconcepibilità.

        Se sussistono le due premesse sopra enunciate, allora è necessario concludere che le oggettualità che incontriamo, che in questo caso sono da intendere per lo più come alter-ego, vadano intenzionate in modalità che siano rispettose della quantità totale di energia emotiva a disposizione del soggetto. In termini husserliani (anche se duole chiamare in causa il padre della fenomenologia all’interno di un’argomentazione che procede in maniera poco fenomenologica) diremmo che amare ed odiare sono qualità d’atto che richiedono un alto consumo di energia emotiva. Ricordiamo che amare ed odiare sono le modalità di intenzione sentimentale che si manifestano al di fuori della totalità di cui parlano, seppur con accenti diversi, Girard e Lèvinas. Tenendo conto della prima premessa di questo discorso pare evidente però che sono necessarie qualità d’atto più parsimoniose. Possiamo dunque supporre che il soggetto ripieghi spontaneamente su altre qualità d’atto che richiedono un consumo minimo di energia emotiva. Una modalità di intenzione sentimentale che corrisponde all’identikit che abbiamo qui delineato è l’indifferenza, tanto più economica in quanto non esige neanche una tematizzazione dell’oggetto intenzionale.

        Se il sillogismo mostrato è valido e vero, allora si è dimostrato che il processo di moltiplicazione dei possibili incontri con altri individui, a cui si è assistito con l’avvento della società odierna, implica necessariamente delle modalità di relazione con gli altri individui, che richiedono uno scarso consumo di energia emotiva. Sembra allora giustificata la presenza di qualche dubbio, di qualche perplessità, quando si è invitati alla tolleranza universale delle diversità degli altri individui. Bisogna interrogarsi su cosa ci viene viene chiesto di preciso da una vaga prescrizione etica della tolleranza, a tratti ossessiva; non si tratta forse di adottare una modalità che comporta un basso livello di coinvolgimento emotivo? A scanso di equivoci ritengo doveroso precisare che non si sta sostenendo che il concetto stesso di tolleranza sia da rifiutare e rigettare. Se davvero la tolleranza richiede uno scarso consumo di energia emotiva è naturale che questo atteggiamento sia diffuso e promosso. È però opportuno non confondere questo ideale con un valore originariamente ed assolutamente positivo, di cui ritenersi particolarmente meritevoli a livello etico. Semplicemente si tratta di una modalità relazionale che porta a determinati vantaggi: la tolleranza spesso oggi implica il non schierarsi, il non prendere posizione (caratteristica propria anche dell’indifferenza), il che garantisce un notevole risparmio di energia emotiva.

        Una delle possibili obiezioni, che si possono avanzare contro questa teoria, prende le mosse dalla constatazione che spesso tollerare qualcuno che ispira forti sentimenti negativi richiede effettivamente un elevato consumo di energia psichica ed emotiva. Si può controbattere che in realtà in un simile caso non è la tolleranza a far desistere da una reazione aggressiva nei confronti dell’individuo avverso, quanto piuttosto la paura. In alcuni casi questo timore è riconducibile al soggetto odiato: si sopporta un individuo altamente pericoloso semplicemente perché si teme il confronto aperto con esso. In altri casi la paura è legata alle conseguenze penali che comporterebbero certi nostri atti: sappiamo che a un gesto violento corrisponde una pena imposta dal sistema giudiziario. Un discorso generale simile al nostro si ritrova in Sigmund Freud, il quale teorizzò l’esistenza dell’Es, una specie di “calderone di impulsi ribollenti”, a cui si oppone il Super-io, cioè la coscienza morale; secondo il padre della psicoanalisi l’Io ha poi il compito di stabilire l’armonia e l’equilibrio tra queste forze agenti. Una domanda può allora sorgere in seguito a queste ultime considerazioni: e se la tolleranza fosse in ultima istanza nient’altro che la paura di reagire? Oggi i gruppi che un tempo erano vittime di persecuzioni, hanno escogitato modi efficaci di difendersi, hanno saputo rilanciare la violenza, uscendo da una condizione che li vedeva essenzialmente passivi e predisposti a subire le violenze dei gruppi dominanti. Si sta delineando una possibile soluzione alla tema della tolleranza, forse anche più convincente della precedente ipotesi riguardante il nesso tra tolleranza ed indifferenza e l’esistenza di un’energia emotiva. Nella nostra trattazione è emerso che forse i ripetuti appelli alla tolleranza, presenti in molti discorsi all’insegna di un approssimativo buonismo, mascherano in realtà la paura che incutono gli individui da tollerare.

       Sarebbe certo sciocco pretendere che le argomentazioni proposte in questo breve scritto risultino risolutive. Spesso si rileva un’ardua impresa esporre riflessioni che concernono argomenti sociali fortemente attuali come quello della tolleranza. La speranza di chi scrive è che questo articolo possa perlomeno sollecitare e provocare una coscienza critica desiderosa di ragionare sul concetto di tolleranza.

Marco Stucchi

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