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Questa riflessione sul delicato tema della tolleranza è suddivisa in due parti: nella prima parte del lavoro verranno sommariamente illustrate alcune critiche alla più comune accezione di tolleranza; nel secondo articolo invece sarà presentata una pars “costruens”, in cui si cercherà di argomentare in favore di una possibile soluzione al problema.

Innanzitutto notiamo come anche solo due rapidi cenni storici ed etimologici circa il termine ‘tolleranza’ potrebbero far suonare qualche campanello d’allarme. Tolleranza deriva dal latino tollere, che significa sopportare, verbo che quotidianamente è inserito in frasi come “abbi pazienza, sopportalo”, o “lo devi sopportare ancora per poco”. Sopportare, far fatica, patire: sembra talvolta esser celato un vago risentimento dietro queste parole. Ricordiamo inoltre che il concetto di tolleranza visse i suoi anni più fasti nel XVIII secolo: durante l’illuminismo, importanti pensatori quali Voltaire e Locke, promossero ideali favorevoli alla conciliazione e al rispetto di diverse religioni e tradizioni. Sono note tuttavia le ombre delle vicende biografiche di questi due filosofi. Si prenda Voltaire: l’autore del Trattato sulla tolleranza, colui a cui è attribuita la celebre massima “disapprovo quello che dite, ma difenderò fino alla morte il vostro diritto di dirlo, è lo stesso uomo che investì denaro in compagnie che commerciavano schiavi e che scrisse dell’inferiorità degli africani. Ovviamente sarebbe un grossolano errore, un classico esempio di ad hominem, inferire l’invalidità del concetto di tolleranza tout court, avendo constatato l’immoralità delle azioni di uno dei suoi più grandi sostenitori; ma poche semplici mosse possono essere utili per avviarci verso i binari sui quali proseguirà la successiva trattazione.

Come ho già anticipato, si cercherà in questo articolo di mettere in luce alcuni punti concettualmente problematici che spesso emergono quando si discute di tolleranza. In primo luogo va menzionata una questione classica che verte sui limiti della tolleranza; ci si può chiedere infatti se sia giusto tollerare l’intolleranza. Pare evidente che comportanti violenti ed intolleranti non possano essere tollerati: Karl Popper a proposito scrive che “se noi concediamo all’intolleranza il diritto di essere tollerata, allora noi distruggiamo la tolleranza”. Si rende allora necessaria una descrizione di ciò che dev’essere considerato intollerabile, operazione di per sé piuttosto complicata da eseguire. Il compito di delineare i confini entro cui sia opportuno esercitare la virtù della tolleranza, porta con sé un altro inquietante problema: fino a che punto l’indice puntato contro l’intollerabile è esente da quei meccanismi aggressivi che la tolleranza in teoria dovrebbe contrastare? René Girard, acuto osservatore di certi fenomeni, scrive che, soprattutto nel mondo odierno, “la difesa delle vittime può essere in realtà una ricerca camuffata di altre vittime”.

Una seconda questione è stata elaborata nel corso della riflessione di alcuni importanti pensatori della Scuola di Francoforte. Herbert Marcuse sostiene che nelle democrazie occidentali la tolleranza nasconda caratteri repressivi, poiché il suo permissivismo tende ad ammettere ogni manifestazione, assimilando di fatto ogni tipo di alternativa e di opposizione; Theodor Adorno gli fa eco in Minima Moralia scrivendo: “Che tutti gli uomini si assomigliassero, è proprio ciò che essa [la società] vorrebbe”. Insomma gran parte degli inni alla tolleranza che ci capita di sentire sarebbero dei subdoli strumenti di omologazione, che condurrebbero a un livellamento egualitario, dietro il quale già Alexis de Tocqueville coglieva nuove possibili forme di violenza.

C’è un terzo ed ultimo dilemma che vogliamo presentare circa la questione della tolleranza. In un mondo ormai massificato e globalizzato diventa sempre più difficile per l’imperativo morale della tolleranza trovare differenze effettive su cui appoggiarsi. Il problema è che il concetto di tolleranza sembra implicare necessariamente quello di differenza: a esser tollerate sono le differenze, e la violenza sarebbe l’esito di particolari differenze che non vengono tollerate. Un punto di vista interessante su tale questione è quello di René Girard; in seguito presenteremo alcuni passaggi del suo capolavoro, La Violenza e il Sacro, che mettono in crisi la credenza, diffusa nel senso comune, secondo cui la violenza nasce da differenze e non paradossalmente dall’indifferenziazione (tesi sostenuta dall’antropologo francese). Girard argomenta che un ordine culturale, seppur in forma embrionale, è sempre un sistema organizzato di differenze, legittimato dunque da determinate gerarchie. È quindi evidente come un’iniziale perdita di differenze, solitamente accompagnata da un contagioso processo di indifferenziazione, possa condurre a un crollo dell’ordine culturale regnante, e di conseguenza al caos e alla violenza. A sostegno di questa ipotesi possono essere addotti due esempi specifici osservati in alcune società primitive: la fobia dei gemelli e i riti di iniziazione. Un fenomeno interessante che ha studiato l’etnologia religiosa è il terrore che suscitava in antiche società la nascita di una coppia di gemelli: di frequente nelle comunità arcaiche uno dei due gemelli veniva ucciso, e non di rado gravi conseguenze ricadevano sui più immediati familiari. La paura della perdita di differenze, le quali sono essenziali per la sopravvivenza di un sistema sociale, ci permette di comprendere anche i riti iniziatici di numerose società primitive. Quando il neofita perde il suo statuto originario, per poter successivamente acquisire lo statuto di membro adulto della società, tutta la comunità, profondamente impaurita dalla perdita di una qualità differenziante, si stringe minacciosamente attorno all’iniziato, sottoponendolo a prove umilianti e violente. Uno degli obiettivi di questi riti è quello di rinforzare la coesione sociale, legittimando e ribadendo le gerarchie, le quali, ripetiamo, sono sostenute da differenze. Si è quindi cercato di notare come non sia assolutamente necessario identificare la violenza con l’esito di differenze che non vengono tollerate, anzi ci sono buone ragioni per sostenere che il conflitto sia strettamente legato all’indifferenziazione. Si potrebbe approfondire la discussione suggerita dagli interessanti spunti rappresentati dalla fobia dei gemelli e dai riti di iniziazione, tuttavia anche un semplice argomento dettato dal buon senso può risultare convincente. Pare evidente che due soggetti simili desidereranno oggetti analoghi: se è simile l’ampiezza dei raggi che tracciano le sfere dei possibili oggetti desiderabili da due soggetti, ed è simile la collocazione sociale e culturale dei due soggetti, allora si dovrà concludere che è assai probabile che i desideri dei due soggetti in questione convergeranno talvolta sul medesimo oggetto. Dato che ci sono molti oggetti che non possono essere condivisi, il cui possesso è esclusivo, questa situazione può facilmente scatenare meccanismi di mimesi di appropriazione, che sfociano volentieri in comportamenti violenti ed antagonistici.

Sono state dunque messe in rilievo alcune questioni cruciali circa il tema della tolleranza: i limiti di questa virtù, come e quando essa vada perseguita e i caratteri repressivi che si nascondono dietro i numerosi appelli alla tolleranza nelle società odierne. Infine abbiamo dubitato della credenza comune secondo cui il conflitto derivi da reali differenze che non vengono tollerate. Nella seconda parte del lavoro proporrò una possibile soluzione ad alcuni problemi qui sollevati, con l’intento di suggerire nuovi spunti di riflessione, senza pretendere di concludere in poche righe un discorso che meriterebbe un approfondimento ben più ampio.

Marco Stucchi

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