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Quando oggi qualcuno ripensa a quello che è stato il passato della sinistra italiana, l’occhio cade subito alla grande storia del PCI. Per molte persone i volti di Gramsci, Togliatti e poi Berlinguer avevano un che di familiare e il partito si legava ad esperienze e storie personali, oltre che politiche. Capita così spesso, anche ai più giovani, di ricollegarsi in qualche modo a questo scorcio di storia politica italiana: un articolo, un nonno, dei ritagli di giornale o, più semplicemente, D’Alema, Bersani, Veltroni, et cetera sono il collante che lega il nostro presente col vecchio passato.

Eppure. Eppure non era tutto qui. C’era una volta il PSI, che a vent’anni dalla sua scomparsa sembra completamente dimenticato, rimosso e cancellato (consiglio a proposito la lettura di questo articolo di Giampiero Mughini su Il).  E che dire poi dell’ancor più vecchio Partito d’Azione, che popola oramai solamente i libri di storia? Specie in un periodo come il nostro, dove le correnti di sinistra si mostrano frammentarie e con poca capacità di darsi un’identità, potrebbe risultare interessante e producente riaccostarsi a questa storia e a quella che è stata la stagione riformista italiana.

A questo clima appartiene senza dubbio un testo forte e ricco di molti stimoli quale “Socialismo liberale” di Carlo Rosselli. Un libro meno noto di tante altre opere di filosofia politica, ma non per questo meno interessante. In realtà l’obiettivo che l’intellettuale antifascista si prefiggeva è altissimo: scopo dell’opera era  quello di illustrare una nuova via da seguire per il socialismo, una via che, per dirla con le parole del movimento da lui fondato, fosse in grado di mantenere alti due grandi ideali: tanto quello della giustizia, tanto quello della libertà.

Nel percorrere questa strada Rosselli non si fa intimorire: il primo capitolo del suo capolavoro è destinato a una serratissima critica del marxismo più ortodosso, cui non perdonava il rigido meccanicismo, l’aver sottolineato con troppi eccessi il ruolo dell’economia nella storia e il disinteresse per alcuni sviluppi del pensiero economico (uno su tutti il marginalismo). La critica alla scienza marxista è fortissima, così come è forte la critica al sistema. Tuttavia Rosselli non è meno clemente con la galassia di revisionismi (di destra e di sinistra) che accompagnava il marxismo nei suoi sviluppi storici. In realtà ciò che rimprovera loro non riguarda tanto (o non solo, perlomeno) la sfera teorica, quanto l’aver continuato a denominarsi “marxisti” benché nei fatti non lo fossero più. Rosselli ci dipinge così un bellissimo quadretto di come la figura di Karl Marx si sia trasformata, seguendo un estremo bisogno di autorictas, in una sorta di nume tutelare cui richiamarsi per dar credito alle proprie parole.

Si era predicata alle masse la rivoluzione a breve scadenza, l’intransigenza, la sfiducia nelle armi legali e nelle riforme in nome di Marx. Ebbene ora si predicherebbe il gradualismo, la fede nelle istituzioni democratiche e nelle riforme, in nome di Marx, di un Marx riveduto, integrato, ammansito. L’importante era pur sempre potersi richiamare a Marx: salvare la tradizione, evitare che gli estremisti potessero monopolizzare il suo nome, dimostrare ai fedeli che nulla di sostanziale era mutato, che si sacrificava talvolta la lettera, ma per salvare lo spirito immortale.

La riflessione di Rosselli va dunque, da un lato, in direzione antitetica rispetto a quella revisionista. Dove loro intendevano in ogni modo richiamarsi all’illustre pensiero di Marx, Rosselli (con un’onesta intellettuale di gran lunga maggiore) predica la più aperta rottura: marxismo e socialismo vengono non solo divisi, ma addirittura ritenuti incompatibili. Il sistema marxista non va corretto, va abbandonato. Al contempo però si potrebbe affermare non solo che la sua rottura con Marx si accompagna ad una grande stima per il pensatore tedesco; si potrebbe dire che è proprio questa ammirazione a portarlo a meditare più seriamente le sue idee, senza considerarlo solamente un nome dietro cui mascherare le proprie.

La conclusione logica cui conduce il revisionismo è la rottura tra socialismo e marxismo. Il revisionismo ha difatti confutato o tacitamente abbandonato tutte le tesi marxiste che piú strettamente si collegavano alla posizione socialista; mentre ha valorizzato le tesi piú propriamente filosofiche o sociologiche (materialismo storico, lotta delle classi) che, per il valore sempre piú universale e obbiettivo che vanno assumendo, non possono essere monopolio di nessuna parte politica. Dalla interpretazione che del marxismo danno i revisionisti, discendono logicamente queste conseguenze: 1) che si può essere marxisti senza essere socialisti; 2) che si illudono quei socialisti che ancora credono di ritrovare nel marxismo il principio informatore, la guida, del concreto movimento socialista.

Da un altro punto di vista però il pensiero di Rosselli continua e porta a compimento l’opera revisionista, che, dopo aver messo in crisi alcuni capisaldi della dottrina marxista, ne abbandona definitivamente i lidi. Egli giunge così a privilegiare la sfera della volontà umana rispetto alla teoria del materialismo storico, nonché la concreta prassi operaia rispetto alle formulazioni teoriche.

Dopo la dura pars destruens dei primi capitoli, Rosselli illustra in concreto la sua proposta di un “socialismo liberale”. Il succo del suo discorso sta in un principio semplice e chiaro: quello di intendere il socialismo non più come un rivale del liberalismo e dei suoi principi, bensì come un suo coerente continuatore. Il socialismo, proprio come il liberalismo, non riguarda nient’altro che la libertà, ma, diversamente da quello, non la intende più soltanto in astratto, bensì in concreto. Il socialismo concettualizza una libertà che sappia tener conto delle effettive condizioni economiche e reali.

Il socialismo non è che lo sviluppo logico, sino alle sue estreme conseguenze, del principio di libertà. Il socialismo, inteso nel suo significato piú sostanziale e giudicato dai risultati – movimento cioè di concreta emancipazione del proletariato – è liberalismo in azione, è libertà che si fa per la povera gente. Dice il socialismo: l’astratto riconoscimento della libertà di coscienza e delle libertà politiche a tutti gli uomini, se rappresenta un momento essenziale nello sviluppo della teoria politica, ha un valore ben relativo quando la maggioranza degli uomini, per condizioni intrinseche e ambientali, per miseria morale e materiale non sia posta in grado di apprezzarne il significato e di valersene concretamente. La libertà non accompagnata e sorretta da un minimo di autonomia economica, dalla emancipazione dal morso dei bisogni essenziali, non esiste per l’individuo, è un mero fantasma. L’individuo in tal caso è schiavo della sua miseria, umiliato dalla sua soggezione; e la vita non può avere per lui che un aspetto e una lusinga: il materiale. Libero di diritto, è servo di fatto.

Il pensiero Rosselli, dunque, si può ben riassumere con la fortunata formula “Giustizia e Libertà“. Lì dove il liberalismo prescrive la libertà, il socialismo ricorda che solo attraverso la giustizia essa si può concretamente realizzare. Lì dove il socialismo predica giustizia ed eguaglianza, il liberalismo ricorda del fondamentale principio di autonomia. Tutto ciò non toglie i difficili problemi che la proposta politica di Rosselli mantiene e che si trova ad affrontare tutta la tradizione liberalsocialista (si veda anche Bobbio). Fino a che punto giustizia? Fino a che punto libertà? E’ davvero possibile una facile sintesi di questi due termini? Che cos’è, nei fatti, questa libertà concreta e come ci si arriva?

Pur con tutti i suoi limiti e i suoi problemi, il tentativo di Rosselli rimane un imprescindibile punto di riferimento, oggi forse particolarmente proficuo per una sinistra lontana dal marxismo ma priva di una vera identità. “Socialismo liberale” resta non solo un modo originale di pensare il difficile rapporto tra due tradizioni politiche apparentemente lontane; esso è anche un grande tentativo di concettualizzare la categoria moderna di libertà.

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One thought on “Giustizia e Libertà. Un’antinomia?

  1. La strada delineata da Rosselli è ultimamente inesplorata e mi sta affascinando. Se non sbaglio, Montale è stato iscritto per un breve periodo al Partito d’Azione. Complimenti per l’articolo.

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