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A chi non è mai capitato di prendere un pezzo di carta, la prima penna a portata di mano e un poco della propria fantasia, giusto per mettersi a scrivere qualche parola in versi, magari snobbando tutte le regole del caso? Il rischio che alcuni non l’abbiano mai fatto credo sia molto alto, al giorno d’oggi.

Ora, non voglio assolutamente sostenere che nelle epoche passate tutti fossero prodi verseggiatori; o che in ognuno di noi ci sia un ‘poeta nascosto,’ pronto ad uscire se debitamente accudito, sempre talentuoso e degno di sfondare nel mondo della letteratura (‘sfondare’ per guadagnare cosa, poi?). Anzi, so bene che in altri giorni e in altri luoghi l’analfabetismo fu ed è un problema non da poco; e che la Poesia, nella sua accezione più accademica, sia formata anche di una componente fortemente tecnica, nella quale si è o capaci, o negati. Tuttavia non è mai capitato che la Poesia fosse ridotta a puro tecnicismo, ed è dunque del suo altro aspetto che voglio parlare. Non sarà infatti difficile immaginare una divisione sbrigativa del tema in due aspetti fondanti; l’arte poetica, alla quale ho appena accennato e di cui non voglio trattare in questa sede, e la sensibilità poetica.

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Già, la sensibilità poetica. Come già detto, non penso che siamo tutti poeti. Tuttavia sono fermamente convinto che chiunque sia in grado di sviluppare uno sguardo poetico, di allenare una visione poetica sul mondo. È una propensione naturale, dopotutto. Le poetiche sono infinite e non si appiattiscono al pensare al rosso delle rose come simili al rosso del sangue, tantomeno nessuna di esse è scissa dalle facoltà immaginative intrinseche nell’uomo. Lo sguardo poetico che tutti, a mio parere, potrebbero sviluppare sarebbe il percepire qualcosa che va ‘oltre’ il semplice dato sensibile che il nostro occhio riceve. In maniere molto meno forti, ce ne serviamo per muoverci nella vita di tutti i giorni, districandoci tra i ricordi o sviluppando le nostre piccole indagini. La parola, poi, è lo strumento da noi inventato che nel suo uso gode maggiormente di questa nostra capacità. Infatti non è un caso che il termine Poesia è stato impiegato proprio per indicare l’arte della parola.

Le forme poetiche difatti non possono essere ridotte alla semplice struttura in versi, con le sue figure retoriche e i suoi espedienti sonori; la sensibilità poetica trova mezzi di espressione più vasti, che partono dalla composizione musicale alla costruzione di immagini. Il pittore surrealista Magritte definiva poesia la sua pittura, e reputava questa componente un aspetto fondante non solo della sua arte, ma della sua vita. Se da una parte la forma apre dunque molte possibilità all’espressione poetica, talvolta il rischio diventa però quello di tarpare le ali a chi cerca di intraprendere l’arduo cammino della comunicazione del proprio sentire. Infatti non tutti sono abili disegnatori, musicisti o verseggiatori. Il rischio è quello di mettere al mondo degli obbrobri estetici, che avrebbero tuttavia un valore di fondo: l’umanità dei loro autori. L’interrogativo che sorge da questo problema dunque è: è l’uomo che serve all’arte, o l’arte che serve all’uomo?

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Sarà una mia propensione puramente umanistica, ma penso che sia la seconda possibilità quella più ricca di sviluppi. Ed è da questo presupposto che io incito che gli obbrobri estetici escano alla luce, così da scoraggiare il meno possibile la pratica dell’arte che, sebbene possa non produrre poeti, può diventare un mezzo per educare innanzitutto il proprio sguardo sul mondo, ma anche per entrare di più nell’ottica dei vari Dante, Leopardi, Petrarca, Ariosto, Montale, Ungaretti e tutti i membri del nostro pantheon letterario, sia nazionale che mondiale, che è l’altra grande via per sviluppare in piccolo la propria sensibilità. Capire cosa spinse questi uomini a scrivere, che sfida si trovarono davanti nel mettere su carta i propri pensieri. Tutto all’interno di regole che, tuttavia, sono relativamente labili, e che dunque non hanno alcun diritto di soffocare gli sparuti tentativi artistici, anche infelici, degli animi poetici.

Concludendo sulle orme di un pensatore italiano, alias Giordano Bruno: è più importante soddisfare le regole e il piacere degli accademici, oppure sviluppare uno sguardo sull’ulteriorità che permea la nostra visione del mondo?

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