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Scrivere qualcosa di sensato sul vasto, fluido, mobile e volubile mondo del “pop” è forse una delle cose più difficili da fare in ambito artistico. Mentre infatti sui grandi, sui classici o sulle opere colte ed alte si può sempre ripiegare su frasi fatte, su giudizi critici secolari o semplicemente su supercazzole ben congegnate, il pop costringere a fare i conti con la vita nella sua più estrema concretezza. Il pop è infatti, per definizione, aperto a tutti: tutti possono accedervi, tutti possono parlarne, scriverci e, soprattutto, tutti ne sono a contatto quotidiano. Eppure in maniera curiosamente speculare esso non è degnato di occhio critico, non merita l’attenzione intellettuale di chi di solito si sente mille e mille metri al di sopra di esso.

Tuttavia lo snobismo e la pedanteria non portano da molte parti. Fate un giro in un museo: tante volte (non sempre ovviamente) troverete luoghi morti, depositi di oggetti in decomposizione. Luoghi che non hanno niente da dire a nessuno ma dove “bisogna andare” perché fa colto e figo. Un po’ come quando mamme preoccupate costringono i propri figli a leggere libri noiosissimi anziché simpatici fumetti. E perché? Perché così sì fa: questo è, in fondo, il biglietto da pagare per dare una buona immagine di sé. Lungi da me però capovolgere una prospettiva sbagliata in una che lo è altrettanto: non si vuole sminuire l’alte colta per rivalutare i più miseri risultati dell’ingegno umano. Sarebbe semplicemente folle osannare i più bassi prodotti dell’industria musicale per sputare su Bach o Mozart. Assurdo rivalutare Moccia per dimenticare Gogol.

Si tratta però di comprendere la storicità dell’opera d’arte e il suo reale legame col mondo. Prendiamo un caso concreto: i sette palazzi celesti di Anselm Kiefer, esposti in Bicocca Milano.

Non c’è dubbio che si tratti di un lavoro bello, interessante e d’effetto. E’ un opera che, nella sua maestosità, è in grado di parlare a tutti. Diverso però è il discorso per quanto riguarda l’apparato simbolico ad essa legato. Ogni torre infatti è legata ad una sefirah, concetto centrale per la Qabbalah, la mistica ebraica. Benché quindi si tratti di un’opera tutto sommato bella e riuscita, non riesco a non considerarla anche l’esempio di una cultura vecchia, che parla solo al passato e che non è in grado di comunicare molto. Quanti saranno in grado di decifrare l’apparato concettuale legato a questi palazzi? A chi parla un simbolismo di questo tipo, vecchio di almeno cinquecento anni? Non dubito affatto che la materia colta che quest’opera rappresenta abbia qualcosa da dire, dubito però sia questo il modo di condividerla, di socializzarla, di farla arrivare ai più. Anche il più bel libro di Dostoevskij, letto in una lingua sconosciuta, non dice nulla.

Il pop, rispetto a questo, è proprio un altro mondo. E’ anni luce distante rispetto a questa ricchezza culturale e spesso, forse, è semplicemente ignorante. Il pop però ha al contempo una straordinaria capacità di parlare alle persone. L’opera pop è un’opera estremamente fruita, condivisa e diffusa. Non so quanti conoscano “Il Pagante“, esperienza che con quella di Kiefer ha probabilmente in comune soltanto il fatto di essere nata a Milano. Si tratta di una serie di video, realizzati da ragazzi delle superiori con un intento più o meno ironico sulla figura del “pagante”, una tipologia giovanile di cui sul loro sito potete trovare una approfondita descrizione.

 I commenti al video vanno dai plausi, alle volgarità, fino agli insulti. Credo che si farebbe troppo in però fretta a liquidare una lavoro del genere come “stupidaggine”. Non stiamo certo parlando di un capolavoro, ma di una lavoro interessante credo di sì. In primo luogo è una canzonetta che fa a dovere il proprio lavoro: quello di essere ascoltabile, superficiale, ballabile e divertente. Inoltre le critiche di chi accusa questo video di essere in realtà ciò che motteggia, le ribalterei proprio in un elemento a favore. Trovo estremamente affascinante infatti questo sovrapporsi di gioco e realtà. Si sfotte il “pagante” ma in fondo si sa di esserlo, si è “paganti” ma in fondo ci si sfotte.

All’estremo opposto potrebbe sembrare esserci una realtà come quel della rap band nativa di Palermo “Gente Strana Posse“. Un brano come “Amarcord” è politicamente impegnato, riflette una specifica realtà sociale e culturale e ha un messaggio e un contenuto chiari.

Quello che due esperienze tra loro così diverse e lontane hanno in comune è la loro natura “popolare”. La mia impressione è che siano proprio esperienze di questo tipo, oggi, a saper veramente parlare: se una realtà come quella del pagante riesce ad aver presa su larga fetta della gioventù milanese, così il gruppo palermitano si presta ad essere l’espressione artistica di una certa area politica.

D’altro canto dubito che possano essere esperienze come queste o la stessa cultura “pop” a poter continuare il percorso da sempre tracciato dall’arte colta e d’elite. Tuttavia, per poter realmente aver qualcosa da trasmettere, le espressioni più alte e ricercate della nostra cultura devono inevitabilmente “aggiornarsi” e trovare nuovi linguaggi. Senza “sporcarsi le mani” non si produce nulla di buono ed è solo cercando di essere all’altezza dei tempi che l’arte può avere qualcosa da dire. Insomma, pur con tutti i problemi e i difetti del caso, quello che credo sia il grande pregio di realtà come quella del “Pagante” o dei “Gente strana posse” è di saper parlare a chi li ascolta. E questo, penso, vale ben più di ogni citazione colta o del ricercato simbolismo di un Kiefer, che con tutto il rispetto del caso, non parla proprio a nessuno.

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