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Dimensione fondamentale dell’opera d’arte moderna è, come ha sottolineato acutamente Walter Benjamin, il suo carattere di riproducibilità tecnica. Prendete un qualsiasi film: esso si presenta su un supporto, fisico o digitale, che permette una riproduzione per un numero elevatissimo di volte. Potete vedere “Odissea nello spazio” oggi, domani, tra cento anni e sarà sempre lo stesso, sempre identico a se stesso. Si tratta di una caratteristica comune a moltissimi fenomeni artistici (fotografia, musica, cinema) e che contraddistingue profondamente il nostro stesso mondo. Tuttavia non sono certo mancate le critiche a questo profondo cambiamento. L’arte, pur entrando nelle case di tutti, pur “democratizzandosi”, perde la sua “aura”, la sua dimensione sacrale; l’opera d’arte non è più un unicum, non è più un evento singolo e irripetibile nella storia. Da qui la ricerca di nuove forme espressive ed estetiche, come quelle delle avanguardie o delle performance.

In quest’ articolo vorrei soffermarmi su un fenomeno probabilmente di minor rilievo e importanza culturale, ma comunque interessante rispetto all’ambito artistico ed espressivo. Mi riferisco al vasto mondo di cover e remix, nuove forme di  variazioni ed elaborazioni cui l’opera d’arte è soggetta. Per un verso non si tratta di nulla di nuovo: accade spesso d’altronde che un autore giochi su un tema, sviluppando una traccia di base (si pensi anche solo al Queneau di “Esercizi di stile“). Per un altro aspetto però si tratta di qualcosa di nuovo e interessante.

Anzitutto la differenza è costituita dalle proporzioni: non si tratta più da esercizi o casi isolati di manierismo stilistico, ma di una normale elaborazione che avviene pressoché sempre, soprattutto nell’ambito della musica elettronica (fate un giro su youtube per verificare). In secondo luogo, questo forse è l’aspetto più innovativo, la maggior parte delle volte, non si tratta di rielaborazioni o variazioni targate dagli stessi autori. Alla pubblicazione di una canzone segue una nuova versione con un featuring e mille remix.

Riporto qui un caso specifico che ritengo piuttosto esemplificativo e interessante; quello del brano (a mio avviso molto bello) “Chronicles of a Fallen Love” dei Bloody Beetroots (& Greta Svabo Bech).

A questo, che è il brano originale (“Original mix“) seguono numerose altre versioni, tanto che all’interno della stessa discografia dei Bloody Betroots vi sono due ep dedicati esclusivamente ai remix di questo brano. Vi riporto qui giusto tre fra quelli che mi sembrano i più interessanti: quello di “Popeska”, di “Tai” e di “Must Die”.

La storia di questo brano non si limita però a questi remix “ufficiali”. Forse ancor più affascinante è l’infinita moltitudine di tante variazioni-rielaborazioni anonime. Chi aumenta i bassi, chi aggiunge un effetto qua, chi uno là, chi sottolinea la parte vocale; ogni co-autore del pezzo cerca di perseguire la propria direzione, a partire dal brano di partenza. Anche qui consiglio l’ascolto di due remix che ho trovato particolarmente affascinanti, ma la lista di quelli che si trovano su internet è pressoché sterminata.

Insomma l’arte, e in questo caso la musica, percorre la strada verso la ricerca di nuove forme di espressività. Se è impossibile recuperare la dimensione di unicità della riproduzione del brano si va verso però una “moltiplicazione” dell’opera d’arte che diventa materiale di successive rielaborazioni. Come nelle più ardite forme di avanguardia, lo spettatore si spoglia del suo carattere meramente passivo e diventa co-creatore dell’opera d’arte stessa. Quest’ultima cambia e si evolve, dissolvendosi in una infinità di versioni. Cambia in parte anche il concetto stesso di autore: sempre più spesso termine da declinare al plurale e aperto ad un vasto insieme di partecipanti che prendono parte all’elaborazione stessa dell’opera.

Ma in fondo, ciò che colpisce più di tutto, non sono questi aspetti, alla fine non nuovi nel mondo dell’arte. Colpisce come sia in tutti questi sommovimenti del tutto assente quell’aria elitaria e intellettuale che più o meno inevitabilmente affligge spesso le avanguardie. Colpisce la naturalezza con cui tutto ciò accade, tipica solo di quel meraviglioso mondo che è il “pop”.

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