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Scolabottiglie_Duchamp

“Arte è tutto ciò che noi consideriamo arte”, era il primo giorno di liceo, prima lezione di storia dell’arte. Ci mancò poco che scoppiassimo tutti a ridere: “Ma se considero arte il mio astuccio, diventa arte?”, “ Si va beh, per me è arte il cesso della scuola!”

Per quanto abbiamo scherzato su questa frase oggi non mi sembra più tanto una cazzata. Per carità non sono il critico d’arte e mi limito qui a sbozzare un’idea, ma credo che tutto quello che viene considerato arte abbia un qualcosa in comune: il sublime, ossia la capacità di sbigottire, di esaltare, di aprire nuove prospettive – siano emotive o di pensiero, in altri termini di mutare chi guarda, o ascolta, di renderlo attivo. A questo punto la frase diventerebbe “Arte è tutto ciò che è sublime”.

Tuttavia anche un capolavoro difficilmente esalterà l’umanità intera. È normale, ogni opera parla un linguaggio a sé e quindi può essere colta solo da chi possiede gli strumenti per decodificarla, o magari ne possiede altri che portano a letture soggettive completamente diverse dall’originale, altrettanto sconvolgenti e dense di significato. Difficilmente un’opera sul dramma dell’invecchiamento potrà parlare un ventenne, ma dopo qualche decennio è possibile che sia diventato in grado di comprenderla e di emozionarsi di fronte a essa. Il tempo, lo studio e l’esperienza arricchiscono le possibilità di cogliere il sublime. Credo, perciò, che vada fatta una distinzione tra una definizione soggettiva di arte e una oggettiva. Ogni uomo trova il sublime in opere diverse e sviluppa un giudizio estetico strettamente individuale, ha strumenti e un vissuto particolare, possiede alcune chiavi di accesso e non altre, comprende e si emoziona davanti ad alcune opere e altre lo lasciano indifferente. Sintesi della totalità delle concezioni soggettive è la definizione “arte è tutto ciò che noi consideriamo arte”. Le include tutte, tiene conto dell’insieme delle soggettività, non ne esclude nessuna. L’arte è sempre stato un modo con cui l’uomo ha cercato di comunicare ai suoi simili quel “Quid a cui le parole non arrivano” ( cit. Montale) poco importa quanti colgano questo quid, basta che sia uno. Si può constatare che un’opera di tal genere sia di nicchia ma come si fa a negare che sia arte se ha arricchito il vissuto anche solo di una individualità, se anche solo uno si è esaltato davanti a essa e ne è stato cambiato? Ovviamente ci sono opere capaci di mostrare il sublime che c’è in loro con maggior forza, altre con meno, non credo, però, ci sia una soglia minima di sublime che faccia da discrimine tra ciò che è arte e ciò che non lo è. Il sublime non è quantificabile, si può solo prendere atto della sua esistenza.

La definizione è strettamente ancorata al presente, l’insieme delle opere abbracciate da essa è variabile: al mutare delle contingenze storiche nuove opere rientrano nella definizione, mentre altre non più in grado di parlare a un uomo che ha cambiato linguaggio e punto di vista vengono escluse. Al limite vengono riscoperte dopo alcuni secoli. Credo che questo sia un pregio, sono profondamente convinto che l’arte sia comunicazione, desiderio di mostrare l’inesprimibile, quando un’opera non assolve più questo compito è giusto e fisiologico che sia dimenticata.

Quando si dice “arte è tutto ciò che consideriamo atre” non si esclude, però, la possiblità di sviluppare un giudizio critico sulle creazioni umane. È vero che spesso occorre rinunciare a esprimere il proprio parere, quando si è davanti a qualcosa che ancora non si comprende, che ancora non emoziona. Bisogna stare in silenzio verso quello che lascia indifferenti, non vale lo stesso per quello che reprime: si possono utilizzare gli strumenti già acquisiti per distinguere le opere d’arte da quelle della tecnica. Le prime tendono al sublime e quindi a qualcosa che le trascenda, le seconde si risolvono nella loro immanenza. La forma che assumono non è portatrice di alcun significato, non aprono nuove possibilità all’uomo ma reprimono quelle in lui già esistenti. Gli esempi sono pressoché infiniti, dalla “canzone mononota” a “una poltrona per due”, dai Vedutisti a “Eragon” , giusto per fare qualche nome. Il loro scopo è l’amusment, il divertimento senza pensieri: non vogliono riflettere alcuna verità. Al contrario sono prodotti di pura tecnica, seguono pedissequamente uno stile definito che consente di passare da un effetto speciale all’altro, da un’esplosione improvvisa alla successiva sparatoria, dalla ripresa della diva in abiti succinti a quella del busto muscoloso dell’eroe di turno, in modo da mantenere sempre viva l’attenzione dello spettatore e reprimerne al contempo ogni pensiero. Il consumatore deve essere incollato allo schermo, non deve perdersi nessun dettaglio e, così sommerso da un mare di sollecitazioni, non deve avere il tempo per porsi alcuna domanda, deve diventare totalmente passivo.

L’opera della tecnica incanta con la promessa di evasione che si rivela, però effimera. Finito il divertimento, l’uomo si ritrova nella stessa situazione da cui ha cercato di fuggire. Solo ha incanalato le sue energie cercando di dimenticare il suo stato invece di cercare di cambiarlo. Per di più questo tipo di prodotti, si tratta più di merci che di opere, limita anche da un punto di vista teorico le possibilità dell’uomo: in essi sono riprodotti i valori del mondo in cui viviamo che a forza della ripetizione diventano gli unici possibili. Goebbels diceva: “ripetete una bugia un cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”. Questo fanno le opere della tecnica: ripetono, al pari della pubblicità, che nel successo e nel possesso sta la felicità e tanto lo fanno diventare un mantra che diventa l’unica prospettiva possibile con cui si può guardare alla vita. Invece offrire nuovi spunti di pensiero costringono a un’unica idea di mondo e limitano l’esperienza a quella.

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4 thoughts on “Arte e tutto ciò che consideriamo arte

  1. Una piccola osservazione: è possibile equiparare la comunicazione a quello che tu chiami “desiderio di mostrare l’inesprimibile”? Non è forse legato ad un altro modo di intendere il linguaggio, cioè l’esprimere, il tentativo non tanto di dire, bensì di vivere (e far vivere) un’esperienza?

    • Provo a rispondere. In primo luogo credo che l’aspetto della comunicazione con l’altro sia preponderante. Sicuramente ogni opera è oggettivizzazione della soggettività dell’autore, ma la pubblicazione ha senso solo se la creazione “parla” diventa una parte viva dell’esistenza di qualcun altro. Altrimenti fosse rimasta in un cassetto nulla sarebbe cambiato. Poi non credo si possa limitare il fatto artistico a una dimensione esperenziale. Può esserne parte, ma quadri come quelli di Kandinsky, giusto per fare un esempio, ne sono estranei. Infine il termine comunicazione è sicuramente vasto ma nella ampiezza dei suoi significati contiene anche quella “comunicazione di esistenza” di cui parla Kierkegaard “che ha di mira di mira l’attivazione, nell’interlocutore, di un poter fare” (Cioffi, Gallo, Luppi, Vigorelli, Zanette. Il testo filosofico Vol. 3/1) che è poi quello che intendo con sublime.

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