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Uno dei monumenti milanesi più visitati, dopo il Duomo, è il Castello Sforzesco. La sua torre, di mattoni rossi, con l’orologio, è uno dei simboli più riconoscibili della città. Onnipresente sulle cartoline di Milano, essa si staglia davanti ai nostri occhi già in via Dante, se proseguiamo con la cattedrale alle nostre spalle, all’altezza dell’incrocio con via Meravigli. La piazza antistante all’entrata del castello potrebbe suscitare, ai giovani milanesi politicamente impegnati,  vividi ricordi di bandiere sventolate e striscioni tesi da una moltitudine di mani dalla presa salda e sporche d’inchiostro. E’ da qui infatti che i più grandi cortei partono per la loro processione, solitamente in occasione del giorno della donna, l’8 Marzo, o delle consuete manifestazioni stagionali, in autunno e primavera.

La grande fontana circolare, che s’incontra prima dell’entrata del castello, è stata ricostruita negli anni Novanta: quella originale, infatti, era stata rimossa negli anni Sessanta per agevolare la costruzione della linea metropolitana. La versione attuale, però, manca del rosone centrale, dai marmi striati rosa pallido. Una leggenda metropolitana narra che queste parti mancanti scomparvero con Craxi nella sua casa di Hammamet, in Tunisia, dopo essere state a lungo nascoste in un deposito comunale.

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Varcate la soglia: sarà una suggestione infantile, ma fa sempre un certo effetto passeggiare su quel percorso lastricato, tanto che viene da immaginarsi il suono degli zoccoli dei cavalli, al trotto, in occasione della visita di qualche signore lombardo dapprima ai Visconti, che edificarono il castello nel 1368, con il nome di “Castello di Porta Giovia”, e agli Sforza poi, che ne fecero una sfarzosa residenza rinascimentale. C’è addirittura un fosso, che percorre tutto il perimetro delle mura, che non può far altro che alimentare fantasie bambinesche. Fu con Ludovico il Moro, figlio di Francesco Sforza, che il Castello divenne, nella seconda metà del XV secolo, il cuore di una delle corti più fastose dell’Italia rinascimentale: furono chiamati, a decorarlo, il Bramante e Leonardo da Vinci. Ritornò alle sue originali funzioni difensive e militari, ridimensionato, sotto la dominazione spagnola e il successivo periodo austriaco. Scampò alla demolizione grazie agli interventi di restauro dell’architetto Beltrami che nel 1893 lo destinò a sede museale.

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Rivolgetevi ad una guida esperta per l’esplorazione completa del castello: vale la pena di dedicarci almeno tutto un pomeriggio, se non un’intera giornata. Imperdibili la Pietà Rondanini, l’ultima opera di Michelangelo, la Sala delle Asse, chiamata così perché si pensava che delle assi rivestissero le pareti, che furono dipinte da Leonardo da Vinci, nel 1498, con un finto pergolato che simula uno spazio aperto, e i dodici arazzi Trivulzio, disegnati dal Bramantino e raffiguranti i mesi e i relativi segni zodiacali.

Se siete già visitatori veterani del Castello Sforzesco, però, indugiate nei cortili. Prendetevi il tempo di recarvi nel piccolo Cortile della Fontana, accessibile dal Museo d’Arte Antica, e per questo poco conosciuto. Particolarmente suggestivo per le tonalità verde bottiglia dei muschi che hanno coperto l’originario rosso dei mattoni, è chiamato così per la fontana sormontata da un drago, stemma dei Visconti.  Nello stesso cortile, è possibile scorgere una grande finestra in cotto, che è l’unica originale, sopravvissuta a parziali demolizioni, bombardamenti e ricostruzioni: per questo è stata presa a modello per ricostruire tutte le altre durante i restauri alla fine dell’Ottocento. E ancora, nella Corte Ducale, sulla lastra di una fontana a muro, munita di una piccola tettoia ricoperta di tegole, sono visibili cinque simboli: tre anelli intrecciati, un sole, un cane, una colomba e un morso da cavallo. Non si tratta di alchimia, bensì di “imprese” dei Visconti e degli Sforza: l’”impresa” è un tipo di stemma che riguarda una sola persona o uno specifico episodio della sua vita ed è composto da un’immagine e da un’iscrizione, spesso in lingua straniera, per essere compresa solo da pochi eletti. La colomba, per esempio, regge un cartiglio con il motto “A bon droit”, un augurio di pace e di gestire in modo saggio il potere a Gian Galeazzo, da parte di Petrarca.

corte ducale

In una di queste giornate di sole, è immancabile la visita al Parco Sempione, al quale si accede dopo aver superato le corti del Castello. Questo parco meriterebbe un approfondimento tutto per sé, a cui vedrò di dedicarmi nelle prossime settimane. Distendersi sull’erba ben tagliata è una vera goduria, se si ha tempo di rilassarsi in questo modo. Ma il Parco Sempione è prima di tutto una meta molto ambita, in questi termini, nelle ore della tarda mattinata della stagione primaverile, dagli studenti liceali del centro città. E’ questo infatti, solitamente, il luogo prescelto per “bigiare” le lezioni. Il primo sole dopo il rigido inverno milanese, infatti, per lo più attira gli studenti proprio qui: non è inusuale vedere le distese d’erba coperte a mo’ di macchie di leopardo, con tanti gruppi che, in cerchio, chiacchierano allegramente.

Il mio consiglio è di vivere il Castello. Visitatelo, frequentatelo, parlate con le guide e il personale ai punti d’informazione: saranno tutti ben lieti di raccontarvi aneddoti interessanti e storie intriganti. Fatelo prima delle 19 di ogni giorno, perché a quell’ora purtroppo i ponti levatoi vengono metaforicamente alzati.

Foto: Internet

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One thought on “Milano segreta II, il Castello Sforzesco

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