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Qualora vi accingiate a leggere un articolo sul teatro scolastico steso da un docente liceale, vi potreste attendere che egli produca il solito profluvio di parole intorno al senso pedagogico delle arti performative ed alle intrinseche qualità educative delle arti sceniche. La letteratura inerente a tale tema è senza dubbio vasta e ben strutturata e chi ne volesse esplorare una parte significativa in lingua italiana può riferirsi al sito del Progetto LAIV1 . Ma io vorrei, in questa “vinosa” sede, partire dall’esperienza culturale di altri più antichi maestri e scolari forse più adusi, pare, a gozzovigliare in osteria che a studiare in ateneo, se vogliamo prender per vere le rigide rampogne di un loro preclaro persecutore: San Bernardo di Chiaravalle. Lo scrupoloso filosofo crociato, nel suo sermone De conversione ad clericos, giudicava in modo assai poco benevolo gli scolari dell’epoca, i clerici vaganti, rei, a suo avviso, di spender troppo tempo a recitar versi, a suonare e ballare, oltre che, ovviamente, a frequentar taverne. Colpa ancor più grave era per Bernardo la circostanza che tali indisciplinati scolari avessero un maestro ben poco dabbene: il filosofo concettualista Pietro Abelardo che dal Santo fu  strenuamente avversato. Il monaco di Chiaravalle usava chiamare il maestro parigino con l’appellativo di Golia, donde forse nacque il termine goliardi per definire gli studenti troppo dediti agli scherzi, ai versi canzonatori, alla musica e al gioco. Come sappiamo la battaglia degli zelanti oppositori contro i clerici vagantes fu lentamente vinta e tali squattrinati studenti si diedero sempre più spesso a ricercar di che vivere e di che pagarsi gli studi proprio con quelle arti villane e peccaminose che si tentava di limitare. Così i goliardi divennero ioculatores, giullari e ribelli nella società medioevale. Sappiamo che tale condanna non si sarebbe facilmente separata dallo status eccentrico dell’attore, il quale per secoli sarebbe rimasto legato a quella atavica immagine di scolaro pieno di voglia di giocare, di scanzonare e, ovviamente, di mangiare, bere ed amare. Se è vero che numerosi illustri pedagogisti invitano a riscoprire il gioco teatrale come dimensione formativa ed educativa privilegiata (per verificarlo si rimanda alla succitata bibliografia), ci si può domandare come sia possibile integrare tale dimensione in un’istituzione così poco aperta al iocus quale è paradigmaticamente la scuola. Per dirla con Frankenstein Jr: “si può fare”. E lo si può, pur con grande difficoltà, grazie ad un insieme di molte fortunate circostanze. E’ da considerarsi privilegiata la presenza di un dirigente scolastico poco protagonista e zelante, insomma lontano dalla figura del crociato tanto cara a Bernardo. E’ inoltre particolarmente utile che il suo vicario sia persona saggia, attempata nell’aspetto, ma giovane nel cuore, insomma che sia egli stesso sempre desideroso di giocare e canzonare; meglio ancora se tale vicario avesse la cultura profonda di un gesuita (il cui ordine fece largo uso del teatro quale strumento pedagogico fin dal XVI secolo) e l’animo ribelle di un anarchico. E’, altresì, particolarmente richiesta la presenza di un docente che non abbia mai smesso di sentirsi un poco studente e che quindi sia ioculator talvolta più dei discenti a costo di attirarsi talvolta le critiche di maestri e maestrine. E’ necessario costruire una compagnia di sbandati teatranti e musicanti, pronti a perdere giornate di studio per recitar in luoghi angusti con la complicità di collaboratori scolastici disposti a chiudere un occhio sul disordine che inevitabilmente l’azione teatrale genera. E’ necessario che i suddetti maestri e le suddette maestrine siano, in fondo, lieti che l’ordine scolastico costituito sia più o meno frequentemente invaso dalla rumorosa compagnia di sbandati. Corollario della precedente condizione è che i maestri dabbene permettano agli studenti di assentarsi anche per lungo tempo dalle ore di lezione per attività non sempre debitamente registrate e certificate dalle scartoffie che la macchina burocratica riterrebbe fondamentali e dirimenti. E’ necessario, vieppiù, che il dirigente non si preoccupi, in fondo, poi molto di quelle inutili scartoffie che per ministri, giuristi e tecnocrati della scuola paiono oggi tanto importanti. E’, infine, fondamentale che vi siano ancora scolari indisciplinati che abbiano voglia di giocare, di ridere, di scanzonare, di sfogare la propria vis ioculatoria e, soprattutto, di amare. Come recentemente, in un bellissimo workshop teatrale dedicato agli studenti della città di Varese, ha mostrato Roberto Anglisani2, per recitare in maniera credibile i versi di Shakespeare, devi sentire da qualche parte l’amore per Giulietta, da qualche parte dentro di te o forse anche nell’angolo del sorriso dell’attrice che condivide il palco con te, o forse solo in quella strano riflesso che produce il faretto sull’assito del teatro, o forse chissà dove. Ma Giulietta devi davvero amarla.

E per quanto attiene alla fame e la sete dell’attore? Be’ per quelle è semplice: basta inserire in ogni spettacolo una scena in cui si debba servire del vino. Le regole del teatro naturalista sono ferree: non si può fingere di fronte allo spettatore, pertanto nei bicchieri sulla scena si deve versare del vero e proprio vino, con buona pace delle severe indicazioni del dirigente. E, soprattutto, in un teatro, come quello scolastico, che non prevede mai biglietti di entrata, è importante chiedere a tutti quanti di portare qualcosa da mangiare alla chiusura del sipario. Per citare ancora un film, a tutti noi teatranti di scuola vien da rivolgerci a voi, caro pubblico, con le parole del Capitan Fracassa di Troisi, squattrinato nobile di Guascogna che si unisce ad una compagnia di girovaghi: “e ke maronn’, bast’ ‘na pera”.

  1. http://www.progettolaiv.it/tycoon/light/viewPage/ProgettoLaiv/bibliografia_teatrale
  2. Dell’attore milanese suggeriamo volentieri l’ultimo libro: Anglisani R., Maglietta M., Giungla, Rizzoli, 2013

Andrea Minidio

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