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A costo di far rischiare a questo nostro blog il rischio di autoreferenzialità (non me ne vogliano i miei compagni di avventura) voglio prendere molto sul serio il bell’articolo pubblicato qualche giorno fa da Canipo. Credo che abbia introdotto alcuni temi molto importanti, se non di vitale importanza, che costituiscono una provocazione aperta al nostro pensiero.

Fulcro di questa autentica sfida, è il concetto -ben delineato- di utopia. Un’utopia di cui si ha bisogno e di cui si sente la mancanza. Un’utopia che scaldi i cuori e che spinga all’azione. Un’utopia, da sempre, necessario punto di riferimento della sinistra, quale area politica che, di cambiamento e progresso, dovrebbe forse fare la sua stessa ragion d’essere. Senza utopia, riprendo qui le parole di Canipo, non siamo che un branco di idioti, di gente che si guarda allo specchio e priva di progettualità.

Ma quella utopica è una sfida realmente difficile. Alziamo il braccio nel tentativo di afferrarla e ci rendiamo conto che è un soffio oltre noi, saltiamo ma ci sfugge sempre. D’altronde, dall’etimo stesso del suo nome, utopia è il luogo che non esiste, il non-luogo per eccellenza. Mentre infatti un braccio cerca di cogliere il cielo, l’altro stringe la sabbia sotto i nostri i piedi. Torniamo alla realtà concreta. Il bene, l’uguaglianza? Utopie, cioè sogni, come si dice nell’articolo citato. Un anelito, certamente qualcosa per cui lottare, sì, ma con la consapevolezza tragica che non sarà raggiungibile. Con un braccio si vuole afferrare la Luna, con l’altro ci si scava la fossa. Da un lato l’utopia, dall’altro il realismo. Machiavelli guarda sornione Tommaso Moro, ha vinto. In fondo è proprio questo il limite che, da sempre, e a tutti i livelli, viene imputato all’utopia. Essa è “irrealizzabile”, bella quanto impossibile.

Eppure, ancora dopo tutto questo parlare, non siamo convinti. La consapevolezza che il nostro mondo non sia quello adatto “all’isola che non c’è“, non ci soddisfa. La tensione utopica resta e non accenna ad abbandonarci. Forse, insomma, abbiamo chiuse le porte troppo presto, abbiamo rinunciato troppo prematuramente all’ideale utopico. Insomma, non abbiamo colto veramente e in profondità ciò che rappresenta l’utopia. Machiavelli, realista politico per eccellenza, ha cantato vittoria troppo presto, Tommaso Moro può rialzare la testa. Utopia da una parte. Realtà concreta dall’altra. Lo ripetiamo ma ancora non afferriamo quale sia il nocciolo della vicenda. Cielo e Terra. Ideale e Reale. La voce che abbiamo sentito sin’ora, quella che ci rammenta l’impossibilità dell’utopia, è al contempo quella del sognatore e del deluso. Forse questo parallelo ci permette di cogliere meglio i termini di questa opposizione, che probabilmente non è affatto limitata alla sfera politica. Insomma siamo quasi di fronte a una riproposizione della più tradizionale metafisica cristiana: regnum Dei e regnum hominis. L’Inferno in Terra e, nei cieli, un Paradiso irraggiungibile.

Ma, forse, possiamo provare a non considerarci una massa di dannati, forse possiamo cambiare radicalmente prospettiva e guardare la questione con una luce differente. Possiamo accogliere veramente la sfida che la dimensione utopica può rappresentare. Non solo dobbiamo riaffermare perentoriamente la necessità regolativa dell’utopia. (Come agire se non si ha in mente un modello? Che fare se non si ha chiaro quale sia il bene da ricercare? Paradossalmente, proprio a queste domande così legate alla concretezza dell’azione, il realismo politico non sa rispondere, è muto). La sfida più grande sta nel non pensar più l’utopia come un anelito. Come qualcosa che sia perennemente da-realizzare. All’utopia astratta, opponiamo l’utopia concreta. All’utopia che non si fa afferrare opponiamo un’utopia a portata di mano, un’utopia possibile. Ovviamente qui si rischia l’opposto. Non più la rassegnazione, bensì l’esaltazione è il nostro nuovo pericolo, il nuovo spettro che c’insegue. La tentazione è ora quella di ribaltare lo schema passato: esaltare la Terra e abbassare il Cielo. Il rischio è quello di giustificare e legittimare l’esistente, senza se e senza ma. Perché? Semplice: perché questo mondo sarebbe l’utopia, questo mondo qui ed ora.

L’utopia concreta corre quindi tra abisso e abisso. Da un lato il pericolo del sognatore, del romantico che idealizza un bel modello del tutto avulso dal mondo reale. Dall’altro i “feticisti” della realtà concreta, coloro che la amano e osannano senza se e senza ma. In mezzo sta un modo diverso di intendere il progetto utopico. Un’utopia che non sia sogno, bensì un ideale coi piedi sulla terra. Un utopia come possibilità sempre aperta dell’agire umano. Un utopia ben legata al “movimento reale che abolisce lo stato di cose presente“, per dirla con i termini di Marx, che, sebbene non utopista, sul tema ha ancor molto da dirci. Proprio così, forse, potremmo tentare di leggere il pensiero del filosofo di Treviri. Lasciando da parte determinismi e utopismi vari, si potrebbe scorgere nella sua filosofia un tentativo di dare solidità al sogno socialista. Un’utopia probabilmente non più intesa come fine ineluttabile della Storia, ma un’utopia concreta, saldamente possibile in quanto ben legata al divenire storico.

Infine, nel tentare di sintetizzare i grandi temi cui la sfida utopica ci pone di fronte, non si può tralasciarne un ultimo. Si tratta della possibilità, sempre presente, che l’utopia si trasformi in distopia. Dell’eventualità che “il migliore dei mondi possibile” diventi il peggiore. La mia idea di Bene sarà diversa dalla tua, lettore, che sarà diversa da quella di altri, e così via. Non si può evitare questo punto ed è per questa ragione che “utopia” è una parola da svolgere necessariamente al plurale. Non più “utopia” ma “utopie“. I mondi ideali sono numerosi; rifiutare questa possibilità significa compiere un passo pericoloso nella direzione del totalitarismo. Scegliere la giusta via per l’azione, ossia separare la pula dal grano buono, affinché la utopie possano popolare il mondo e non i libri di fantascienza, spetta alla sfera politica, alla pubblica discussione e al nostro confronto quotidiano.

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2 thoughts on “Utopia? Utopie!

  1. ci sono autori che sostengono difatti l’utopia realizzata, nell’accezione però esaltata, ossia il lato negativo della questione.
    in questa utopia l’uomo sarebbe arrivato all’apice, non c’è nulla di meglio, è la cristallizzazione della storia, il fare del proprio tempo un fantoccio perfettamente riuscito del proprio ideale.
    l’ermeneutica se ne occupa molto di questo tema.
    pensiamo alle critiche sulla storia e sul nostro tempo di Walter Benjamin, per esempio.

    per quanto si possa dare addosso al senso comune, alle tradizioni, alle dicerie, c’è una frase che ritengo consona, quasi per tutto: il giusto sta nel mezzo.
    saggezza filosofica antica, saggezza popolare, saggezza sulla bocca di tutti, ma vi credo fortemente.
    per quanto io personalmente e la società in generale tenda ad agire nel dualismo.
    mi piace quindi la prospettiva che proponi.

    Raimond Panikkar diceva “la saggezza deve essere naturale come un fiore.”
    Dobbiamo ricongiungerci col nostro luogo naturale, il mondo.
    Concretamente, ma anche, e sembra paradossale, idealmente.
    La tendenza ad un fine ci è connaturata, ma l’assolutizzazione di un punto di vista non è mai giusta.
    Che sia qualcosa di “troppo terreno” o “troppo ideale”, si va sempre a finire nell’estremo.

    • Per quanto evoluta possa essere la nostra intelligenza, restiamo spesso ingabbiati in manicheismi di proporzioni assurde. Così su due piedi non saprei neanche dire il perché, ma quello che dici è vero. Che la verità stia nel mezzo ci inquieta, bianco e nero ci convincono e danno sicurezza, i miscugli no.

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