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Capita sempre più spesso di leggere sulle pagine dei quotidiani nazionali di arresti a seguito di furti di rame, sia esso il materiale delle segnaletiche ferroviarie o delle linee aeree di contatto – la cui sparizione comporta notevoli disagi per il traffico su rotaia – oppure quello di monumenti o targhe sparse ovunque sul territorio, dai luoghi pubblici alle abitazioni abbandonate o dai luoghi di culto ai cimiteri.

Qual è il motivo di una così alta richiesta di questo materiale, tale da giustificarne un riciclo non così tanto redditizio?

Le economie dei paesi in crescita, inoltre, pur essendo state scalfite dalla crisi, non hanno accennato a diminuire in modo sostanziale la loro domanda di forniture del rosso metallo per i campi in cui si stanno sempre più rafforzando, ossia quelli dell’elettrotecnica e dell’elettronica.

Emblematico segno di questo spostamento della produzione industriale è stata la crescita di prezzo sul mercato internazionale che tra gli anni 2005-2006 e il 2008 è stata del 65%, con un apice di 8500 dollari circa, prima di crollare del 54% per poi riprendere il suo galoppo verso quotazioni più alte.

Al contempo, però, questo crollo è stato un buon pretesto per dei cambiamenti di rotta in alcuni stati: ad esempio nello Zambia – dove una privatizzazione selvaggia nel segno di una mancanza di trasparenza ha permesso da una parte l’acquisizione di vasti giacimenti da parte delle multinazionali del settore e al contempo ha prodotto una eliminazione di ogni tessuto sociale sia dentro le fabbriche che fuori, attirando così di nuovo gli investitori esteri – in primis la Cina, nonostante rispetto ad un tempo non necessiti più di quantitativi immensi e stia muovendosi verso l’autonomia estrattiva – allettati dalla possibilità di violare ogni precedente contratto tutelante i salariati – accantonando quindi il modello dello “stato nello stato”, ossia di un welfare modellato ad hoc per i dipendenti delle miniere – per sostituirlo con una situazione da prima rivoluzione industriale sia a livello umano che ambientale – oppure nel Cile – primo produttore mondiale con 5330 milioni di tonnellate l’anno, che, solo a fronte dello sciopero di seimila dipendenti, ha acconsentito di migliorare la condizione degli operai della compagnia statale Corporación del Cobre e vede sempre peggio la propria condizione di superproduttore indicando come causa dei problemi le rivendicazioni sindacali -.

In Italia invece la crisi economica ha prodotto un abbandono delle poche e miseramente redditizie miniere di rame, tanto da condannare l’economia del rame italiano all’importazione o al riciclo.

Quindi, per rispondere alla domanda sopra formulata si può dire che a livello nazionale il rottame di primo tipo – ossia proveniente da manufatti realizzati in rame – riesce ad essere redditizio perché, mancando il nostro paese di fonti minerarie sufficienti, si pone come valida alternativa dal minor costo ma anche dalla minor qualità. A livello internazionale i primi sette produttori coprono il 60% circa della produzione mondiale, ma nell’estrazione devono rivolgersi ancora ai grandi siti africani, per esempio la nota Copperbelt, o americani, cercando al contempo di smarcarsene senza tuttavia riuscirci concretamente.

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