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Bandiera rossa

La sinistra è idiota, nel senso etimologico del termine. Idios, in greco vuol dire privato, idiota è chi si occupa solo del suo giardino, solo delle sue faccende personali. La sinistra, almeno così mi pare, ha rinunciato al suo internazionalismo a quel “di tutto il mondo”, che se un tempo erano “proletari” e oggi forse semplicemente uomini, era il fondamento dell’essere di sinistra. Oggi dalle piazze si urla contro Marchionne e contro la diminuzione dei diritti dei lavoratori; in campagna elettorale si è parlato di disoccupazione giovanile e precarietà. Battaglie nobilissime, intendiamoci, che però rischiano di essere controproducenti e di aumentare le disuguaglianze se non accompagnate da una visione globale e di lungo periodo. Non si possono affrontare questi temi senza la consapevolezza che siamo parte dei privilegiati del mondo, che se sono alte le disuguaglianze nella nostra società sono enormi quelle tra i livelli di vita media occidentali e quelli dei lavoratori africani e asiatici, che buona parte dei nostri beni di consumo è prodotta in condizioni che riterremmo inaccettabili se fossimo noi a esservi sottoposti. L’idea su cui è nata la sinistra è quella di un mondo che fosse a misura di tutti e di ciascuno, in cui l’uomo non dovesse alienarsi per sopravvivere, non dovesse reprimere il suo Io per adeguarsi ad un sistema di produzione da cui dipende la sua sussistenza.

Oggi qualcuno parla di decrescita, pochi dei milioni che muoiono di fame, di alienazione nessuno. Si fa in massima parte finta che questi problemi non esistano e anche chi ne ha coscienza tendenzialmente non ne parla: sono temi certamente lontani dagli interessi dell’opinione pubblica, temi su cui è difficile costruire slogan efficaci e che quindi hanno un basso ritorno elettorale, ma non per questo hanno una rilevanza minore. Finché non si avrà il coraggio di parlare con forza di queste questioni, finché non si rischierà un’utopia, un’idea di mondo a cui mirare, che se realizzata possa risolvere questi problemi, finché si rinuncerà a fare di tutto ciò un sogno, forse irraggiungibile, ma per cui lottare, l’utopia rimarrà tale e non troverà dove realizzarsi.

Per carità, non voglio “tutto subito” come si diceva una volta. Mi rendo ben conto che ci sono tragiche urgenze da affrontare – i suicidi per motivi economici, l’impossibilità per alcune famiglie di riempire il carrello della spesa – ma non possiamo ridurre l’importante all’urgente. Altrimenti ha vinto chi questa crisi l’ha provocata e ci ha guadagnato, i danni della crisi non sono solo materiali, ma sono anche culturali, la crisi costringe a concentrare l’attenzione solo su ciò che è prossimo, sui problemi del breve periodo. Costringe ad occuparsi della contingenza e a reagire a un numero crescente di stimoli che richiedono una risposta immediata, ma così impedisce al pensiero di sviluppare ogni progettualità di medio e lungo periodo, gli impedisce il tempo per una analisi che porti a una critica profonda e quindi all’elaborazione di modelli alternativi. Si finisce così per cercare una soluzione alla problematicità del presente all’interno di quegli schemi che hanno causato quelle criticità che si sta cercando di risolvere. Si curano i sintomi e non le cause della malattia. Il risultato non può che essere la riproposizione, dopo qualche tempo, della stessa crisi su scala maggiore. Come già insegnava Marx: “Il capitalismo risolve le sue crisi preparandone di peggiori”.

Non si può perciò pensare che l’obbiettivo sia solo quello della salvaguardia dei posti di lavoro e dei diritti, che basti risolvere il problema della precarietà e della disoccupazione nel nostro paese, quando, qualche migliaia di kilometri più a sud, c’è chi muore di fame e, qualche migliaia di kilometri più a est, c’è chi lavora in condizioni disumane per sopravvivere. Ammesso che sia possibile una risoluzione di questi problemi particolari a prescindere da una risoluzione di quelli globali, se ci ritenessimo contenti per aver raggiunto questi obbiettivi, ci dovremo accorgere, tra qualche anno, che siamo diventati noi stessi oppressori invece di liberare l’umanità dal giogo sotto cui è costretta. Questo perché 1) abbiamo diviso, per quanto involontariamente, l’umanità in serie A e serie B per il solo motivo che alcuni uomini erano più vicini a noi e altri erano più lontani e perciò più facilmente ignorabili; 2) Incapaci di portare avanti un pensiero radicalmente alternativo e di metterlo in pratica, abbiamo contribuito a replicare le strutture i cui effetti abbiamo cercato di combattere.

Non so quale utopia, quale ideale sia oggi in grado di coinvolgere, di dare un senso di appartenenza, di muovere idee ed energie e insieme porti in sé la possibilità di un profondo cambiamento delle strutture sociali e di produzione in modo da riaffermare la centralità dell’uomo nella sua totalità e di sottrarlo alla sua subordinazione al profitto. Ne sento però la mancanza. Così sento anche la mancanza della divulgazione di quelle che sono le critiche al capitalismo che si sono pur sviluppate negli anni: mi sembra che il singolo problema, la singola proposta siano considerati solo in se stessi e non all’interno di un quadro di critica sociale di cui dovrebbero essere la coerente applicazione.

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13 thoughts on “Sinistra idiota, ovvero la necessità di un’utopia

  1. Pingback: Utopia? Utopie! | In Vero Vinitas

    • Ho letto con interesse l’articolo da te linkanto. Sono consapevole del fatto che le condizioni materali di vita sono mediamente migliorate grazie al capitalismo. Il problema è che il miglioramento delle condizioni umane non è il fine del capitalista: il suo obbiettivo è semplicemente quello di trarre il maggior profitto possibile dai capitali investiti. Il fatto, quindi, che sia diminuita la povertà nel mondo è una conseguenza accidentale legata a una fase storica e non una conseguenza essenziale del capitalismo. La sua essenza è appunto il profitto, dell’uomo poco gli importa se non come strumento di produzione. Una prova sta in come vengono sfruttate le risorse della terra: l’anno scorso l’overshoot day, il giorno in cui si calcola approssimativamente che si siano consumate le risorse prodotte dalla terra in un anno è stato, il 22 agosto. L’aumento di popolazione e l’aumento globale dei consumi non possono che peggiorare la situazione. Un esempio è dato dall’industria alimentare. Già oggi per produrre carne da smerciare prevalentemente nei mercati europei e dell’America dell’nord vengono coltivati campi per produrre mangime e non alimenti per l’uomo, nel futuro prossimo aumenterà la domanda di carne anche dai paesi in via di sviluppo con conseguenti aumento della domanda di mangimi, aumento del prezzo degli stessi, riconversione di alcune colture per alimenti in colture per mangimi, innalzamento del costo del cibi cerealicoli, carestia nei paesi meno sviluppati, ritorno a una condizione di estrema povertà di molti di quelli che la avevano appena lasciata. Per questo dico che è una contingenza storica che negli ultimi due decenni si sia dimezzato il tasso di estrema povertà nel mondo. Temo fortemente che nel prossimo futuro, quando le risorse cominceranno a scarseggiare, la tendenza si invertirà e questo sarà coerente con l’essenza del capitalismo interessato solo a che gli investimenti portino una rendita. Non credo, poi, che il benessere dell’uomo sia legato solo alle condizioni materiali e nutro qualche dubbio sull’utilità di indicatori come quello di cui si parla nel tuo articolo – ma questo sarebbe un lungo discorso.

  2. Le solite argomentazioni di ispirazione marxista sul peggioramento della condizioni umane del capitalismo mi nauseano. Non solo per la loro frustrante obsolescenza – von Mises mise a tacere questi piagnistei etici gia’ 50-60 anni fa – ma anche per l’enorme fraintendimento che vi sottende. Se il capitalista (termine che per come lo usi tu non puo’ che essere distorsivo e stereotipico, come gran parte della retorica distorta della sinistra dei paesi mediterranei, guarda caso i piu’ fottuti d’europa sul piano economico) nello svolgere la sua attivita’ economico-imprenditoriale si interessa alle sole condizioni materiali trascurando quelle umane e’ perche’ ha un rispetto e un interesse per queste ultime molto piu’ sani e pacifici di quanti accusano il capitalismo di alimentare la fiamma della decadenza morale e del disagio esistenziale. Perche’? Semplice: chi crede nel capitalismo e nella liberta’ in tutte le sfaccettature sa perfettamente che la felicita’ e’ un valore troppo intimo ed individuale perche’ possa finire in mano a uno stato etico di tipo totalitaristico o ad una rivistazione moderna di questo modello (chi ha detto Laura Boldrini?). Quando c’e’ il benessere materiale e’ piu’ facile porre le basi per il benessere spirituale ed esistenziale: che quest’ultimo benessere sia raggiunto o meno dipende dall’impegno e dall’indole di ogni singolo individuo, purche’ sia lasciato nelle condizioni di benessere e di liberta’ necessarie per percorrere la sua strada.

    Molti parlano di essere felici nella poverta’ e nella decrescita: beh, provino a dirlo ai bambini che vivono in Sierra Leone. Ho paura a chiederti quali riforme strutturali, quali trasformazioni della societa’, quali imposizioni di valori riterresti necessarie per garantire il benessere umano nel mondo. Ma forse per te – in quanto marxista, suppongo – e’ soprattutto una questione di sfruttamento. Per te (sempre mie supposizioni) la gente e’ infelice perche’ vive in condizioni di sfruttamento. Sfruttamento dovuto al capitalismo e ai suoi problemi intrinseci. Il problema – ovviamente – non e’ il paradigma economico capitalistico, che in due secoli ha salvato piu’ persone dalla poverta’ che la Chiesa Cattolica in due millenni (avrai la decenza di permettermi di escludere il socialismo da questo computo approssimativo). Come suggeriscono Zingales e il neogovernatore della banca indiana di cui mi sfugge il nome ( se lo conosci saprai perfettamente non essere il solito neoliberista turbocapitalista) la malattia del capitalismo non e’ il capitalismo, ma certe elites che andrebbero controllata con una regolamentazione leggera e non invasiva. Ma questo spiega solo parzialmente la questione dello sfruttamento, che resta per lo piu’ marginale. Le persone che dal capitalismo ne hanno beneficiato sono nettamente di piu’ di quelle danneggiate. E lo dimostrano l’articolo dell’Economist e il fatto che molti paesi del terzo mondo facciano a gara per attirare le tanto disprezzate multinazionali (il perche’ e’ semplice: wage premium). Se non fosse per il capitalismo questa conversazione non sarebbe possibile. Probabilmente Steve Jobs non avrebbe potuto ideare il primo personal computer, non avremmo avuto internet e quasi sicuramente io e te saremmo troppo poveri per poterci permettere beni e servizi a prezzi che trecento anni fa per il cittadino medio sarebbero stati proibitivi.

    Per quanto riguarda la prospettiva di annullamento del processo di arricchimento globale ho notato una tendenza alla semplificazione e alla banalizzazione che non mi e’ piaciuta e che di sicuro non rende scientifica la tua analisi. Ricorda molto le menate sui paesi in crescita propinate dai mercatini equosolidali e dai loro volantini colorati. Se vogliamo parlare di globalizzazione dobbiamo farlo in maniera seria. Si citano studi, fonti e professori (quel poco che ho citato sulla globalizzazione e il presunto sfruttamento della multinazionali – che esiste, ma e’ limitato a pochi casi) arriva dalla Columbia e dalla Princeton University, professori Bhagwati e Gilpin). Contrastare il capitalismo in maneria teorica e anti-empiristica ha prodotto ben noti disastri culturali, economici e politici. Non e’ un caso che la principale teoria anticapitalistica abbia generato un monumento al benessere economico e sociale noto come Berlino Est.

  3. Ho deciso di commentare piu’ criticamente la tua previsione sull’avvento di carestie e crolli di PIL. Ho controllato la recente storia economica di molti paesi in lenta o veloce via di sviluppo e ho letto qualcosa sulla produzione della carne (che piu’ che sull’economia ha impatti sull’ambiente).

    I. L’aumento del prezzo di mangimi non sara’ un problema: se la domanda di carne aumenta, aumentano anche i profitti della produzione di carne e quindi l’acquisto di mangimi (anche se venduti a prezzi maggiori) sara’ un investimento fruttuoso.

    II.Il calo nella produzione cerealitica avverra’ solo in quei paesi ad alta produzione di carne (che ne so, l’Argentina). E di tutti i paesi con grandi produzioni agricole e basse o medie produzione di carne che mi dici? Il prezzo dei cibi crealicoli aumentera’ per via della riduzione globale nell’offerta ma non si prospettera’ lo scenario apocalittico da te previsto. Oppure, se alcuni di questi paesi continuano a crescere a buoni ritmi miglioreranno le loro tecniche agricole, incrementando la produzione, causando forse (ripeto: forse) una riduzione del prezzo. In generale ti invito a mettere da parte tutta questa sicurezza profetica riguardo un tema cosi’ complesso come l’andamento economico mondiale. Piu’ ipotesi e meno Nostradamus.

    III. Scenari di carestie in paesi meno sviluppati sono semplicemente esagerazioni fuori dal mondo: molti paesi in lenta via di sviluppo o con crescita economica sostenuta ma PIL ancora basso si basano in larga parte su una agricoltura di sussistenza. Senza contare che la crescente liberta’ di mercato e di impresa sta portando ad aumenti salariali via via piu’ consistenti. Questi due fattori permetteranno di far fronte ad eventuali aumenti dei prezzi dei cibi cerealicoli e a mantenere i consumi interni attorno a buoni livelli. Le carestie – ammesso che questa previsione piuttosto forzata si realizzi – si verificheranno solo in quei paesi in cui mancano la stabilita’ politica, le riforme, le liberta’ economiche e i beni naturali. Ossia in quei paesi che lo sviluppo e la crescita non lo stanno affatto conoscendo.

    IV. Diro’ a te la stessa cosa che si dice ai nemici della liberta’ del possesso di armi: guns don’t kill people, men do. Il capitalismo e’ un mezzo ed e’ un mezzo efficacissimo per combattere la poverta, difendere la ricchezza, migliorare le condizioni di vita delle persone e favorire il progresso su tutti i campi. Senza l’arricchimento dovuto al capitalismo non avremmo avuto molti progressi medici, tecnologici, militari e persino culturali. E se la ricetta del libero mercato e del reinvestimento di capitali funzionera’ ancora, sempre piu’ paesi potranno conoscere questo avanzamento di civilta’. Il problema del capitalismo e’ che rischia di finire nelle mani sbagliate e che per questo – come suggerito dal libro “Salvare il capitalismo dai capitalisti” – il mercato finanziario necessita di un minimo di controllo. Ma se tutto si svolge all’interno di un contesto di concorrenza, competizione, anti-monopolismo e correttezza morale il mondo non puo’ che guadagnarne. E non sono io a dirlo, ma la storia e il suo progresso.

    • Chiariamoci sui termini. Per me il problema è lo sfruttamento inteso però come alienazione. Il concetto di alienazione nella produzione è sviluppato da Marx nei manoscritti economico filosofici del 1844 e indica la condizione dell’uomo la cui attività produttiva non è oggettivizzazione della sua essenza, della sua umanità, del suo Sé – per usare le categorie della psicanalisi.
      “[…] in cosa consiste l’alienazione del lavoro? Consiste prima di tutto nel fatto che il lavoro è esterno all’operaio, cioè non appartiene al suo essere, e quindi nel suo lavoro egli non si afferma ma si nega, si sente non soddisfatto, ma infelice, non sviluppa una libera energia fisica e spirituale, ma sfinisce il suo corpo e distrugge il suo spirito. Perciò l’operaio solo fuori dal lavoro si sente presso di sé; e si sente fuori di sé nel lavoro. È a casa propria se non lavora; se lavora non è a casa propria. Il suo lavoro quindi non è volontario, ma costretto è un lavoro forzato. Non è quindi il soddisfacimento di un bisogno, ma soltanto il mezzo per soddisfare bisogni estranei. […] Il lavoro esterno, il lavoro in cui l’uomo si aliena è un lavoro di sacrificio di se stessi, di mortificazione. […] Abbiamo considerato […] il rapporto del lavoro con l’atto della produzione entro il lavoro. Questo rapporto è il rapporto dell’operaio con la sua propria attività come attività estranea che non gli appartiene, l’attività come passività, la forza come impotenza, la procreazione come svirilimento, l’energia fisica e spirituale propria dell’operaio, la sua vita personale – e infatti che altro è la vita se non attività?- come un attività rivolta contro di lui, da lui indipendente e che non gli appartiene […].” ( Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844. Piccola Biblioteca Einaudi, pagg. 71 e 72)
      Il dibattito marxista almeno fino alla rivoluzione di ottobre mette in secondo piano il concetto di alienazione concentrandosi invece sulle previsioni sul crollo del capitalismo e la natura dell’azione politica socialista. Il merito di aver riportato in auge il tema dell’alienazione va ad alcuni sociologi e pensatori certo lontani dal comunismo come Weber e Simmel che tra la fine dell’ottocento e primi decenni del novecento si confrontano con le tesi marxiane. Weber in particolare nota come il progresso abbia portato con sé una crescente razionalizzazione con la conseguenza di ridurre tutti gli aspetti qualitativi dell’esistenza ad aspetti quantitativi. Quello che conta è l’efficienza, l’ottimo rapporto tra mezzi e fini. L’uomo si trova quindi a vivere in una gabbia di acciaio -in cui l’emotività, i valori e le tradizioni non hanno alcun valore e da cui non può uscire. Simmel sottolinea invece come l’uomo non riesca più ad esprimere la sua soggettività nel lavoro: non è in grado di riappropriarsi di ciò che produce. La divisione del lavoro fa sì che nessuno possa riconoscersi come autore dell’opera e quindi riconoscerla come oggettivizzazione del suo spirito soggettivo. L’alienazione sta quindi nel impossibilità di superare l’estraneità tra soggetto e oggetto. Il pregio di queste analisi è che riconoscono che l’alienazione non è uno condizione tipica dell’operaio ma potenzialmente di ogni lavoratore, dal centralinista dei un call-center all’industriale.
      Gli studi di Weber e di Simmel saranno poi alla base delle ricerche di autori marxisti come Lukàcs, Adorno e Horkheimer. In Dialettica dell’illuminismo Adorno e Horkheimer spiegano la riduzione di tutte le qualità in quantità a partire dal concetto di illuminismo, inteso, non come il periodo dei lumi nella Francia di Luigi XVI e della rivoluzione, ma come pensiero in continuo progresso dalla antica Grecia ai giorni nostri. In particolare il tentativo dell’illuminismo, di cui il capitalismo è cronologicamente l’ultima oggetivizzazione, è la costruzione di un sistema in cui tutto sia deducibile da un unico principio. Da qui l’importanza crescente, a Galilei in avanti, della matematica. Il pensiero deduttivo per eccellenza. Il pensiero matematico, però, fissa ogni suo oggetto all’immediatezza del numero e trascura tutto ciò che ad esso non è riconducibile: la matematica si erge come criterio del vero e quindi come idea regolativa. Tutto ciò che non si adatta ad essa, che non si piega alle sue leggi è ritenuto ciarlataneria priva di senso e pericolosa, il pensiero riduce tutto ai suoi aspetti quantitativi e in essi e nella loro sostanziale immutabilità trova il vero. Le qualità sono considerate un nulla proprio perché sfuggono a questa legge. Degli oggetti non rimangono che i loro aspetti quantitativi, il resto è come se non esistesse.
      Gli effetti di questa prospettiva di pensiero incidono profondamente nella concezione che l’uomo ha di sé, del suo rapporto col mondo e con la società e quindi sulla sua vita pratica: l’uomo soggetto che ha prodotto questo pensiero conosce se stesso attraverso quel pensiero stesso e quindi arriva a comprendere di sé solo quanto è quantificabile, si concepisce e riesce a dare un senso alla sua esistenza solo in virtù del suo successo ossia nelle varie forme di riconoscimento sociale che conseguono l’adattamento al sistema di produzione. Queste sono appunto quantificabili: si può misurare la ricchezza, la popolarità, il potere, eccetera. Il principio del terzo escluso vale anche in questo caso e sta sulla testa dell’uomo come una spada di Damocle: conformazione e successo oppure identità con il proprio Sé e caduta. O conserva il corpo perdendo la sua individualità, l’unicità irriducibile della sua esistenza fondata su quelle qualità irriducibili a numero, alienandosi e aderendo anonimamente alla massa uniformata, oppure perde la propria esistenza nel tentativo di preservare l’integrità del proprio Io.
      L’uomo per sopravvivere si fa così strumento del sistema e nella relazione con l’altro l’uomo perpetua lo stesso schema: come riconosce se stesso solo in virtù della propria strumentalità ossia nella sua capacità di servire il sistema, così considera l’altro uomo solo come un oggetto, un mezzo per raggiungere i suoi fini e come tale lo sfrutta.

      Come Von Mises “metta a tacere” queste argomentazioni non lo so e ti sarei grato se me lo spiegassi. Certo in Human action proprio Von Mises sostiene: The captain is the consumer…the consumers determine precisely what should be produced, in what quality, and in what quantities…They are merciless egoistic bosses, full of whims and fancies, changeable and unpredictable. For them nothing counts other than their own satisfaction…In their capacity as buyers and consumers they are hard-hearted and callous, without consideration for other people…Capitalists…can only preserve and increase their wealth by filling best the orders of the consumers… In the conduct of their business affairs they must be unfeeling and stony-hearted because the consumers, their bosses, are themselves unfeeling and stony-hearted. (Human Action’ chap. 15, sect. 4). I limiti di questa affermazione sono: 1) che è vera solo per un’umanità alienata in cui l’essere uomo coincide con l’essere produttore e consumatore; 2) considera il consumatore libero e imprevedibile nelle sue scelte di consumo.
      Di fatti l’uomo arriva a un totale individualismo solo nel momento in cui è ridotto a quantità e non riesce a vedere oltre esse, oppure ed è lo stesso nel momento in cui si è fatto strumento del sistema di produzione. A questo punto non ha altra scelta che dare senso alla sua esistenza entrando in quel circolo vizioso di desiderio-soddisfazione effimera- desiderio. Non gli rimane che definirsi in relazione a quello che ha che però non gli può mai bastare, se smettesse di proporsi sempre nuovi obbiettivi non avrebbe più un motivo per agire e cadrebbe in una depressa inedia. Lo stato di privazione e disperazione in cui si trova chi vive secondo questo modello sono stati anche ben descritti da pensatori del calibro di Hegel e Kirkegaard. Nel momento in cui la sua vita quotidiana non si esaurisse nella dimensione di produzione-consumo, nel momento in cui l’individuo mantenesse vive altre dimensioni nel suo essere queste influenzerebbero senza dubbio le sue scelte di consumo. I suoi valori influenzerebbero i suoi acquisti, il contrario implica che questi valori, queste altre dimensioni non sono presenti nell’individuo.
      Veniamo al secondo punto. Perché un uomo possa esprimere la sua soggettività e ricercare quindi il suo benessere esistenziale, come insegna Marx deve essere libero dal bisogno. Però sul concetto di bisogno occorre riflettere. Sicuramente come occidentali siamo usciti da una condizione di miseria ma per dirla con Seneca “povero non è chi ha poco ma chi vuole di più”. Da questo punto di vista non siamo certo messi bene, Molto concorre a far sì che non si riesca a superare quella condizione di alienazione. In particolare sono funzionali a questo scopo i prodotti dell’industria culturale: quei prodotti di intrattenimento che ormai non si spacciano neanche per arte e il cui unico e dichiarato fine è il profitto di chi li produce. Il loro scopo è l’amusement, il divertimento senza pensieri: non pretendono di essere portatori di alcun significato, non vogliono riflettere alcuna verità. Al contrario sono prodotti di pura tecnica, seguono pedissequamente uno stile definito che consente di passare da un effetto speciale all’altro, da un’esplosione improvvisa alla successiva sparatoria, dalla ripresa della diva in abiti succinti a quella del busto muscoloso dell’eroe di turno, in modo da mantenere sempre viva l’attenzione dello spettatore e reprimerne al contempo ogni pensiero. Il consumatore deve essere incollato allo schermo, non deve perdersi nessun dettaglio e, così sommerso da un mare di sollecitazioni, non deve avere il tempo per porsi alcuna domanda, deve diventare totalmente passivo.
      In tutto ciò i prodotti di intrattenimento non sono neutri, pur non essendo portatori di alcun significato superficiale o profondo che sia, esaltano implicitamente i valori funzionali al sistema che li produce e ne favoriscono la riproduzione nel tempo. Questo per due motivi, in primo luogo consentono all’uomo un’effimera evasione dal quotidiano: gli permettono di distrarsi dalla faticosa routine di ogni giorno, di non pensare alle sue sofferenze e ai sui dolori – di non pensare punto. Gli fanno passare il tempo libero senza preoccupazioni per poi riconsegnarlo tale e quale, giusto con un po’ meno di tensione in corpo, all’apparato produttivo da lui servito. L’evasione è effimera perché non consente un’effettiva fuga dal carcere, ma è come quella dell’ergastolano che, guardando al di là delle inferriate della sua cella, si immagini la sua vita al di là di quelle: prima o poi deve smettere di fantasticare e tornare alla dura realtà che nel frattempo è rimasta immutata. Questo è l’effetto dell’industria culturale: aiuta a “sprecare il tempo che gli uomini con tanta fatica sono riusciti a risparmiare” e riduce il tempo che è possibile impiegare per modificare quegli aspetti opprimenti della vita che portano al desiderio di evasione. Così succede in discoteca, così succede con lo sport e così succede per i film di azione, cinepanettoni e affini. In secondo luogo, l’industria culturale intrattiene l’uomo riproponendo nei suoi prodotti quei valori secondo i quali è organizzata la vita di tutti i giorni. Produce prodotti mimetici alla quotidianità non tanto nella trama, che talvolta è verosimile e altre volte no, ma in quello che esalta: il successo del protagonista nelle molteplici forme in cui si dà anche nella realtà. Dalla vittoria del titolo di pesi massimi, alla conquista della bella di turno, ad un improvviso arricchimento, all’ottenimento di una ricompensa o di un riconoscimento, tutto questo è presente tanto nei film, nei romanzi, nei reality e nei talent show quanto nelle biografie delle celebrità. Lo stesso è quello a cui mirano, magari in scala minore i consumatori, alienati tanto nella produzione quanto nel consumo. Le merci dell’industria culturale contribuiscono, così come tutte le altre e come ogni pubblicità, a restringere il campo dell’esperienza possibile per l’individuo riempiendola del sempre uguale, di prodotti e di sogni che costringono all’adesione all’attuale modello di produzione per essere ottenuti. Goebbels diceva “ripetete una bugia un cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”. Questa è l’essenza della pubblicità e di tutto ciò che lo diventa implicitamente: ripetere infinite volte che comprando questo o quel prodotto e che raggiunto il successo – potere, fama, denaro e piacere – si sia felici. È l’illusione del cattivo infinito. La ripetizione consente di far accettare all’uomo come vera e inevitabile la sua condanna. Fa sì che si inserisca spontaneamente nel sistema che lo sfrutta come produttore e consumatore perché gli impedisce la concezione di una qualunque alternativa.
      In ciò sta il totalitarismo del capitalismo: mentre formalmente dichiara di garantire i più ampi spazi di libertà all’uomo nello stesso tempo impone teoricamente e praticamente un unico punto di vista. L’affermazione di von Mises è un ottimo esempio di ciò: considera che le scelte di produzione si adeguino scelte imprevedibili dei consumatori, di conseguenza afferma la libertà umana e l’importanza delle ricadute pratiche delle sue decisioni. Peccato però che si dimentichi di analizzare il contesto in cui vengono prese queste scelte. La conseguenza è che si scambiano per orpelli ornamentali le catene a cui l’uomo è costretto.
      Con ciò non sostengo certo la necessità di uno stato etico che imponga all’uomo di essere felice e come debba esserlo. Credo però che, se la felicità non sia sancibile per norma, si possa lo stesso indagare quali sono i suoi trascendentali, ossia le sue condizioni di possibilità e che sia dovere dello stato sia garantirli. D’altronde sia la nostra costituzione- quando nell’art. 3 sancisce: “è compito della repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economici e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”- sia la costituzione americana con il diritto alla felicità credo siano interpretabili in questo senso (non sono un giurista e mi potrei, quindi, sbagliare). Il sistema capitalista mi sembra essere un sistema totalitario che nega all’individuo quelle condizioni di benessere e libertà che come tu stesso dici sono necessarie all’uomo per percorrere la sua strada. Detto questo il capitalismo ha anche i suoi risvolti positivi, lungi da me negarlo e proporre politiche passatiste o luddiste. Solo ne vedo anche tutti i limiti e credo sia un momento della storia dell’uomo che vada superato mantenendone i pregi. Lo sfruttamento dell’uomo non è solo quello dei lavoratori della Foxconn o dei sarti del Bangladesh ma anche quello a cui sono sottoposti i lavoratori occidentali costretti in un sistema di produzione che ne pretende l’alienazione.
      A proposito lo studio di Bhagwati e Giplin che citi riguarda solo lo sfruttamento diretto o anche quello dell’indotto? Potrei sbagliarmi ma così a naso non direi che le condizioni in cui lavoratori del sud-est asiatico approssimino anche lontanamente quelle che noi occidentali definiremmo accettabili. Sarei felicissimo di aver preso un granchio quindi se puoi correggimi.
      In ogni caso i paesi del terzo mondo che attirano le multinazionali non è che siano proprio degli stinchi di liberalismo e democrazia. Giusto per fare un esempio pensa ai livelli di autoritarismo e corruzione degli stati africani con cui le multinazionali dell’estrazione mineraria fanno affari d’oro.
      Infine una domanda e un qualche annotazione
      La domanda: quali sono i progressi culturali che ascrivi al capitalismo?
      Le annotazioni:
      1) non sono marxistista: conosco troppo poco il pensiero di Marx per definirmi tale
      2) La critica della realizzazione pratica di un’idea non ha niente a che vedere con la critica all’idea, a meno che non si dimostri che ciò che si critica della pratica è conseguenza inevitabile della teoria. In particolare le tragiche attuazioni del comunismo nulla tolgono alle critiche che i suoi teorici hanno fatto al capitalismo
      3) Per quello che riguarda i problemi alimentari nel mondo nel prossimo futuro ti linko una ricerca: Ray DK, Mueller ND, West PC, Foley JA (2013) Yield Trends Are Insufficient to Double Global Crop Production by 2050. PLoS ONE 8(6): e66428: http://www.plosone.org/article/info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pone.0066428
      Secondo questo studio le previsioni di crescita della produzione cerealicola sono di gran lunga inferiori a quanto servirebbe per sfamare la crescente popolazione e soddisfare la sempre crescente domanda di carne e biocarburanti. Ora può anche essere che l’innovazione tecnologica e un migliore sfruttamento dei suoli riescano a risolvere il problema. Non credo però che sia inevitabile che ciò avvenga: nell’essenza del capitalismo non mi sembra di vedere niente che lo implichi necessariamente. Il problema sembrerebbe particolarmente grave per quei paesi come Burundi, Ciad, Kenya, Ruwanda, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Zambia e Zimbabwe (tutti paesi che hanno una percentuale di povertà estrema compresa tra il 45% e l’80%) “where yields [of maize] are decreasing −0.2% to −7.6% per year, population is rising [5], and maize accounts for 5–51% of calorie intake”. Ora non credo che questi paesi avranno la forza economica di reperire sul mercato internazionale i cereali che non riescono a produrre, soprattutto in un contesto in cui il crescere della domanda avrà fatto levitare i prezzi.

  4. Per il momento commento solo la parte sulla produzione cerealicola. La menata sull’alienazione – te lo dico con la massima sincerità – l’ho trovata un po’ patetica. Non solo per l’indimostrabilità di molte tesi, ma per gli autori citati. Richiederebbe troppo tempo ora spiegare perché le basi storiche del pensiero weberiano sul capitalismo sono completamente errate (nonché smentite da personaggi del calibro di Hugh Trevor-Roper), perché le posizioni della scuola di Francoforte ormai sono considerate obsolete e fuorvianti da praticamente tutto il dibattito marxista ecc. perciò andiamo oltre. Replicherò un’altra volta (quando avrò scoperto come finisce Breaking Bad).

    Veniamo al dunque: ti ringrazio per aver postato quello studio. Non solo perché è molto interessante, ma soprattutto perché smentisce la tua teoria e corrobora la mia. Nella tua sfera di cristallo avevi visto il collasso economico di tutti quei paesi che grazie all’apertura del mercato, al reinvestimento dei capitali e alla globalizzazione stanno conoscendo una riduzione della povertà e una crescita economica più o meno sostenuta. Eppure ora mi scrivi che i paesi a rischio carestia sono quelli con altissimi tassi di povertà ed economie fragili. Ossia quei paesi che NON hanno beneficiato del progresso economico di cui parla l’articolo dell’Economist. Perciò devo dedurre che i paesi in crescita soffriranno di meno per l’insufficiente produzione cerealicola.

    E che dire del mega collasso mondiale di queste economie in crescita? Lo studio non prospetta assolutamente scenari di questo tipo (al massimo immagina rincari di prezzi e aumento della fame). E noto che eviti furbescamente di citare studi che prevedano recessioni e impennate nei tassi di povertà per tutte quelle nazioni (forse perché non esistono). Guardiamoci nelle palle degli occhi: non è che ti sei aggrappato alla questione cerealicola per attaccare a tutti i costi la statistica riportata dall’Economist? Non è che ti sei arrampicato sugli specchi per rintracciare a tutti i costi nel libero mercato e nella globalizzazione delle fallacie economiche e produttive che non riesci a dimostrare?

    Infine, nell’explicit lo studio suggerisce alcune soluzioni al problema dell’insufficiente produzione cerealicola: più intensivo sfruttamento dei campi, espansione dei terreni, ottimizzazione delle tecniche di coltivazione e maggiori investimenti nel settore agricolo. O in una parola sola: più capitalismo (= investiamo nella produzione i ricavi della stessa per espandere l’industria). Il termine non viene citato nello studio ma è l’unica soluzione praticabile per sostenere una produzione scarsa. Convincere 7 miliardi di persone a cambiare abitudini alimentari è praticamente impossibile. Sussidiare e favorire l’investimento privato in un’industria è una via più facilmente percorribile.

    Strano destino, eh? Siam partiti pensando che il capitalismo fosse la causa della scarsità di cibo e adesso leggiamo che ci servono politiche industriali più capitalistiche per raggiungere i tassi di produzione necessari entro il 2050.

  5. Tu scrivi: “Nella tua sfera di cristallo avevi visto il collasso economico di tutti quei paesi che grazie all’apertura del mercato, al reinvestimento dei capitali e alla globalizzazione stanno conoscendo una riduzione della povertà e una crescita economica più o meno sostenuta.”
    Ma io avevo scritto: “Già oggi per produrre carne da smerciare prevalentemente nei mercati europei e dell’America dell’nord vengono coltivati campi per produrre mangime e non alimenti per l’uomo, nel futuro prossimo aumenterà la domanda di carne anche dai paesi in via di sviluppo con conseguenti aumento della domanda di mangimi, aumento del prezzo degli stessi, riconversione di alcune colture per alimenti in colture per mangimi, innalzamento del costo del cibi cerealicoli, carestia nei paesi meno sviluppati, ritorno a una condizione di estrema povertà di molti di quelli che la avevano appena lasciata. Per questo dico che è una contingenza storica che negli ultimi due decenni si sia dimezzato il tasso di estrema povertà nel mondo. Temo fortemente che nel prossimo futuro, quando le risorse cominceranno a scarseggiare, la tendenza si invertirà e questo sarà coerente con l’essenza del capitalismo interessato solo a che gli investimenti portino una rendita.”

    Tu continui: “Infine, nell’explicit lo studio suggerisce alcune soluzioni al problema dell’insufficiente produzione cerealicola: più intensivo sfruttamento dei campi, espansione dei terreni, ottimizzazione delle tecniche di coltivazione e maggiori investimenti nel settore agricolo. O in una parola sola: più capitalismo (= investiamo nella produzione i ricavi della stessa per espandere l’industria). Il termine non viene citato nello studio ma è l’unica soluzione praticabile per sostenere una produzione scarsa. Convincere 7 miliardi di persone a cambiare abitudini alimentari è praticamente impossibile. Sussidiare e favorire l’investimento privato in un’industria è una via più facilmente percorribile. Strano destino, eh? Siam partiti pensando che il capitalismo fosse la causa della scarsità di cibo e adesso leggiamo che ci servono politiche industriali più capitalistiche per raggiungere i tassi di produzione necessari entro il 2050.”
    Ma io avevo scritto: “Secondo questo studio le previsioni di crescita della produzione cerealicola sono di gran lunga inferiori a quanto servirebbe per sfamare la crescente popolazione e soddisfare la sempre crescente domanda di carne e biocarburanti. Ora può anche essere che l’innovazione tecnologica e un migliore sfruttamento dei suoli riescano a risolvere il problema. Non credo però che sia inevitabile che ciò avvenga: nell’essenza del capitalismo non mi sembra di vedere niente che lo implichi necessariamente.”

    La prossima volta che rispondi mi fai la cortesia di leggere e di non di interpretare a caso quello che ho scritto?

    Quello che cercavo di spiegare è che così come nell’ultimo ventennio è diminuito il tasso di povertà estrema, non ci sarebbe affatto da stupirsi se un domani la tendenza si invertisse. Magari sei in grado di dimostrare il contrario, ma non credo che negli obbiettivi di chi investe denaro ci sia eliminare la fame del mondo. Se succede tanto meglio, altrimenti pazienza. Il benessere dell’uomo non è nell’interesse del capitalista. La storia insegna anche in questo caso. Dopo la seconda crisi marocchina parte della stampa tedesca soffio sulla brace del disonore per spingere l’imperatore a varare un nuovo piano di armamenti navali. A chi appartenevano quei giornali? Ai proprietari delle acciaierie, che avrebbero poi ottenuto ricche commissioni. Quale fu uno dei moventi dell’imperialismo? La ricerca di nuovi mercati dove smerciare l’eccesso di produzione. Perchè gli indigeni sono stati spesso ridotti in condizione di schiavitù e trattati come bestie? Perchè serviva mano d’opera a basso costo per estrarre le materie prime da esportare in madre patria. Giusto per fare un esempio pensa a quello che faceva Leopoldo II del Belgio in Congo:
    http://it.wikipedia.org/wiki/Leopoldo_II_del_Belgio
    Tutto ciò è coerente con l’essenza del capitalismo che mira al massimo profitto possibile.

    In attesa che la tua ansia di sapere come finisca la tua serie TV sia soddisfatta, rimango della mia opinione riguardo all’alienazione e sugli effetti deleteri che il capitalismo ha sulle persone.

    Prima di salutarti giusto una parentesi: discuto disposto a cambiare idea, senza posizioni di principio da difendere. Se riuscirai a convincermi di aver ragione ne sarò contento, finché crederò in tesi diverse dalle tue porterò argomenti per rendere più profonda l’analisi e nella speranza che possano aiutarti a rendere più complesso e quindi più aderente al vero il tuo punto di vista (chi dice che la realtà è semplice mente sapendo di mentire). Se poi sarai tu a sposare le mie posizioni, se si troverà una via di mezzo, o sarò io a darti ragione poco importa. Si discute proprio per verificare e affinare le proprie convinzioni. Non riesco proprio a capire perchè rispondi con tutto questo astio.

  6. Adesso mi stai prendendo in giro, però.

    Proviamo a riflettere un attimo su quello che scrivi.

    In uno dei tuoi commenti parli di un “ritorno a una condizione di estrema povertà di molti di quelli che la avevano appena lasciata”. RITORNO ALLA POVERTA’. I paesi in questione – non potrebbe essere altrimenti – sono quelli che hanno beneficiato dell’espansione economica garantita dalla Globalizzazione, come spiegato dal famigerato articolo dell’Economist. Questa tua previsione – o timore, chiamalo come vuoi – si basa principalmente sull’evidenza dell’insufficiente crescita della produzione agricola. Questo tuo approccio mostra alcune gravi aporie.

    Il primo (te l’ho già spiegato, ma lo hai ignorato del tutto): lo studio che hai citato prevede grandi carestie per paesi GIA’ economicamente strafottuti, non per quei i paesi in crescita grazie alla Globalizzazione; tradotto: se non intensifichiamo abbastanza la produzione, ci sarà meno cibo per tutti e i paesi già poverissimi e affamatissimi diventeranno ultrapoverissimi e ultraffamatissimi (più chiaro di così non so spiegartelo, se non ti è chiaro dimmelo, così mi arrendo). Lo studio – mi ripeto ancora una volta – non mi pare proprio che preveda sciagura fame e morte per ‘i paesi dell’Economist’ da cui tutta questa discussione è nata.

    Secondo: pensi che “non ci sarebbe affatto da stupirsi se un domani la tendenza (di arricchimento globale di molte nazioni) si invertisse”? C’è un problema minuscolo. Tu non hai le competenze per dirlo. Io e te non siamo nessuno. La nostra conoscenza è carta straccia. La differenza la fa il corretto riferimento alle fonti, alle teorie, agli esperti. Se vuoi affermare con tanta sicurezza il destino tragico dell’economia mondiale o mi alleghi la tua laurea in Economics alla Chicago School e la lista dei tuoi approfonditissimi papers sul tema oppure costruisci le tue argomentazioni su studi di gente qualificata e non su numeri, cifre e trend a caso conditi da ideologia e teorie non confermate.

    Se vuoi discutere SERIAMENTE di un tema delicato e complicatissimo come questo devi citare economisti, centri di studi, teorie, dibattiti. Io tutto questo non l’ho visto. L’unico elemento riconducibile a un’argomentazione di tipico scientifico è stato uno studio che non sosteneva direttamente la tua tesi (che lo ripeto ancora – per difendermi dall’accusa di mistificatore – è la retrocessioni dell’economia globale).

    Dal canto mio posso dirti che, avendo maturato un’esperienza dignitosa in fatto di globalizzazione e apertura delle nazioni ai commerci e al libero mercato, non mi sono mai imbattuto in un paper o in uno studioso di fama mondiale che sostengano la tua posizione. Anzi, l’Economist, pur riconoscendo che la riduzione del tasso di povertà nei prossimi anni sarà una missione difficile da portare a termine, calcola che – in presenza di condizioni economiche favoreli – “developing countries would cut extreme poverty from 16% of their populations now to 3% by 2030″. Jagdish Bhagwati – il massimo esperto mondiale in fatto di globalizzazione, futuro premio Nobel, una delle menti più brillanti nel dibattito economico planetario – vede nel capitalismo globalizzato una grandissima opportunità di arricchimento (specie per Asia e Africa), purché questo fenomeno sia accompagnato da un rispetto per la libertà economica e per i diritti umani. Non trovi che, se l'”essenza” di questo capitalismo marcio e inumano implicasse il rischio futuro di un’inversione del processo di arricchimento, il massimo esperto mondiale del campo se ne sarebbe accorto? Persino un economista “alternativo” (potrei ricorrere ad aggettivi più cattivelli) come Krugman si è schierato a favore della globalizzazione. Lo stesso IMF – un gruppo di deficienti scarsamente qualificati, insomma – si è nettamente schierato a favore della globalizzazione visti i benefici economici che ne derivano. Se l’hanno fatto è perché evidentemente i loro studi e i loro esperti non hanno riscontrato maxi rischi di impoverimento per le economie globali.

    Ripeto: portami studi seri che confutino l’ottimismo riguardo le performance economiche della Globalizzazione. Altrimenti questa conversazione non ha senso di esistere.

    Infine: sulla questione della alienazione non so se replicherò (per mancanza di tempo). In breve, il tuo problema è sempre lo stesso: mancanza di scientificità. Se vuoi dimostrare che i valori qualitativi della vita siano stati appiattiti e ridotti al loro equivalente quantitativo, citami degli studi psicologici che lo dimostrino. No, citare la sociologia e la filosofia non va bene (specialmente se nel 2013 mi tocca leggere ancora Weber e Adorno: porca troia, aggiornatevi). L’affermazione che fai è pesantissima e per essere sostenuta necessita di una conferma proveniente da una disciplina che studi l’atteggiamento umano applicando il metodo scientifico (la psicologia è un ottimo esempio). Io ho letto un po’ di cose sulla psicologia dei bisogni umani (Maslow, Bowlby, evoluzioni della teoria dell’attaccamento) e non ho mai trovato nulla di serio e scientifico che sostenesse una tesi del genere. Anzi, ho persino scoperto di recente che esiste uno studio di dieci anni fa da cui emerge che la necessità di riconoscimento sociale e di successo è maggiore nelle società collettiviste piuttosto che in quelle individualistiche. Il che mi pare che strida con la tua equazione fra individualismo capitalistico e bisogno quantitativo di riconoscimento sociale misurabile (adesso non ho tempo di cercarlo, ma fu pubblicato nel 2003 su una rivista di psicologia del management).

    In ogni caso, la condizione è sempre la stessa: o scienza o cieco furore ideologico. Vedi di fare la scelta giusta.

    PS: “il miglioramento della produttività causato dal progresso tecnologico non è intrinseco all’essenza del capitalismo” è la cosa più esilarante che abbia mai letto in vita mia.

    • Probabilmente sono stato poco chiaro. Rispondo con un elenco puntato nella speranza di esserlo di più

      1) La mia tesi non è la recessione dell’economia globale. Se così fosse sarei un pazzo privo di ogni argomento. Così come sono assolutamente d’accordo con te che l’affermazione: “il miglioramento della produttività causato dal progresso tecnologico non è intrinseco all’essenza del capitalismo” sia tremendamente risibile. Ma la frase in origine era: “Ora può anche essere che l’innovazione tecnologica e un migliore sfruttamento dei suoli riescano a risolvere il problema. Non credo però che sia inevitabile che ciò avvenga: nell’essenza del capitalismo non mi sembra di vedere niente che lo implichi necessariamente”. La negazione è riferita alla risoluzione del problema e non all’esistenza dell’innovazione tecnologica. Anche la frase: “non ci sarebbe affatto da stupirsi se un domani la tendenza (di arricchimento globale di molte nazioni) si invertisse” interpreta male quello che ho scritto. Tra parentesi avresti dovuto inserire “di diminuzione della povertà”. D’altronde la frase di partenza era: “Per questo dico che è una contingenza storica che negli ultimi due decenni si sia dimezzato il tasso di estrema povertà nel mondo. Temo fortemente che nel prossimo futuro, quando le risorse cominceranno a scarseggiare, la tendenza si invertirà […] ” (Mi rendo conto che è molto noioso questo continuo riprendere le frasi, ma preferisco chiarire i termini della discussione).
      2) La mia tesi è che non c’è una correlazione necessaria tra crescita economica e miglioramento delle condizioni di vita in generale e diminuzione della estrema povertà in particolare. È successo ma potrebbe verificarsi l’opposto: se la distribuzione della ricchezza è particolarmente disomogenea si può benissimo avere una crescita economica e un aumento della povertà. Che i due fattori siano strettamente correlati si evince anche dall’articolo dell’Economist da te postato. Tra l’altro sicuramente fino al 2000, ma poi anche fino al 2007, se ho letto bene i dati frammentari che ho trovato, il coefficiente di Gini sta aumentando un po’ ovunque e in particolare in Cina. Dal 2007 a oggi la crisi non ha certo portato una ventata di ridistribuzione e uguaglianza salariale nell’occidente sviluppato, mentre in Cina le disuguaglianze aumentano ancora. Basti pensare che la Germania ha generato la sua fortuna, e secondo alcuni ha causato la crisi del debito, grazie dumping salariale, in particolare con l’introduzione dei minijob, e che sta esportando la sua strategia di mortificazione della domanda interna anche nei paesi periferici della UE. Sto leggendo uno studio dell’ ONU sull’evoluzione delle disparità salariali, quando lo finisco saprò essere un po’più preciso.
      3) Non conosco bene Bhagwati, ma da quello che hai scritto e da quel poco che ho letto mi sembra che ci sia un gigantesco “se” nella sua teoria. La globalizzazione avrà effetti benefici se saranno rispettate le libertà economiche e i diritti umani, compresi quelli inerenti alla sicurezza sociale. Ora non mi sembra che il mondo si stia muovendo in questa direzione. La Cina campione di crescita del PIL non è certo una nazione liberale, l’India ha serissimi problemi sociali, in Africa le multinazionali fanno affari in un manifesto clima di corruzione e non si fanno scrupoli a stringere accordi con più o meno truci dittatori, banche come la JP Morgan sottolineano come uno dei motivi che stanno ostacolando la soluzione della crisi è la difesa dei diritti dei lavoratori nei paesi periferici dell’Unione Europea. Più che una maggiore diffusione dei diritti umani mi sembra si stia cercando di innescare e in parte ci si è già riusciti una corsa a ribasso per abbassare i costi del lavoro che, ancora una volta, non è funzionale ad una aumento del’equa distribuzione del reddito. Magari Baghwati, si occupa anche di questo e io non lo so. Aspetto tue delucidazioni sul merito
      4) Spero tu ti renda conto dell’abominio metodologico che mi hai proposto per dirimere la questione dell’alienazione. Richiedere dati scientifici, ovverosia quantitativi per dimostrare l’appiattimento quantitativo dell’uomo dovuto appunto alla pretesa di ricondurre tutto a numero è a dir poco paradossale. Vuol dire considerare un uomo come una macchina, spiegabile numericamente indagando scientificamente le sue diverse parti. Peccato che il paradigma meccanicistico dopo Cartesio abbia preso diverse scoppole. Seguire il tuo metodo vorrebbe dire accettare implicitamente la bontà di quella riduzione che io contesto perché vorrebbe dire riconoscere che la conoscenza si può sviluppare solo al suo interno. Cazzate. La scienza è utilissima, intendiamoci, ma ha i suoi limiti, può spiegare come le cose funzionano, ma non cosa sono. Nulla dice sull’ontologia dell’uomo o su come dovrebbe essere organizzata la società – quando lo fa, lo fa al servizio di un idea di mondo che magari si vuole spacciare per scientifica o tecnica, ma che a ben guardare altro non è che la riproduzione teorica della situazione già data che cerca di preservare lo status quo sfruttando la sua pretesa scientificità. Ti posso fornire degli esempi empirici di cosa voglia dire alienazione, questo sì – la filosofia non è certo avulsa dal piano di realtà – ma non esperimenti con variabili misurabili. Faccio un tentativo. Nella tua carriera di studente ti sarà certo capitato di dover studiare qualcosa che non ti interessava minimamente, che trovavi tremendamente noioso. Nel mio caso un buon esempio sono i paradigmi greci al liceo. Quando avevi finito di studiare qualcosa del genere non ti sentivi più idiota di prima? Più fiacco? Più svogliato e con l’unico desiderio di staccare il prima possibile la testa? Immagina quale deve essere la situazione di un lavoratore che per almeno otto ore al giorno e per quarant’anni della sua vita fa un lavoro che gli interessa tanto quanto a te la materia odiata. Come pensi possa definirsi la sua vita se non alienata? Come pensi passerà buona parte del suo tempo libero se non nella più completa passività?
      5) L’esempio che fai del paper di psicologia dimostra poi che non hai capito la natura del problema: l’alienazione non è conseguenza di un certo sistema di produzione ma del rapporto che intercorre tra il lavoratore e la sua mansione. Rapporto unico, probabilmente riconducibile in linea di massima a un modello, ma non certo descrivibile matematicamente. Rapporti alienati si possono avere tanto in un economia liberista quanto in una collettivista, dato che il problema è legato alla rinuncia del lavoratore ad esprimere la propria soggettività attraverso il lavoro. Rinuncia dovuta a condizionamenti sociali. Non importa se è la minaccia di esclusione e caduta negli strati più infimi della società o di morte. Quello che conta è la repressione dell’essenza dell’uomo.

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